L'immenso patrimonio artistico della Toscana è diffuso capillarmente nel territorio e si presenta in tutte le forme possibili, da quelle "elette", quali pittura, scultura e architettura, a quelle meno celebrate ma altrettanto straordinarie, come la ceramica, l'intaglio del legno, l'oreficeria, la lavorazione dei metalli e dei tessuti.

       L'esercizio di queste arti ha impegnato per secoli legioni di artigiani che hanno cominciato ad assottigliarsi quando è venuta meno quella committenza illuminata che ha caratterizzato soprattutto il periodo del Rinascimento.

       A quel punto, le professionalità accumulate hanno preso strade diverse e l'artigianato toscano si è diversificato in due distinte tipologie. 

       Una parte ha messo a frutto le sue capacità tecniche applicandole ad una nuova tipologia di prodotti, meno raffinati ma molto remunerativi, procedendo verso una forte industrializzazione che ha permesso la nascita di floridi distretti quali l'oreficeria di Arezzo, i tessuti di Prato, i mobili di Poggibonsi e il marmo di Carrara. L'altra parte, invece, ha capitalizzato le proprie abilità tecniche e manuali indirizzandole alla manutenzione e al ripristino del patrimonio artistico preesistente.

       Ma il grande fiume dell'arte non ha spinto i suoi meandri in ogni angolo della Toscana e anche qui, soprattutto nei territori marginali, lontani dalle grandi vie di comunicazione, si è sviluppato un artigianato di radice popolare che, pur non essendo immobile, cristallizzato, e conoscendo anch'esso processi di mutazione con evoluzioni assai lente e quasi mai motivate da tendenze del gusto più o meno fugaci e occasionali, affianca, e in un certo senso legittima, la produzione di matrice più eletta a cui abbiamo accennato precedentemente.
       Sono attività che si concretizzano nella realizzazione di manufatti tradizionali, dallo strumento di lavoro all'arredo dalle radici antiche, a elementi decorativi, e dietro alle quali operano comunità più o meno vaste che quegli oggetti adoperano abitualmente e che vi riconoscono elementi portanti della propria cultura.
       Questa forma di artigianato, fortunatamente, è ancora viva in Toscana, anche se quasi assente dalle bancarelle o dai negozi delle città e delle località turistiche alla moda, e costituisce uno degli stimoli più forti, insieme alla ricerca delle specialità gastronomiche e dei vini, a percorrere la regione fin nei suoi angoli più reconditi, avventurandosi in un viaggio che non delude mai.

LA CERAMICA

       In quasi tutte le regioni italiane, la lavorazione dell'argilla si è sviluppata parallelamente nella produzione di oggetti rustici, d'uso quotidiano, e in forme più raffinate che spaziano dalla maiolica alla ceramica d'arte, alla porcellana. E quasi sempre, una delle due ha prevalso sull'altra caratterizzando in questo modo la produzione regionale. In Toscana, invece, queste due forme di artigianato continuano a convivere, godendo entrambe di un buon successo commerciale. 

       Nel primo l'attività si affermò a partire dal ‘300, raggiungendo il massimo sviluppo tra il 1490 e il 1540 quando, grazie allo stimolo del mercato fiorentino, si passò dalla maiolica arcaica e dai rustici boccali decorati in verde e bruno, ai primi generi di lusso (come la “zaffera a rilievo”) recuperando le tradizioni arabe, imitando e reinterpretando le prestigiose produzioni smaltate provenienti dalla Spagna, assimilando i colori e i decori dei nuovi dettami rinascimentali, fino alla creazione delle serie che caratterizzarono l'epoca d'oro di Montelupo Fiorentino: i fiori gotici, l'occhio della penna di pavone, la palmetta persiana .
       Dalla metà del XVI secolo fino a tutto il ‘600, la produzione si sdoppio, da una parte le splendide ceramiche per i palazzi e per le chiese di Firenze, dall'altra quelle di consumo, caratterizzate da un approccio popolare fresco e genuino in cui i decori rappresentavano scene di vita quotidiana, preti e briganti, musici e armigeri, donne e cavalieri.
       I due secoli successivi segnarono una progressiva decadenza qualitativa e creativa che, fortunatamente, si arrestò alle soglie del ‘900 quando ripresero vigore le grandi produzioni di maiolica e il settore si consolidò.

        Attualmente, nella zona di Montelupo Fiorentino, operano circa 90 tra imprese industriali e manifatture artigiane, con una produzione prevalentemente centrata sugli oggetti d'uso ed ornamento per la casa, in cui gli stili spaziano dalle riproduzioni rinascimentali al design moderno, dalla terracotta tradizionale ai prodotti di tendenza per la tavola.     

