Penisola a sé stante, più chiusa dal mare e dai monti, la Calabria è sempre stata una terra isolata e nel corso dei secoli si è confrontata più volte con genti venute
da lontano, con esiti complessi e spesso traumatizzanti.
Di qui l'arroccamento in località paradossalmente vicinissime e pur lontane tra loro per la precarietà dei collegamenti, che nei periodi invernali, allorché le
“fiumare” - unico tramite per l'interno- erano impraticabili per le piene, costringevano le comunità all'autosufficienza produttiva.
Si giustifica così il consolidarsi nel tempo della tradizione artigiana, il cui stimolo veniva appunto originato da necessità esistenziali in seno a comunità caratterizzate in primo luogo dalla scarsa comunicazione con il mondo esterno, dove le attività artigianali giocano un ruolo fondamentale, non solo perché producono generi di prima necessità e di scambio, ma anche in quanto mezzo per esprimere esigenze creative e sentimenti complessi in questi ambiti isolati.
L'artigianato calabrese, però, benché originato prevalentemente all'interno di comunità chiuse, estende e fonda le sue radici anche nelle arcaiche tradizioni della
civiltà mediterranea e, soprattutto, in quella della Magna Grecia da cui, indirettamente, discende.
Questo spiega la diversità dell'artigianato calabrese e anche la sua vitalità, quel suo proporsi come un momento di continuità, anziché di riproduzione, in quasi tutta
la vasta gamma delle sue espressioni, e quel suo essere ”duro a morire” a dispetto dei nuovi stili di vita della convenienza e praticità dei prodotti industriali, e del difficoltoso ricambio
generazionale.
LA TESSITURA
Le prime testimonianze della tessitura in Calabria risalgono addirittura al Neolitico e lo sviluppo delle tecniche produttive, immutate nel tempo, può essere ricondotto ai primordi della civiltà italiota.
Certo è che, attraverso i secoli, i calabresi hanno esaltato le magre risorse del loro territorio filando la lana che veniva prodotta in
abbondanza grazie all'estensione e alla ricchezza dei pascoli, inventandosi la tessitura di un materiale ostico come la ginestra (cui i derivati venivano impiegati per i pagliericci e per i
tessuti comuni), giungendo perfino a introdurre nel loro territorio l'allevamento dei bachi da seta che, a Longobucco, in provincia di Cosenza, ha dato vita a una produzione di sete pregiate che
nei secoli scorsi raggiungevano i più ricchi mercati europei.
Insieme a quella tessitura, e con le stesse procedure, si è sviluppata l'arte della tintura, basate essenzialmente sulla tecnica della bollitura delle tele in infusi di
prodotti vegetali locali di facile reperibilità- Secondo il colore da dare alla fibra, si utilizzavano cortecce di melograno, pino e quercia, castagne, acini d'uva spremuti, frutti di sambuco e,
addirittura, urina di vacca.
Longobucco, un piccolo paese dai tetti rossi posto al limite tra Sila Greca e Sila Grande, è la capitale morale della tessitura calabrese, il luogo da cui provengono i
tanti disegni (”punti”) che lo caratterizzano, dalla” testa di re”, splendido, a fondo giallo oro, che rappresenta il vaso più bello, quello del re, in verde; al ”punto del giudice”, in cui due
uccelli si trovano in perfetto equilibrio sui piatti di una bilancia e che viene lavorato con tutta la gamma dei colori.
Quindi, la ”vigna”, intreccio di grappoli e pampini, molto suggestivo per i toni del verde e del lilla scuro, che rappresenta l'abbondanza e la prosperità; la "processione”, un punto in cui l'uomo e la donna vengono ritratti nell'abbigliamento tradizionale; fino all'ultimo nato, il ”Capogrossi”, che si ispira ai forchettoni del famoso pittore.
Se Longobucco è la culla dell'eccellenza, tutto il resto della regione non è da meno e in ogni comunità si applicano tecniche riconducibili ai periodi storici e
influenze culturali ben precise. Al fiorire della civiltà della Magna Grecia può essere ,infatti, attribuita alla geometricità delle figure, comunemente indicate come”greca chiusa”,” arcata di
denti”,” “fiori”, “canale di organo”,” zampa di cavallo”, tutti disegni perfettamente aderenti ai canoni dell'arte ellenica. I tessuti a strisce risentono, invece, degli scambi culturali con la
civiltà egizia.
Il Cristianesimo è evocato da una serie di simboli attinenti alla religione: il calice, la sfera, le stelline, i pampini di vite e la “catena del diavolo”. All'influsso
arabo si fanno risalire alcune immagini di animali e altri oscuri simbolismi. Il disegno a ”scorzuni”, infine, è di chiara ispirazione spagnola.
