La sua vita trascorreva regolare. Precisa. Metodica.

Ogni pomeriggio, alzatosi dal letto e vestitosi alla meglio, percorreva la lunga discesa che da casa sua portava al centro della città e raggiungeva il piccolo bar a metà della ottocentesca galleria dai grandi lampioni, affollatissima nei giorni di pioggia. Si sedeva e, sorseggiando qualche bicchiere di vino, guardava muto il paesaggio, prima scarso, poi sempre più vivace, poi digradante fino a diventare nullo, o monopolio dei pochi scalcinati guardiani notturni.

 

La sua giornata si concludeva solo quando una qualunque persona, nota o sconosciuta, gli offriva l'occasione di non percorrere a piedi quella discesa che ogni notte si tramutava in salita. E, in vita sua, non era mai tornato a casa a piedi.

 

Quel giorno, però, sentì presto nell'aria una sorta di eccitazione che tendeva a coinvolgerlo. Cosa mai successa in precedenza. Estrasse il logoro portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni. Lo aprì, cercò tra le carte, ne cavò un'immagine, un santino in cui era effigiato un suo antenato, beato in attesa di santificazione. Lo guardò e soppesò a lungo. Poi alzò gli occhi e ricominciò ad osservare passante dopo passante. Una sorta di luce cresceva nel suo sguardo andando a cadere, inefficace, sulla frettolosa distrazione della gente.

 

Una giovane donna rese però incandescenti i suoi occhi. Era una ragazza non bella, non brutta, formosa. Calzava un paio di sandali aperti che mettevano in evidenza le dita del piede eccezionalmente lunghe e mobili, quasi prensili. Il movimento del passo faceva affiorare la muscolatura discreta delle gambe nude che scomparivano sopra il ginocchio, avvolte in un vestito a righe, di maglia di filo, piuttosto attillato.

 

La ragazza si fermò proprio dalla parte opposta al bar per guardare una vetrina. La nuova posizione mise in evidenza la sua parte migliore. Gli occhi dell'osservatore diventarono in quel momento tatto e olfatto. Sentì quanto liscia era quella pelle, soffice e tesa. Ne avvertì l'odore acre e gentile, non tradito da alcun deodorante o profumo. E quando l'occhio tornò alla sua funzione naturale, egli si accorse di un particolare che lo sconvolse: il vestito attillato non rivelava alcun segno di mutandina.

 

Una forza improvvisa crebbe prepotente tra le sue gambe e lo costrinse ad alzarsi. Lentamente.

Attraversò la galleria a passi misurati, a ciascuno dei quali la mano destra faceva corrispondere l'apertura di un bottone. Quando le fu alle spalle inspirò profondamente. Liberò dalla costrizione della tela il suo membro eretto, finalmente, dopo tanto tempo di abbandono ed inattività.

 

Lo lasciò libero ed in un attimo le sue mani furono sul vestito che, con rapidità e delicatezza al tempo stesso, fu sollevato a permettere un affondo in quel meraviglioso solco intergluteo.

Ma se veloci furono i suoi gesti, tanto più repentine furono le sue parole.

Appoggiò il mento alla nuca della ragazza e le sussurrò, scandendo: "Signorina, sono un principe. Se si volta e mi guarda sarò trasformato in un ranocchio".