Benché nell'immaginario collettivo la Lombardia si configuri come la regione più industrializzata d'Italia, in moltissime zone il peso dell'agricoltura continua ad essere prevalente e questo trascina con se' il sopravvivere di una diffusa "mentalità" artigiana che permette in perpetuarsi di numerose attività che, con grande probabilità, il modesto riscontro economico avrebbe portato inevitabilmente all'estinzione. 
       A questo, soprattutto nei grandi centri urbani, si è associata, negli ultimi decenni, una decisa rivalutazione delle "abilità manuali", soprattutto da parte di chi, grazie alle attività industriali, ha potuto raggiungere livelli di vita di consolidato benessere. Per cui, nella stessa Milano e negli altri grossi capoluoghi della regione, si trovano (e sono in crescita) botteghe in cui si esercitano tradizionali attività artigianali, spesso radicalizzate nell'applicazione delle antiche tecniche di lavorazione.

IL FERRO

       Non è casuale che le zone di Brescia e Lecco siano epicentro di una fiorente industria siderurgica. Lo sfruttamento dei giacimenti minerari di cui erano ricche le valli lombarde, unito all'abbondanza di legname e alla forza motrice ricavata dai corsi d'acqua, permise di sviluppare, tra il XVII ed il XVIII secolo, un fiorente artigianato della lavorazione dei metalli, presto tramutatosi in un'industria vera e propria. 
       Fortunatamente, di fianco a complessi industriali di enormi proporzioni, hanno trovato mercato antiche attività che riescono a prosperare nonostante applichino metodologie di lavorazione apparentemente antieconomiche.

       Gli esempi più significativi di artigianato storico si possono riscontrare in Valcamonica, nel bresciano, dove si producono ancora attrezzi agricoli utilizzando antichi magli azionati ad acqua, oppure a Premana, in provincia di Como, fra le montagne della Valsassina, dove un'attività secolare e sempre fedele a se stessa non solo si è rivitalizzata ma ha raggiunto negli ultimi decenni i suoi livelli massimi di espansione
       A Premana, forgiatori, fabbri, coltellinai e chiodaroli, si sono tramandati il mestiere per secoli, operando in loco oppure emigrando verso i centri più ricchi della pianura padana, quali Venezia, Verona, Torino, Bergamo e Milano. Si tratta di un artigianato del ferro applicato a una gran quantità di manufatti che solo all'inizio del ‘900, grazie alla fortunata iniziativa di un imprenditore, cominciò a focalizzarsi su coltelli e forbici.

       I successi della mitica fabbrica Italicus convinsero la totalità degli artigiani di Premana a dedicarsi a questa produzione specialistica, dando vita a un comparto che collezionò successi e a raffica riuscì a superare, senza grandi traumi, la crisi del dopoguerra ed esplose negli anni ‘70 anche grazie all'introduzione di nuove tecnologie e a una particolare attenzione all'evoluzione del design. 
       Gli ultimi decenni hanno segnato un crescendo ininterrotto di successi, soprattutto a scapito degli agguerritissimi concorrenti tedeschi, un tempo dominatori assoluti dei mercati internazionali. Oggi Premana è uno dei più importanti centri mondiali per la produzione di forbici e coltellerie, che spaziano dai modelli industriali e di design moderno ad attrezzi per usi speciali, soprattutto agricoli, dalle forme molto particolari, a prodotti tradizionali, che continuano a essere lavorati unicamente a mano, come i coltelli da caccia, le forbici da occhielli e le curiose “forbici segnabestie”.

LE ARMI

       La tradizione degli armaioli lombardi è assai antica e documentata, soprattutto nella città di Milano che, tra il. '500 e il '600 esportava armi in tutta Europa. 
       Durante tutto il Rinascimento, quando nella costruzione delle armature si passò dalla maglia di ferro alle piastre d'acciaio, la produzione degli artigiani milanesi raggiunse elevati livelli di apprezzamento e grande fama internazionale. Nello stesso periodo, ala produzione di armi si sviluppò notevolmente anche a Lecco, Bergamo, e, soprattutto, nell'area della provincia di Brescia.
       Gardone Val Trompia è ancora oggi un centro importante per la fabbricazione di armi (qui ha sede la Beretta, azienda di livello internazionale, fondata nel 1680) e le originarie fabbriche artigianali si sono evolute in vere e proprie industrie, leader nel settore a livello mondiale.