       La storia della ceramica di Sesto Fiorentino, invece, ebbe inizio nel 1737, con la fondazione della manifattura Ginori, fabbrica artigianale di maioliche e porcellane di grande pregio artistico che divennero famose in tutta Europa nel giro dei pochi decenni.
       Intorno a questo nucleo produttivo di grande eccellenza, a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, nacquero molte botteghe artigianali, spesso per iniziativa di ex pittori e modellatori della Ginori stessa che per qualche ragione avevano abbandonato la fabbrica
       Questa fioritura di laboratori intorno al nucleo centrale della manifattura storica, nel frattempo trasformatasi in vera e propria industria, è proseguita, tra alti e bassi, ancora per tutto il ‘900, dando vita a un distretto di grande vivacità produttiva. Oggi si contano circa 90 aziende che perpetuano con successo l'antica tradizione della ceramica sestese.

IL MARMO E L'ALABASTRO

       La felice congiunzione di un contesto culturale pervaso, per secoli, delle più alte forme d'arte che abbia conosciuto l'umanità, e di risorse naturali qualitativamente e quantitativamente straordinarie come il marmo delle Alpi Apuane e l'alabastro di Volterra, ha permesso il radicarsi nel territorio di forme artigianali e artistiche non comuni. Trattandosi di materie prime che nel tempo non hanno mai conosciuto cadute di interesse da parte del mercato, era ovvio che per gran parte delle produzioni si finisse per cedere ai vantaggi dell'industrializzazione e della produzione di serie.

       Questo cambiamento ha avuto un impatto minore nel settore del marmo dove le macchine si sono sostituite agli scalpellini in quelle lavorazioni che, di fatto, erano in serie anche quando tutto il ciclo di lavorazione era integralmente artigianale.

       Dalle Apuane alla Versilia, però, la secolare arte di modellare la pietra è entrata a far parte del patrimonio genetico degli artigiani locali che riescono ad esprimere il meglio di se' solo attraverso la più tradizionale manualità.  Certo, scalpelli pneumatici, frese e levigatrici elettriche sono entrate a far parte del corredo di attrezzi di ogni laboratorio, ma il loro utilizzo resta confinato alle fasi di sbozzatura e prima finitura dei manufatti.

       Quando si passa alla fase finale, quella in cui il committente, sia esso un privato o un artista di grido, vuole vedere trasferite nel marmo emozioni e sensazioni, allora tutto torna, come un tempo, a dipendere dalle nude mani dell'artigiano. 
       Per quanto riguarda l'alabastro, invece, trattandosi di un materiale tenero, inadeguato per la decorazione architettonica di esterni, l'attività è da sempre concentrata nella produzione di oggetti e suppellettili; la cui inevitabile standardizzazione ha prodotto un generalizzato scadimento della qualità. E non è casuale che oggi le migliori produzioni siano opera di quegli artigiani animati dall'istinto della ricerca di nuove forme espressive alle quali le straordinarie caratteristiche dell'alabastro hanno dimostrato di potersi adattare egregiamente.

IL VETRO

       Per uno strano scherzo del destino, due città toscane, Colle Val d'Elsa, in provincia di Siena, ed Empoli, in provincia di Firenze, dopo aver sviluppato due distinte forme di artigianato del vetro, si sono evolute l'una nella direzione dell'altra finendo per scambiarsi le rispettive leadership. L'attività, a Colle Val d'Elsa, era iniziata soffiando il classico vetro verde con cui si producevano fiaschi e damigiane.

       Di qui si è passati a forme più raffinate di lavorazione, sostituendo via via il vetro al cristallo il quale, oltre che formato, veniva lavorato da abili incisori. La gamma degli oggetti, sia di foggia antica che moderna, è oggi vastissima, ma il prodotto principale sono i bicchieri, in alcuni casi soffiati a bocca, spesso stampati da sofisticati robot, quindi impreziositi da certosine cesellature a mano. 

       Nello stesso periodo in cui a Colle si formava il rustico vetro verde, Empoli era uno dei più importanti centri italiani di produzione dei bicchieri, ma la produzione ha presto allargato il ventaglio delle sue tipologie, arricchendo la gamma dei modelli con bottiglie, vasi, caraffe, contenitori e quant'altro la fantasia degli artigiani riusciva ad inventare combinando la funzionalità e la duttilità del materiale al suo estro creativo.

