Piccolo scrigno montuoso tra Francia, Svizzera e Italia, la Valle d'Aosta è la più piccola regione italiana; una regione dalla fisionomia e la personalità ben spiccate, orgogliosa della sua autonomia ed individualità.
IL TERRITORIO
La regione, preminentemente montuosa, è racchiusa tra le Alpi Graie e Pennine ed è coronata dai gruppi montuosi più alti dell'intero arco alpino: a nord il Monte Bianco (4.810 m), il Monte Rosa (4.633 m) ed il Cervino (4.482 m), mentre a sud si chiude idealmente con i 4.061 m del Gran Paradiso (4.061 m).
Le superfici di questi massicci, coperte quasi esclusivamente da ghiacciai, contano
140 piccoli laghi, quasi tutti d'origine glaciale, sparsi fino ai 2.800 metri.
Incastonata tra questi monti, scorre la Dora Baltea che determina una valle principale, lunga circa 100 chilometri, verso la quale convergono una serie di piccole vallate laterali e numerosissimi
valloni che frazionano ulteriormente la struttura della regione.
Il clima della regione varia molto di valle in valle, a seconda delle esposizioni al sole. In generale regna comunque un clima di tipo continentale-alpino con l'inverno
particolarmente lungo e freddo, e breve stagione estiva caratterizzata da elevate temperature.
L'apertura dei trafori del Monte Bianco e del San Bernardo, oltre al miglioramento delle vie stradali e ferroviarie, ha favorito lo sviluppo di un'industria turistica
notevolissima, che costituisce oggi una delle attività più fiorenti in Valle d'Aosta.
L'agricoltura viene praticata ovunque possibile: soprattutto nel fondovalle, dove si trovano colture cerealicole e fiorenti vigneti; le zone superiori hanno invece un
tipo di economia silvo-pastorale.
LA STORIA
I primi insediamenti umani in Valle d'Aosta ebbero luogo in epoca neolitica, principalmente nella vallata centrale; ne sono testimonianza le necropoli di Montjovet,
Saint-Nicholas, Villeneuve.
In seguito la valle fu abitata dal popolo dei Salassi, fino all'inizio dell'era cristiana, quando venne conquistata dai Romani, attirati dall'importanza strategica
della regione quale trampolino verso il territorio dei Galli. Gli scontri con le legioni romane furono ripetuti e la regione non fu di facile assoggettamento. Nel 143 a.C., nella piana di
Verolengo, le truppe del console Appio Claudio subirono una dura sconfitta, presto riscattata.
Ma la conquista definitiva avvenne per ordine di Augusto, nel quadro della più vasta azione intrapresa per domare tutte le "gentes" alpine. E fu il console Terenzio Varrone Murena che nel 25 a.C. portò a termine l'impresa e fece edificare, all'incrocio delle strade per l'Alpis Graia (Piccolo San Bernardo) e l'Alpis Pennina (Gran San Bernardo), ossia alla confluenza del fiume Dora con il torrente Buthier, la città di Augusta Praetoria da cui è derivato il nome Aosta. Altre testimonianze ci rimangono di quell'epoca: ponti, strade, acquedotti.
Nel Medioevo la regione divenne teatro di dispute violente tra feudatari e uomini di chiesa; il territorio venne spartito dai signori locali, tra i quali la nota
famiglia degli Challant, che la travagliarono con le loro lotte intestine. Passò in seguito sotto il dominio dei Goti, dei Franchi, dei Longobardi, dei Duchi di Borgogna finché, nel IX secolo,
non divenne un feudo dei Savoia. Passata ai Savoia, la valle ottenne più volte delle concessioni di autonomia, a cui il popolo ha sempre aspirato in virtù delle particolari condizioni
geografico-sociali.
L'autonomia della regione, nello Stato Italiano, è stata sancita dopo la seconda guerra mondiale, e confermata dal riconoscimento ufficiale di bilinguismo, italiano e
francese.