       Parallelamente, però, si assiste ad una forte espansione di aziende che producono, con procedimenti del tutto tradizionali, perfette riproduzioni di armi antiche che, grazie alla meticolosa cura in tutti i particolari, compresa la scelta dei materiali (si tratta di armi vere e proprie, perfettamente funzionanti) sono apprezzate sia come oggetti da collezione, sia da gruppi di amatori che si dedicano allo studio e al riutilizzo, soprattutto a livello agonistico, delle armi ad avancarica.


IL VETRO

       Tra i meriti da ascrivere al Duomo di Milano vi è sicuramente quello di aver creato e mantenuto vive innumerevoli forme di artigianato che, diversamente, non avrebbero neppure avuto modo di svilupparsi. Tra queste, importantissima, quella delle vetrate d'arte, che si è perpetuata ininterrottamente dagli inizi della costruzione fino a pochi decenni fa.

       Questo ha determinato il formarsi di una vera e propria scuola vetraria lombarda che, con il ridursi delle commesse destinate alla decorazione dei luoghi di culto, si è costantemente rinnovata, cogliendo al balzo le opportunità offerte dalle varie correnti estetiche, con momenti di rinnovato splendore a partire dal travolgente affermarsi del Liberty. 

       Oggi, i laboratori di lavorazione artistica del vetro sono sparsi un po' in tutta la regione e rappresentano un settore in costante fermento, dove spesso il confine tra arte ed artigianato diventa impalpabile. 
       Come attività derivata, merita di essere ricordata quella sviluppatasi a Bellagio, in provincia di Como, diventato ormai un importante centro per la produzione di bocce in vetro leggero soffiato, quindi dipinto e decorato, usate per addobbare gli alberi di Natale.

LA CERAMICA

        Chi "ne sa" di ceramica, associa immediatamente le parole "Vecchia Lodi" con lo stile caratterizzato da vivaci decorazioni a fiori policromi, creato nel corso del Settecento dai ceramisti lodigiani, già apprezzati e contesi in tutta la Lombardia fin da quando, nel XV secolo si dedicavano prevalentemente alla produzione di oggetti d'uso quotidiano, decorati con la semplice gamma dei colori metallici in verde, bruno, blu e giallo antimonio.
       Gli storici, però, collocano i primordi della ceramica lodigiana ben più indietro nel tempo: dagli scavi archeologici di Laus Pompeia (l'attuale Lodi vecchia) accanto all'artigianato fittile, proveniente dall'Etruria e dalla Magna Grecia, è emersa una produzione locale soprattutto di statuette votive e lucerne.

       Curiosamente negli archivi si scopre che per tutto il ‘500 e il ‘600 la miglior produzione era destinata prevalentemente all'esportazione, quasi a preparare il terreno per il forte sviluppo, sia qualitativo sia commerciale, verificatosi nel ‘700, quando le fornaci lodigiane dedite alla creazione di maioliche passarono da 4 a 5 e vennero introdotte nuove tecniche di decoro (fra le altre il cosiddetto “piccolo fuoco”) con le quali esprimere al meglio gli imperanti canoni estetici di ispirazione barocca.

       L'artigianato lombardo della ceramica, quindi, vanta antiche e gloriose tradizioni ed è tuttora vitale anche se, contrariamente a quanto accade di solito per questo settore, non si è sviluppato un polo di aggregazione geografica, fatta eccezione per la città di Laveno, in provincia di Varese diventata ormai un'importante centro di produzione delle ceramiche da tavola, molte delle quali conservano ancora forme particolari di carattere tradizionale.


       Ci sono, poi, laboratori sparsi un po’ in tutta la regione anche se si ha la più alta concentrazione a Milano, dove l'estero dei singoli operatori ha preso il sopravvento sui filoni estetici tradizionali, fatta eccezione per i grandi vasi smaltati di colore verde scuro, un tempo utilizzati soprattutto per la conservazione dei cibi, i quali continuano a trovare fedeli compratori.