La ricchezza della tradizione tessile calabrese si spiega anche con il fatto che, fino agli inizi del ‘900, non c'era casa dove mancasse il telaio a mano. E quelli
utilizzati oggi sono ancora gli stessi, dalle possenti strutture in faggio, realizzate come per affrontare i secoli a venire.
Le materie prime impiegate sono quelle avvicendatesi nel corso dei secoli, dalla lana (la più antica) alla seta, alla ginestra, al cotone, introdotto dagli arabi, ai cascami di stoffe con cui, a Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, si realizzano le caratteristiche coperte patchwork, dette ”pezzare”.
L'arte della tessitura continua a essere diffusa un po’ in tutta la regione, spesso in forma più privata che imprenditoriale, con caratterizzazioni che variano da zona
a zona, sia per le materie prime sia per i colori e i punti impiegati.
Tra i distretti artigianali più significativi si segnalano Tiriolo, in provincia di Catanzaro, dove si producono ancora i ”bancali”, splendidi scialli in seta o in lana
a fondo nero e fasce terminali coloratissime, e San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza, dove la produzione dei mitici costumi femminili ha ceduto il passo agli originali tappeti annodati
di tipo "persiano”.
Nel reggino spiccano le attività artigiane dei telai di Pardesca di Bianco e di Gerace, ma esprime significati profondi anche la tessitura dei filati di ginestra,
caratteristica di San Luca e delle comunità di lingua greca dell'Aspromonte meridionale.
L'OREFICERIA
La forte influenza culturale bizantina e la presenza di miniere d'argento, hanno fatto in passato di San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza, la capitale calabrese dell'arte orafa, la cui produzione era principalmente finalizzata all'arricchimento dei costumi tradizionali e all'addobbo delle immagini sacre.
Pur continuando ad ospitare orafi di grande valore, oggi la città ha perso questa prestigiosa leadership che si è trasferita a Crotone, trasformatasi in un vivace
distretto i cui gioielli, realizzati principalmente in filigrana e oro su onice, riproducono magistralmente il gusto dei monili delle popolazioni della Magna Grecia, di cui sono ricchi i musei
archeologici calabresi.
Validi orafi operano anche a Rossano, in provincia di Cosenza, facendosi apprezzare soprattutto per la produzione di piccole maschere benauguranti e di antiche icone.
IL LEGNO
L'artigianato calabrese del legno ha connotazioni di forte originalità che sembrano svincolate da qualunque "pressione commerciale". Una delle sue forme più originali è quella della cosiddetta "arte dei pastori" che ancora sopravvive nelle Serre e sulla Sila Greca, con piccole produzioni di cucchiai, ciotole, stampi per dolci, imbuti, bastoni intarsiati, in aggiunta a fusi e conocchie che qui è tradizione vengano donati dal promesso sposo alla sua fanciulla.
A Cerreto e Cariati, in provincia di Cosenza, e a Castelsilano, in provincia di Catanzaro, è ancora fiorente la produzione di telai a mano, realizzati prevalentemente
in legno di faggio, mentre a Melissaa e Brugnaturo si lavora come un tempo la preziosa radica dell'Aspromonte per produrre pipe da collezione.
Tuttora viva, infine, è l'arte del legno intagliato praticata in molte località sia per produzioni originali che su disegno dell'acquirente. I centri più importanti
sono Castrolibero e Cariati, in provincia di Cosenza, Staletti e Tiriolo, nel Catanzarese, e Palmi, in provincia di Reggio Calabria.
LA CERAMICA
Quantitativamente, la ceramica è la forma di artigianato più importante In Calabria, l'arte di plasmare l'argilla si perde nei secoli e le
più antiche testimonianze convergono nell'indicare Squillace, l'antica” Minerva Scolacium”, come la culla della ceramica calabrese, il primo luogo in cui gli abitanti iniziarono a dare forme
all'argilla per costruire gli utensili di cui si servivano per il disbrigo delle faccende quotidiane. Quegli oggetti, graffiti con decori di un caldo colore rosso scuro, divennero la
caratteristica produzione dei ceramisti di Squillace, e già nel ‘400 la il loro vasellame varcava i confini della regione per approdare alle grandi corti, come quella di Ferrante di
Aragona.
La caratteristica peculiare delle ceramiche squillacesi è rappresentata dalla tecnica dell’”ingobbio”, un antico procedimento che consiste nel rivestire il manufatto di
un velo di argilla caolinite (colore bianco), che viene poi decorato e graffito con una punta acuminata. L'argilla, così messa a nudo, in prima cottura assume un colore rosso scuro in contrasto
con l'ornato ingobbiato o biancastro.
Attualmente, la ceramica è la forma di artigianato quantitativamente più importante della Calabria e il fervore che la contraddistingue permette di coprire ogni
tipologia, da quelle d'uso a quelle artistiche.