       Era inevitabile che gran parte delle aziende del settore finisse per organizzarsi industrialmente, ma ad esse si affiancano numerosi i laboratori artigianali impegnati con successo in piccole produzioni dove le tecniche tradizionali associate alla ricerca di canoni estetici innovativi sono l'arma vincente.

 


IL FERRO BATTUTO

       Il Casentino è una zona ricca di corsi d'acqua e questa risorsa ha permesso la nascita di molte ferriere che lavoravano i  minerali estratti in loco. Dalla lavorazione del ferro grezzo si è presto passati alla produzione di strumenti di lavoro per i contadini e per i boscaioli, per poi dedicarsi, in tempi più recenti, a lavorazioni più sofisticate ad opera di artigiani operanti soprattutto a Stia, Castel San Niccolò, Poppi, Subbiano, a Capolona.

       La produzione di oggetti in ferro battuto, comunque, è diffusa in tutta la regione, seppur con minore concentrazione di botteghe rispetto alla zona casentinese.

       Qua e là, inoltre, ci si può imbattere in produzioni particolari, come quella dei "testi", strumenti composti da due dischi lisci in ferro battuto, entrambi forniti di un lungo manico, che servono per la cottura dei necci (cialde di farina di castagne, un tempo alla base dell'alimentazione delle popolazioni montane della Toscana settentrionale): sono facilmente reperibili nei negozi di stoviglie di Lucca e nei centri abitati di tutta la Garfagnana e spesso sui dischi sono incisi soggetti diversi, quali stelle, cuori, pupazzi, paesaggi e animali, che al momento dell'uso permetteranno di ottenere cialde decorate a rilievo.

       A Scarperia, invece, l'originaria lavorazione del ferro battuto si è evoluta specializzandosi nella produzione di coltelli, la cui qualità si è imposta anche su mercati molto lontani, contribuendo alla nascita di un distretto produttivo che oggi coinvolge un elevato numero di aziende artigianali. Si tratta di un'attività le cui origini risalgono almeno al XVI secolo, visto che già negli statuti del 1539 e 1567 si indicavano le regole cui dovevano attenersi i fabbri ferrai che operavano nel paese.
       Sviluppatasi in funzione delle esigenze locali, la produzione di “ferri taglienti” ha conosciuto una forte espansione a partire dalla metà dell'Ottocento, quando gli artigiani locali cominciarono a frequentare con successo le esposizioni nazionali e internazionali. Il culmine dell'espansione fu toccato nei primi anni del ‘900, quando a Scarperia operavano ben 46 botteghe e il numero complessivo dei lavoranti ammontava addirittura a 221.

       Una legge del 1908 limitò drasticamente la misura delle lame dei coltelli a serramanico che potevano essere liberamente portati e segnò quindi l'avvio di un lungo periodo di crisi dell'artigianato dei ferri scarperiesi, che si era progressivamente concentrato sulla riproposizione e sulla reinterpretazione dei modelli locali e regionali, più tradizionalmente diffusi nell'Italia centro-meridionale e nelle isole, ovvero proprio quelli che per l'eccessiva lunghezza della lama risultavano in contrasto con la nuova legge.
       La produzione, comunque, è continuata, seppur con alterne fortune determinate di volta in volta dall'introduzione di nuove tecnologie o da tentativi di rivitalizzazione attraverso la costituzione di cooperative
       Negli ultimi anni si è assistito a una riqualificazione della produzione scarperiese e, anche se le coltellerie rimaste non sono molte, si segnala un continuo sviluppo del settore, con una produzione tornata di alta qualità che non si è fossilizzata sulle lavorazioni tradizionali (che restano comunque il punto di forza delle manifatture) ma si è arricchita di una vasta scelta di coltelli caratteristici ed esclusivi quali la “zuava” e il “palmerino” divenuto quasi un simbolo della produzione scarperiese, il coltello “alle tre pianelle”, i “mozzetti” e gli speciali coltelli da caccia dotati di duplici estrattori.

LA TESSITURA

       Le straordinarie fortune dell'industria tessile pratese hanno radici lontane e sono il risultato di attività artigianali specializzate che nelle varie zone della regione si sono tramandate per secoli di madre in figlia.