IL LEGNO

       La presenza di grandi estensioni boschive in tutta la fascia alpina e prealpina della Lombardia, è stata sicuramente il primo forte incentivo per lo sviluppo delle attività legate alla trasformazione del legno.

       Solo quando il mercato si è consolidato e le richieste hanno costretto gli artigiani ad industrializzarsi, si è verificata una generalizzata discesa a valle delle aziende che, in questo modo, hanno dato vita alla nascita di alcuni poli produttivi del mobile tra i quali quello della Brianza resta il più grande ed il meglio organizzato. 

       Il mobile lombardo vanta una grossa tradizione i cui primordi risalgono all'epoca rinascimentale quando una nuova sensibilità artistica si insinuò tra le mura domestiche e le case dei nobili cominciarono ad arricchirsi di mobili finemente intarsiati.
       Il giaciglio spartano che fino ad allora aveva costituito il letto, si trasformò in una sorta di palcoscenico sopraelevato e sormontato da un baldacchino avvolto nei drappeggi. L'evolversi degli stili, dal barocco seicenteco al neoclassico del ‘700, si trasferì quasi integralmente nella fattura dei mobili lombardi, prima con una ridondanza di orpelli, gessature, laccature, , poi con l'avvento di linee pulite, eleganti ed essenziali. Proprio in Lombardia, a Parabiago, nella bottega dell'ebanista Giuseppe Maggiolini, nacquero mobili che avrebbero segnato un'epoca e che sarebbero stati un riferimento stilistico riconosciuto in tutto il mondo.


       Lo straordinario sviluppo economico di cui fu protagonista Milano nell'Ottocento diede ulteriore impulso all'artigianato del mobile alle prese con un nuovo vastissimo bacino di utenza: la borghesia. Fu proprio quello il momento in cui la raffinata produzione artigianale si disgiunse dal mercato del mobile: da una parte un lento declino, dall'altra la trasformazione delle imprese artigianali in complessi industriali, pronti a indirizzare tecnica, creatività e stile, ovunque li guidasse il mercato. 
       Ma non tutto è perduto: delle antiche produzioni sopravvive quella degli oggetti da cucina, concentrata soprattutto in Valtellina (in particolare Morbegno, in provincia di Sondrio) e nella valle Imagna, in provincia di Bergamo, e quella delle botti, con uno sparuto numero di artigiani concentrati nella zona vinicola per eccellenza, l'Oltrepo Pavese. 
       Ad Abbiategrasso, infine, è tuttora fiorente la produzione di sedie rustiche impagliate, che hanno riconquistato il favore di molti consumatori grazie al mix vincente di robustezza, comodità e aspetto accattivante.

LE PIPE E LE TABACCHIERE

       Quello delle pipe in radica è un mercato difficilissimo, caratterizzato da una clientela esperta e raffinata, capace di riconoscere e apprezzare solo i prodotti che rasentano la perfezione.

       Questi consumatori hanno da tempo decretato il successo dei laboratori specializzati di Cantù, in provincia di Como, e Gavirate, in provincia di Varese, che si fanno apprezzare soprattutto per l’accuratezza nella scelta del materiale e per la finezza dell’esecuzione. Qui infatti la pipa è lavorata prevalentemente a mano da maestranze ben qualificate e, spesso, assume la forma di una piccola scultura.

       Per realizzare i fornelli si impiega esclusivamente la radica, ovvero la parte sotterranea dell'erica arborea che cresce sulle colline più aride e pietrose di Liguria, Toscana, Calabria, e Sardegna (la migliore) ma anche in Grecia e Spagna. Una materia legnosa e compatta che accoglie il forte calore del tabacco acceso senza subire danni e senza sprigionare il minimo odore.

       Dalle mani degli stessi artigiani escono anche altre tipologie di oggetti, quali tabacchiere e scrigni in radica e altri legni pregiati, spesso intarsiati in argento, disponibili in disegni che spaziano dalle forme tradizionali a quelle più moderne.