I pezzi di maggior interesse, ovviamente, sono quelli in cui gli artigiani esprimono al meglio il bagaglio tecnico ed estetico che si rifà ai fasti della Magna Grecia,
e si possono trovare nelle botteghe di Locri, Bagnara Calabra e Gerace, in provincia di Reggio Calabria, a Sibari, in provincia di Cosenza e, ovviamente a Squillace, in provincia di
Catanzaro.
I ceramisti di Seminara, in provincia di Reggio Calabria, invece, prediligono la produzione di oggetti dalle forme simboliche, legate alle tradizioni popolari, dalle
maschere per scacciare la malasorte sino ai “babbaluti”, bottiglie antropomorfe spesso a simbologia fallica, decorate con un volto dalle espressioni ironiche e diffidente, un ghigno coloratissimo
sulla superficie lucida.
Di interesse più culturale che commerciale, infine, sono le attuali riproduzioni di “pinakes”, le originali tavolette votive, riproducenti diversi momenti del ratto di Proserpina. Nell'antica Locri questi ex voto venivano appesi agli alberi con l'inizio della primavera, in coincidenza con la venuta della dea sulla terra. Venivano quindi frantumati in autunno e gettati nelle” favisse” (fosse sacre). I moderni “pinakes”, prodotti soprattutto nell'area di Locri, sono l'esatta riproduzione di quelli antichi, e godono ancora di un discreto interesse, legato a fenomeni di collezionismo.
GLI STRUMENTI DELLA SUPERSTIZIONE
Sotto la generica etichetta di” artigianato” vengono comprese attività umane della più varia natura, incanalabili, però, in due
filoni principali: quelle indirizzate alla soddisfazione di esigenze pratiche, reali, contingenti, e quelle mirate a fornire risposte alle istanze dello spirito, siano esse di natura pagana,
religiosa o meramente filosofica.
In Calabria, la sostanziale impenetrabilità dei territori interni, unita alle influenze delle culture espresse dalle dominazioni che
vi si sono avvicendate, ha fatto sì che, attraverso i secoli, la religiosità cristiana si è innestata su un substrato culturale dai forti connotati pagani e ampiamente venato di
superstizioni.
Ne sono tuttora una testimonianza illuminante (e per molti versi affascinante) i riti
religiosi celebrati in occasione delle più importanti feste della liturgia cristiana, dove eredità pagane e riti scaramantici si affiancano e sovrappongono a quelli canonici del cerimoniale
religioso.
Tutto questo ha dato vita anche a una particolare forma di artigianato, in cui le capacità manuali vengono messe al servizio della
superstizione e dei suoi rituali, per realizzare impressionanti maschere apotropaiche oppure feticci che vengono issati sui comignoli delle case per allontanare il malocchio.
Una intera sezione del Museo del Folklore di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, è dedicata a questi manufatti, straordinari anche al di là dei
significati loro attribuiti, ma il viaggiatore attento ne potrà scoprire ovunque, soprattutto nei piccoli paesi all'interno, alzando gli occhi ai tetti delle case e non mancando di rivolgere lo
sguardo agli angoli meno illuminati delle chiese di campagna.
LA 'NDUJA
Chi ama i sapori decisi, senza compromessi, non potrà che apprezzare i salumi calabresi. Certo, il primo impatto è "di fuoco", ma è il dazio da pagare per addentrasi in un mondo di sapori complesso e intrigante che non ha eguali in Italia. Il salume calabrese più noto è la soppressata, un insaccato ottenuto insaporendo pezzetti magri di coscia, spalla e filetto di maiale con sale e peperoncino.
Nella sua apparente rusticità, la soppressata è un salume ricco, fatto con i pezzi migliori, agli antipodi della 'Nduja, un prodotto tipico del catanzarese (in particolare Spilinga, Brattirò, Zungri e San Gregorio), che comincia ad essere scoperto anche al di fuori della regione.
La 'Nduja si prepara macinando più volte le carni suine di seconda o terza scelta (sottopancia, rifilatura della spalla e della coscia, testa) insieme ad una abbondante quantità di peperoncino (250 g per ogni kg di carne) insaccandole poi nel budello cieco.
Si può gustare già dopo un mese di stagionatura in ambiente fresco, ma i sapori più raffinati si apprezzano nelle 'Nduje di almeno un anno, in cui l'aggressività del peperoncino si stempera lasciando spazio ad uno straordinario complesso di sapori.
APPUNTAMENTI DA NON PERDERE
Il luogo ideale per acquistare il più genuino artigianato calabrese sono i mercati che si svolgono con cadenze settimanali o quindicinali in tutti i centri, grandi e piccoli, della regione.
Il meglio delle produzioni, però, viene riservato per le occasioni speciali quando, secondo antica tradizione, alle feste religiose si affiancano le fiere e nell'euforia dei festeggiamenti la gente è più disponibile ad acquisti che trascendono la necessità contingente e si lascia conquistare dal bello o dal superfluo.
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