Nonostante la forte industrializzazione del settore, antichi telai e abili tessitrici che lavorano secondo i modi della tradizione sono ancora presenti in molti centri della regione, e vengono utilizzati per intessere le coperte di lana a complicati disegni geometrici o floreali (la cosiddetta “opera a rosastella”); i tappeti e la tela ruvida che, un tempo, serviva per la biancheria da letto e da cucina, oppure il cosiddetto "truciolone", un tessuto povero e grossolano ottenuto tessendo striscioline di stoffe di recupero e filo di canapa, oggi assai ricercato per tappeti e scendiletto.

       Si tratta di prodotti particolari, ai margini dei canali commerciali tradizionali, reperibili con maggiore facilità nelle botteghe o nelle bancarelle di centri minori come Aulla, a nord di Carrara, a Castelnuovo Garfagnana e Barga, in Lucchesia, e a Roccalbegna, in provincia di Grosseto. 

       Se nella maggior parte dei casi, comunque, si tratta di attività che sopravvivono più per la passione che anima gli artigiani che per l'effettivo apporto economico, è importante rilevare come nel Casentino, in particolare a Stia, Poppi, Pratovecchio e Castel San Niccolò, stia rifiorendo l'antica produzione del "panno-lana", al punto da essersi trasformata in una delle attività trainanti dell'economia locale.

I RICAMI

       Nota soprattutto per l'importanza dei suoi vivai, Pistoia e anche la culla storica dell'arte toscana del ricamo, come testimoniano documenti risalenti al secolo XIV dai quali si ricava un curioso profilo della società del tempo e del ruolo svolto allora da questa raffinata forma di artigianato.
       L'usanza di impreziosire gli abiti con sontuosi ricami aveva contagiato tanto i religiosi quanto i laici rappresentanti della nobiltà e dell'alta borghesia, con eccessi che, nel 1332, portarono, proprio a Pistoia, alla promulgazione di una legge tesa a limitare drasticamente l'uso di abiti sfarzosamente ornati e realizzati con tessuti eccessivamente preziosi.
       Le forti multe minacciate, però, non dissuaso granché né il clero né la nobiltà, visto che nei decenni successivi si succedettero numerose promulgazioni di leggi analoghe. Se, da una parte, se ne condannava l'uso smodato, dall'altra si riconosceva al ricamo il ruolo di vera e propria arte che, appunto per la sua elezione, poteva essere praticata unicamente dagli uomini, con l'unica deroga dei conventi di clausura in cui le monache lavoravano lontano dagli sguardi della gente, dedicandosi, inoltre, a lavorazioni che non brillavano certo per lusso e fantasia,

       Nonostante questo, i ricami toscani conobbero grande popolarità proprio quando la produzione passò nelle mani delle donne, grazie soprattutto al granduca Pietro Leopoldo che trasformò i conventi femminili in educandati dove si insegnavano arti e mestieri, in primo luogo tessitura e ricamo.
       Cancellato il tabù, un grande impulso a questo settore fu impresso da molte nobildonne toscane che, unendo la filantropia a un sano senso degli affari, cominciarono a impiantare nelle loro ville delle scuole laboratorio dalle quali presero vita veri e propri centri di produzione, che prosperarono per tutto l'Ottocento, raggiungendo la massima espansione nei primi decenni del Novecento, quando agli stili classici si sommarono le influenze della Belle Époque, e ai ricami prodotti in Toscana si aprirono i grandi mercati delle capitali europee.
       Oggi, nonostante la concorrenza dei ricami di provenienza orientale o di fattura industriale, la tradizione ancor viva in molte zone della regione, soprattutto nell'area di Firenze: da una parte la direttrice che dal capoluogo si spinge verso Prato e Pistoia (nella sola provincia di Pistoia si contano oltre 200 aziende di ricami e biancheria per la casa quasi tutte di schietta impostazione artigianale), dall'altra il territorio tradizionalmente detto “del Chianti Classico”, con epicentro a Greve.

L'OREFICERIA

       La microfusione dell'oro, ottenuta attraverso il processo della "granulazione" è una tecnica messa a punto dagli Etruschi, maestri eccellenti e indiscussi nella lavorazione dei gioielli, e tramandata fino ai giorni nostri.

       Il coniugarsi di questa prestigiosa progenitura con una società opulenta e raffinata ha permesso all'oreficeria toscana di svilupparsi attraverso i secoli con la realizzazione di veri e propri capolavori che hanno interessato tutti i possibili campi di applicazione di quest'arte, dai gioielli che ornavano le nobildonne agli arredi sacri, ai fini lavori di cesello che impreziosivano le case di nobili e mercanti.

       Inevitabilmente, il grande e prolungato successo dell'oreficeria toscana è approdato alle più avanzate forme di industrializzazione, trasformando, in particolare, il territorio aretino in uno dei più importanti centri italiani per la produzione di gioielleria.