GLI STRUMENTI MUSICALI

       La tradizione musicale lombarda risale addirittura al Medioevo, quando nei palazzi della nobiltà, anche a dispetto dei dettami della Chiesa che, nelle cerimonie, pretendeva l'impiego esclusivo della voce umana, si dava grande spazio alle esibizioni di musici con strumenti a fiato o a corda, tra i quali il preferito era il liuto, apprezzato per le sue sonorità leggere e seducenti.
Non a caso il più celebre compositore dell'epoca era Francesco da Milano, vissuto nella prima metà del ‘500, in perenne pellegrinaggio tra le corti dei Gonzaga e dei Farnese.
       Sono quelli gli anni in cui la viola, diffusasi prima dell'anno Mille tra i suonatori di musica profana, proprio nelle botteghe artigiane della Lombardia, subì una radicale trasformazione che portò alla nascita del violino
       Gli strumenti creati per la prima volta nelle botteghe di due liutai bresciani, Pellegrino Micheli di Montichiari e Gasparo Bartolotti di Salò, riscossero immediato successo, sia per la grande maneggevolezza che consentiva virtuosismi impossibili con la viola, sia per la più ampia estensione di timbri e il suono brillante e aggressivo.

       Dapprima si trattò, soprattutto, di un successo circoscritto all'ambito della musica popolare che vide il violino diffondersi prevalentemente tra gli ambulanti e i cantastorie, ma già nel ‘600 importanti musicisti cominciarono scrivere le prime raffinate partiture per violino, accreditandolo anche presso i circoli nobiliari e i cenacoli della musica dotta.
       ‘600 e '700 sono i secoli d'oro della liuteria lombarda che aveva i suoi poli di eccellenza in Brescia e Cremona, città che hanno espresso le più grandi dinastie di liutai della storia: gli Amati i Guarnieri e gli Stradivari a Cremona, i Bertolotti e i Maggini a Brescia.
       Il cammino glorioso del violino conobbe le prime battute di arresto proprio nel ‘700, con l'avvento del clavicembalo, caratterizzato da sonorità estese e vigorose, creando le premesse di una crisi che si sarebbe aggravata ulteriormente con la successiva invenzione del pianoforte, e che si sarebbe protratta fino all'inizio del ‘900, quando il violino riconquistò un ruolo centrale nel panorama della musica classica e i liutai di Cremona tornarono a ricevere commesse da ogni parte del mondo.

       Per quanto riguarda la costruzione di strumenti musicali, comunque, il panorama lombardo non si limita alla nicchia di eccellenza della liuteria duepunti, a Crema, in provincia di Cremona, e a Cuvio, in provincia di Varese, continua la produzione di organi, mentre Stradella, in provincia di Pavia, mantiene viva la tradizione delle fisarmoniche, quasi a dispetto del dilagare di musiche che ne ignorano il prezioso contributo. 
       Il revival della musica folkloristica, infine, ha segnato una ripresa della produzione dei “firlinfoeu”, ovvero i flauti di pan, presente da tempo immemorabile in Brianza e nel bergamasco.

LA PIETRA OLLARE

      Numerosi reperti archeologici testimoniano che la lavorazione della pietra ollare in Valtellina e in Val Chiavenna risale all'età del ferro e, pur con alterne fortune, non si è mai interrotta, soprattutto in Val Bregaglia e Valmalenco dove ha, da sempre, rappresentato un'importante fonte di reddito, anche grazie alla felice posizione delle due valli, passaggio obbligato di viandanti e mercanti.

       La pietra ollare, qui chiamata anche “pietra verde di Chiavenna”, si distingue per la grana fine di colore grigio tendente al verde, talvolta attraversata da piccole venature bianche e nere, è una pietra di facile lavorazione, molto resistente al calore e capace di accumularlo per poi cederlo con estrema lentezza. 

       Per queste sue qualità fu una delle prime pietre lavorate dall'uomo, impiegata per lo più per la realizzazione di pentole e contenitori per il cibo.


