Prendendo in considerazione tutte le arti plastiche e visive, la ceramica è l’unica che parte “dal basso”. Mentre scultura e pittura, in qualunque civiltà nascono “dall’alto”, per rappresentare o glorificare un personaggio, un evento, una divinità, un eroe, un santo, un possedimento, una conquista, la ceramica nasce per risolvere il problema di una persona qualunque, quale la necessità di raccogliere l’acqua da una pozza, fornire il supporto ad un cibo da mangiare, trasportare e conservare un liquido, un fluido, un unguento, delle granaglie, uno sfarinato.

Mentre le sculture ed i dipinti ornano le case dei potenti, le sedi dei governi e le chiese, le ceramiche stanno nelle case e, al massimo, nelle botteghe dello speziale e del farmacista.

 

In più, va sottolineato che la duttilità della creta ha permesso a questa materia di entrare da subito, magari dalla porta posteriore, anche nelle botteghe dei grandi scultori, perché non c’è grande opera di pietra, di marmo o di bronzo che prima non sia stata modellata nella creta fino a raggiungere, prova dopo prova, la sua forma definitiva e, quindi, degna di essere realizzata operando su un materiale considerato “più nobile”.

 

NIENTE QUADRI E TANTE SCODELLE

In un passato non troppo lontano, nella case dei nostri nonni e bisnonni, di chiunque di noi, c’erano raramente quadri e sculture (talvolta un Crocefisso ed un ritratto della Madonna) ma sicuramente abbondavano piatti, scodelle, ciotole, vasi, brocche, anfore.

Questo ha dato l’opportunità alla ceramica di intraprendere, nella sua evoluzione, due strade diverse e parallele: da una parte votarsi alla funzionalità, stimolando ceramisti e vasai alla ricerca di forme sempre più efficienti ed al tempo stesso gradevoli, dall’altra di votarsi alla preziosità, ovvero, una volta decisa la forma, lasciare campo libero a decoratori e pittori affinché rendessero quella forma ancor più ricca e appetibile.

 

Come in tutti i percorsi evolutivi, ciascun distretto produttivo di ceramica ha preso strade diverse, talvolta privilegiando l’alta artigianalità ed il culto del pezzo unico (come a Capodimonte) con il rischio di avvitarsi su se stessi e perdere di vista i cambiamenti del mercato ed i nuovi sentiment dei consumatori, altre volte mascherando dietro l’artigianalità un lento ma irreversibile processo di industrializzazione (come a Deruta) che finisce per essere solo autoreferenziale, altre volte ancora abbracciando decisamente la strada della produzione industriale (come nel caso di Richard-Ginori) e, correndo appresso alle esigenze del fatturato, smarrendo così parte della propria anima.


Resta il fatto che, percorrendo in lungo e in largo l’Italia, praticamente in ogni regione ci si può imbattere in distretti artigianali e industriali della ceramica, tutti autonomi e con una lunga storia alle loro spalle. Mentre non esiste una paragonabile proliferazione di distretti della pittura e della scultura, le due “arti” di cui l’Italia si fa grande vanto.