       Anche in questo campo, comunque, continuano ad operare numerosi artigiani che fanno della manualità e della creatività l'arma vincente. Ne troviamo numerosi nella stessa Arezzo, a Firenze e distribuiti in tutto il territorio regionale, soprattutto nelle zone dove turismo e benessere creano condizioni di mercato ottimali. 

GLI INTRECCIATI

       Se ci si allontana dai grandi centri e dalle città a forte vocazione turistica, dove gli oggetti intrecciati tradizionali sono sommersi da quelli cinesi e filippini, si può ancora scoprire quanto sia vitale questa antica e umile forma di artigianato.

       Benché diffusi in tutta la regione, gli intrecciati sembrano godere un momento di grande vitalità soprattutto nella parte nordoccidentale della regione, dall'entroterra pisano fino al confine con la Liguria e l'Emilia.

       A Buti e Ruota, sui monti che separano Pisa da Lucca, si producono cesti delle più svariate forme e dimensioni intrecciando canne e stecche di castagno, oppure ventole per attizzare il fuoco.

       Nell'entroterra della Versilia, nei paesini della Lunigiana e della Garfagnana, si intrecciano esili rami di salice, nocciolo, frassino e olmo per produrre vari tipi di cesti a un manico, grandi ceste ovali o rotonde, gabbie da foraggio dalle forme più svariate e il “valletto”, il grande contenitore a forma di conchiglia un tempo impiegato per la raccolta della frutta e per la vendemmia.

       Altra zona in cui queste forme artigianali non sono andate perdute sono i monti della Lunigiana, dove si produce il “vaglio” simile al “valletto” ma assai più decorativo, spesso intrecciato con materiali di colori diversi, utilizzato, come, indica il nome, per vagliare legumi e granaglie.

       Il panorama dei manufatti tradizionali comprende anche le “zane” dipinte, raffinate ceste in cui, nelle sacrestie, si conserva la biancheria per le celebrazioni liturgiche, i cestini per i lavori di cucito e di ricamo, le culle in salice selvatico decorticato, i rivestimenti di fiaschi, bottiglie e damigiane, ottenuti da materiali diversi e assai decorativi.
       Nella zona della Brancoleria, infine, un'area montana del comune di Lucca, situata a pochi chilometri a nord della città, si perpetua la tradizione di intrecciare la cosiddetta “canestra brancolino”, un contenitore basso e senza manici; è costruito con fasci di virgulti di castagno tenuti insieme con legature di spago e decorati con pennacchi di lana rossa o azzurra.

IL GESSO

       La figura del "parente povero" non è destinata ad essere sempre perdente. Ne sanno qualcosa certi artigiani della Luchesia (in particolare, di Coreglia Antelminelli e Bagni di Lucca) che si sono ritrovati eredi di una curiosa tradizione nata sui monti della Garfagnana e della val di Lima. Quando qui la povertà era estrema, qualcuno s'inventò di lavorare una materia poverissima, il gesso, modellando statuette che potevano essere spacciate, con una buona dose d'ingenuità, per marmo.

       Grazie alla buona fattura, si passò presto a dipingere queste figurine, specializzando la produzione in aree distinte: il presepe, i santi, i busti dei grandi personaggi, e così via.

       Per qualche decennio, queste :statuette sono state esportate con successo in ogni angolo del mondo, poi è intervenuta una crisi che, però, non ha, cancellato completamente questo settore, che si è in parte riconvertito, ottimizzando la produzione affiancando al gesso altre materie prime, quali la cartapesta e le resine sintetiche, e limitando l'offerta alle figurine dei presepi e ai soggetti di ispirazione religiosa.

IL CARNEVALE DI VIAREGGIO
       Di solito si tende a identificare l'oggetto realizzato dall'artigiano con qualcosa di cui impossessarsi, da portare a casa, usare o utilizzare come decoro e abbellimento. Eppure, ci sono forme di artigianato che non si possono comprare, né ammirare, ogni volta che ne abbiamo voglia.
       Al riguardo, il caso più eclatante è sicuramente quello del Carnevale di Viareggio: una sfilata di enormi carri allegorici che, al di là dello sberleffo e della vis polemica che li caratterizza, altro non sono che un'enorme ed esaltante dimostrazione di abilità artigianale, frutto di un lavoro intenso che si protrae per quasi 12 mesi e che si consuma nell'arco di due sole settimane.
       Oggi, i carri viareggini sono la massima espressione mondiale della lavorazione della cartapesta, ma non sempre è stato così. 