       Questi erano i manufatti su cui si basava prevalentemente la produzione locale ma, con il passare del tempo, essa andò via via sviluppandosi fino a comprendere una vasta gamma di oggetti che gli artigiani impreziosivano lucidandoli con cera di candele e arricchendoli con decorazioni incise, o ottenute in rilievo sul tornio, asportando la parte lucida. In un secondo tempo, fu introdotto l'uso di una vernice a base di anilina, di colore verde malachite, che aiutava a dare all'oggetto un'intensa tonalità verde oltremare che ben si intonava al colore della pietra.
       Il declino di questo artigianato iniziò nella seconda metà dell'Ottocento quando cominciarono a diffondersi le pentole in metallo di produzione industriale, meno costose e più pratiche da maneggiare. A questo, va aggiunta la sostanziale resistenza degli artigiani locali a adottare nuove tecniche produttive. Basti pensare che, fino all'inizio degli anni ‘60 del ‘900, l'estrazione della pietra ollare era praticata con metodi tradizionali, basati sull'utilizzo di punte e picconi manovrati unicamente dalle abili mani dei “lavegiat” o “lavagé”. 

       Benché tardiva, l'introduzione di macchinari elettrici ha reso più veloci ed economiche le fasi preliminari di estrazione e preparazione dei blocchi, in modo che tutte le energie dei pochi artigiani ancora dedite alla pietra ollare si sono potute concentrare sulle fasi di formatura e tornitura dei manufatti da avviare al mercato.
       Tra questi, i più noti e apprezzati sono sicuramente i “lavec”, le caratteristiche pentole che, grazie alla loro capacità di mantenere il calore durante e dopo la cottura, consentono di cucinare i cibi in modo lento e uniforme, e i “furagn”, sorta di ciotole con coperchio che anticamente, quando il frigorifero non era ancora stato inventato, venivano impiegate per la conservazione dei cibi.

LA TESSITURA

       I lunghi inverni alpini, con la neve che costringeva a forzata inattività hanno, ha sempre facilitato lo sviluppo di attività artigianali che richiedono soprattutto tempo, concentrazione e abilità manuale. Questi elementi sono all'origine della più tipica attività tessile della Lombardia, sviluppatasi in Valtellina con la realizzazione di un particolare tipo di tappeto rustico chiamato “pezzotto”.
       Si tratta di tappeti realizzati ancora oggi a Chiuro, Livigno, Sacco, Rasura e Morbegno, in provincia di Sondrio, lavorando fili di canapa su grandi telai a mano, combinandoli con striscioline ritorte tagliate da altri tessuti, fino a ottenere semplici disegni geometrici di grande effetto cromatico.

       Nelle province di Como e Lecco, invece, l'attività tessile è diventata molto presto un'industria.  Prima ancora che per la seta, i sin dai tempi antichi, Como era famosa per la lavorazione dei panni di lana che nel ‘300 venivano spediti non solo a Venezia e Genova ma anche nei mercati d'oltralpe. Ancora oggi, una via della città porta il nome di “Via Pannilani”.

       Più che nel capoluogo, l'artigianato tessile che dal ‘500 in poi si è concentrato sulla lavorazione della seta, ha straordinaria diffusione nelle zone limitrofe, per esempio a Bellagio, dove è possibile trovare stamperie, tintorie, laboratori che confezionano cravatte, foulard di seta e capi d'abbigliamento. Altri centri della provincia sono specializzati nella produzione di preziosi tessuti per l'arredamento.

I MERLETTI

       In Brianza è ancora viva la raffinata produzione della “trina di Milano”, un'attività che conobbe un momento di grande splendore nel XVIII secolo, quando i preziosi manufatti delle donne del luogo erano contesi dalle più ricche famiglie di tutta Europa.
       Le prime testimonianze storiche relative ai merletti lombardi lavorati al tombolo risalgono al ‘300, quando questa era una delle attività più diffuse nei conventi delle Benedettine e delle Umiliate. Di qui, questa forma di artigianato si diffuse in tutta l'area della Brianza, creando la base per la nascita della cosiddetta “trina di Milano”, apprezzata già nel ‘500 nelle principali capitali europee. I motivi floreali dei merletti Lombardi si imposero per originalità, fantasia, e raffinatezza, di gran lunga superiore a quelli eseguiti con generiche forme geometriche.