       Tutto ebbe iniziò nell'Ottocento, grazie alla felice concorrenza di diverse competenze e capacità artigianali: l'abilità dei carpentieri di Viareggio nella lavorazione del legno, la perizia degli attrezziieri di barche nel governare il gioco dei verricelli, la pratica delle donne nell'arte del cucito e l'esperienza dei marinai che nel loro viaggi avevano memorizzato una varietà infinita di costumi bizzarri ed esotici.
       La somma di questi fattori e la passione per l'antica tecnica della cartapesta, diedero l'avvio alla costruzione dei primi carri che, nel volgere di un secolo, si sono trasformati fino a diventare quello spettacolo straordinario e variopinto che oggi attira a Viareggio turisti provenienti da ogni parte del mondo.

IL LARDO DI COLONNATA   

       Scoperto solo recentemente dalla ristorazione d'élite e dai gourmet, il lardo prodotto a Colonnata, un piccolo centro delle Alpi Apuane la cui unica risorsa è stata per secoli il duro lavoro nelle cave, è sempre stato prodotto per autoconsumo e raramente ha affrontato viaggi più lunghi di quello che dal paese porta a Carrara.

       La sua straordinaria qualità è determinata in gran parte dal contenitore utilizzato per la stagionatura, vasche realizzate in marmo perché in loco era il materiale a portata di mano e a costo zero e che si sono rivelate ideali grazie alla porosità che garantisce al prodotto finale un equilibrio gustativo perfetto.

       La preparazione prevede che le vasche di marmo siano prima strofinate energicamente con l'aglio, quindi si dispone sul fondo un abbondante strato di sale marino, pepe, spezie (cannella, chiodi di garofano, coriandolo: ogni famiglia ha la sua ricetta segreta), rosmarino, salvia e aglio.

       Sopra questo "letto profumato" si dispongono i pezzi di lardo, quindi si procede alternando aromi e lardo finché la vasca è piena. Si lascia la vasca coperta per una settimana, quindi si ricopre il tutto con una salamoia di acqua e sale, si chiude di nuovo e si lascia stagionare per almeno sei mesi in locali freschi.

       Al momento del consumo, si ripuliscono i pezzi di lardo dalla concia e si servono a fette sottilissime dopo averli adagiati su crostini caldi di pane rustico: un'esperienza che non ha eguali.


CONSERVE ITTICHE
       La laguna di Orbetello è un mondo a parte, una Toscana primordiale dove sopravvivono tradizioni altrove estinte. Qui, mani sapienti trasformano le anguille in prelibatezze assolute, piccoli capolavori di artigianato gastronomico realizzati per una esigente clientela locale  e per un manipolo di raffinati gourmet che se ne vengono ad approvvigionale anche da molto lontano.

       Le due specialità della laguna sono le anguille "sfumate" e quelle "scavecciate". Le prime vengono preparate esponendo piccole anguille conciate con una delicata salsa di peperone rosso ad un fumo aromatizzato con finocchio selvatico, alloro, rosmarino e timo.

      Le seconde. invece, dopo essere state aperte, infilzate in un lungo spiedo e fatte asciugare all'aperto per qualche ora, vengono tagliate a pezzi, fritte dorate e messe a macerare in una marinata di aceto e vino bianco aromatizzata con salvia, aglio, rosmarino e peperoncino. 

APPUNTAMENTI DA NON PERDERE

       Inevitabilmente, in Toscana, artigianato e antiquariato si intrecciano costantemente e in nessun'altra regione come in questa si presentano come le due facce di una stessa medaglia.

       Per questa ragione, la prima raccomandazione è quella di non far derivare le proprie decisioni unicamente dal "titolo" delle manifestazioni.

       È quanto mai frequente, infatti, imbattersi negli stand di artigiani, diversamente introvabili, nei più insospettabili mercatini dell'antiquariato, come spesso accade che le manifestazioni dedicate all'artigianato, ancorché specialistiche, si trasformino in felici occasioni per mettere le mani su oggetti cercati a lungo e invano proprio nelle botteghe degli antiquari. 

Valle d’Aosta  •  Piemonte • Liguria •  Lombardia • VENETO 

Trentino-Alto Adige  • Friuli-Venezia Giulia

Emilia-Romagna  • Toscana • Marche  • Umbria • Lazio

Abruzzo • Molise • Campania •  Basilicata

Puglia • Calabria • Sicilia • Sardegna