       Inoltre, gli scambi tra conventi italiani e francesi appartenenti allo stesso ordine religioso favorirono l'acquisizione di nuove tecniche che arricchirono i pizzi lombardi dei punti di Cluny, del Valencienne e di quello di Alençon. Il successo fu tale che, nella sola Cantù, all'inizio dell'Ottocento, il numero delle donne impiegate nella realizzazione dei pizzi salì a oltre 700, creando un mercato del lavoro che veniva alimentato in continuazione dalle famiglie contadine dove si insegnava alle figlie a manovrare i fuselli fin da giovanissime e, quando le condizioni economiche lo permettevano, già a quattro anni le si affidava a pagamento alle cure di una maestra di tombolo.
       La crescita fu ininterrotta fino al secondo dopoguerra, quando l'artigianato dei pizzi imboccò una parabola discendente che ridimensionò il settore ma non determinò la perdita di una tradizione che continua a essere tramandata di madre in figlia, se non altro per finalità domestiche. Un patrimonio che, una volta esaurito il fuoco fatuo dei pizzi di provenienza orientale, è stato riscoperto negli ultimi anni e ha permesso il risveglio di questa eletta forma di artigianato che è tornata a suscitare l'interesse della clientela più raffinata.

GLI INTRECCIATI

      A dispetto della plastica, nella montagna lombarda sopravvive e prospera la produzione di gerle e cesti. Apprezzati un tempo per la praticità e la robustezza, i contenitori ottenuti dall'intreccio di vegetali vengono oggi apprezzati per le forme essenziali e per il tocco di calore e naturalità che danno alla casa. Oltre che nelle aree montane, questi artigiani si sono concentrati a Oggiono, in provincia di Como, e Besozzo, Brebbia, Travedona, e Monate, in provincia di Varese, ma le loro produzioni si trovano facilmente anche frequentando le fiere e i mercati. delle valli bergamasche e bresciane.

       Con la stessa materia prima e tutt'altra tecnica, gli artigiani di Lurago d’Erba, in provincia di Como, si sono specializzati nella produzione di mobili e complementi d'arredo in giunco. Non mancano, infine, le attività curiose, come quella di Cicognara, in provincia di Mantova, specializzata nelle scope di saggina, e quella di Coccaglio, in provincia di Brescia, dove si fabbricano manici di frusta. 

LE BARCHE DEL LAGO DI COMO
       Nell'immaginario collettivo, il lago di Como è perennemente solcato da curiose barche sormontate da tre cerchi, che spuntano silenziose dalle brume e scompaiono all'orizzonte, inghiottite da tramonti languidi in cui si dispiegano tutte le tonalità dei colori pastello. Solo chi abita o frequenta abitualmente le sponde de Lario sa che quell'epoca è finita da un pezzo e quelle romantiche imbarcazioni sono state definitivamente soppiantate da pratici motoscafi e traghetti.
       Ma, tant'è, la forza dell'immaginazione, soprattutto se rafforzata dalla suggestione di film e sceneggiati televisivi, mantiene in vita quel che non esiste più e nessuno vuol credere che i “bàtej“ che trasportavano la Lucia dei Promessi Sposi non sono più realizzati da nessuno.
       In realtà, quella della costruzione di barche è stata per secoli una delle attività artigianali più floride delle sponde del lago di Como e ha dato origine a una serie di fantastiche imbarcazioni specializzate, considerate tutte dei piccoli capolavori di ingegneria navale.

       Oltre al “bàtel” (detto anche “Lucia “), impiegato prevalentemente per il trasporto quotidiano delle maestranze da una sponda all'altra del lago, si costruiva il “colomballo”, una grossa imbarcazione dal fondo piatto munita di una candida vela Latina, per lo più impiegata per il trasporto delle merci, e il “navet”, barca anch'essa a fondo piatto di grande capienza e manovrabilità, utilizzata dai pescatori che vi caricavano reti e giacigli su cui passavano la notte.
       Sul lago, però, non c'era solo lavoro e fatica. Sulle sponde si moltiplicavano ville e giardini e il “belmondo“ di allora, smanioso di solcare le acque anche per svago, non trovò niente di meglio che rubare a Venezia i suoi migliori maestri d'ascia. Nacque così una sorellastra della tipica imbarcazione lagunare, chiamata “gondola veneta senza felze”, modificata quel poco che bastava per adattare lo scafo alle diverse condizioni di navigabilità del lago rispetto alla laguna, con col fondo piatto e la fiancata molto inclinata, più stabile, più grande e mossa da ben quattro rematori.
       Era la barca dei nobili, dei benestanti, di tutti quelli che volevano ostentare il proprio benessere e, presto, non ci fu villa affacciata sul lago che non ne avesse una nella propria darsena.

I SALUMI
       Superando la retorica che dipinge la Lombardia come area di esclusiva pertinenza industriale, si può scoprire che essa possiede un patrimonio zootecnico da record ed è ricca, per esempio, di salumi ben diversificati sul territorio, e tutti ancora realizzati con lavorazioni rigorosamente artigianali.
       Tra le prelibatezze espresse in ogni angolo della regione meritano una menzione la mortadella di fegato al vin brulé, prodotta nella bassa lodigiana, e il salame Brianza, ora insignito anche del marchio DOP, tipico della omonima zona nord di Milano. 
       In provincia di Brescia, ricordiamo, tra le eccellenze, la salsiccia di castrato ovino e le soppressate prodotte lungo il litorale gardesano, mentre, nel cremonese, non può mancare un assaggio del prelibato cotechino che, un tempo, era il grande antagonista quello di Modena; e poi del salame all'aglio, diffuso soprattutto nella zona di Soresina, Vescovado e Pizzighettone.

       Ottime, poi, le pancette mantovane, in particolare la pancetta con filetto e quella con “pisteum”, caratterizzata da un intrigante ripieno di carni grasse e magre, il salame cotto sotto la cenere e quello con lingua di San Benedetto Po. 
       Spostandoci verso il confine occidentale, troviamo il salame di Varzi, anche questo DOP, la mortadella di fegato, tipica delle campagne intorno a Salice Terme, Sabbioneta, Lomazzo e Lurate Caccivio. E l’infinita varietà di salumi di Mortara, in Lomellina, tutti preparati con carne di oca, in particolare il paté di fegato, il salame e il raffinato prosciuttino.
Infine, il salume e più prestigioso della Lombardia: la Bresaola.

LA BRESAOLA     

       In Valtellina e Valchiavenna, la produzione artigianale della Bresaola sopravvive nonostante la spietata concorrenza dei salumifici industriali che inondano il mercato con prodotti all'apparenza simili, ma ben diversi per lavorazione, stagionatura e sapore. 
       Per ottenere la "vera" bresaola si utilizzano ben determinate parti della coscia del manzo (la punta d'anca, lo scamone, la noce, la sottofesa e il magatello) che, una volta ripulite di grassi e nervetti, vengono conciate a secco per 10-15 giorni immergendole in una mistura di sale, pepe, cannella, chiodi di garofano e aglio pestato, in quantità decrescente in proporzione all'altitudine in cui avviene il trattamento.

       Al termine della salagione, le bresaole vengono ben ripulite e rivestite con budello naturale, quindi poste ad asciugare per almeno 10 giorni in un locale fresco e a basso tenore di umidità. Segue un periodo di stagionatura, che può variare da uno a 3 mesi a seconda della dimensione dei singoli pezzi, durante il quale le bresaole subiscono un calo di peso che può raggiungere il 40%. 
       Con una tecnica simile, vengono preparate anche bresaole a base di carne 
di cavallo e di cervo, molto ricercate dai gourmet, ma sempre più difficili da reperire.


APPUNTAMENTI DA NON PERDERE

       Il diffuso benessere che caratterizza i grossi centri urbani della Lombardia ha contribuito a sviluppare un notevole interesse verso i prodotti di artigianato artistico, sia contemporanei che di antiquariato. Questo ha determinato la rinascita di antichi mercatini e manifestazioni dedicate a questi prodotti, parallelamente ad un fiorire di nuove iniziative, sorte tanto sull'onda della moda che per supportare iniziative locali di promozione turistica che, spesso, esauriscono il loro ciclo vitale nel corso di una o due stagioni. 

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