L'ARTIGIANATO TIPICO
L'artigianato tipico della Valle d'Aosta affonda le sue radici nella civiltà contadina delle Alpi. Il tradizionale stile di vita dei montanari implicava per ciascuno di essere al tempo stesso agricoltore ed allevatore, al fine di sfruttare al meglio le risorse limitate di un territorio avaro, e di diventare in caso di necessità anche artigiano, dato che i mercati cittadini erano distanti e i prezzi alti in rapporto alle limitate disponibilità finanziarie. Da qui la necessità di produrre direttamente a casa propria, per quanto possibile, gli attrezzi necessari per il lavoro dei campi e l'uso domestico.
Innumerevoli generazioni di contadini-artigiani hanno così elaborato, attraverso i secoli, molteplici tecniche per sfruttare in modo ottimale alcuni prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento - la canapa, la lana e il cuoio - e per utilizzare al meglio materie prime come il legno e la pietra che la natura offriva in quantità abbondante. Senza dimenticare inoltre che un importante attività mineraria forniva ai fabbri della regione ferro e rame di eccellente qualità.
IL LEGNO
La maggior parte degli artigiani valdostani si dedica alla scultura del legno, tecnica con cui si sono prodotte alcune delle principali opere d'arte della regione, come
gli stalli dei cori della cattedrale e della collegiata di Sant'Orso ad Aosta
Il legno più usato nell'artigianato tipico della Valle d'Aosta è il noce, un'essenza molto diffusa nel passato nei boschi della regione ed ampiamente utilizzata nelle
costruzioni (in particolare per i travi dei tetti e i soffitti) e nell'arredamento. Attualmente gli artigiani usano il noce per realizzare mobili di pregio e sculture figurative. L'acero, invece,
viene utilizzato per realizzare posate e vasellame, ed in particolare le tradizionali coppe per il vino: le "grolles" e le coppe "dell'amicizia". Il cirmolo, legno tenero e facile a intagliare, è
impiegato nella scultura e nei lavori di falegnameria. Il pero, il melo e il bosso, duri e compatti, sono utilizzati per sculture di piccole dimensioni, come anche la betulla, più tenera ma
nodosa; il bosso in particolare è ricercato per la fabbricazione dei "fiollets", piccoli ovoidi utilizzati durante le partite di uno sport popolare locale che porta lo stesso nome.
Dalle esigenze storiche di realizzare mobili e oggetti per la vita quotidiana, utili sia per il lavoro che per la casa, si è giunti oggi ad una grande differenziazione
dei prodotti, riconducibili a generi ben precisi che riportano alla scultura in bassorilievo o a tuttotondo, alla tornitura, all'intaglio o alla produzione di mobili. I prodotti finali, quindi,
spaziano dalla piccola stattuetta intagliata alle maschere, alle figure di animali che hanno significato decorativo e beneaugurale, agli oggetti torniti, alle vere e proprie sculture in cui
predomina l'intento artistico.
Tra le realizzazioni più caratteristiche dell'artigianato del legno possiamo annoverare i "sabots", calzature robuste e confortevoli, economiche, che avevano il
vantaggio di essere calde e asciutte, adatte ai rigori dell'inverno e al fango. Quelli da uomo sono massicci e robusti, quelli da donna più snelli, con il tacco più alto e sottile, mentre quelli
destinati ai bambini sono muniti di legacci per la caviglia.
Tra i giocattoli, i più tipici sono "les cornailles", piccole forme di mucche stilizzate dal corpo tozzo, senza gambe, costruite dai bambini in assoluta libertà di
proporzioni. In Valle d'Aosta, tradizionalmente, i giocattoli erano quasi tutti zoomorfi: oltre a mucche e pecore, erano presenti galline dal collo altissimo, i "tata", muli posti su quattro
ruote, gatti, caproni, la cui produzione continua, anche se con funzione puramente decorativa.
Tra i mobili, meritano attenzione le cassepanche o "artson", mobili indispensabili, utilizzati per contenere farina ed alimenti o per riporre il corredo della casa. Con forma esterna di cassone,
all'interno sono dotati di vari scomparti a seconda dell'uso, in alcuni casi anche con nascondigli ingegnosamente mimetizzati, decorati da disegni geometrici o da soggetti religiosi. Oppure le
culle, di modeste dimensioni, un tempo realizzate personalmente dai futuri padri che spesso le regalavano alle spose il giorno delle nozze, sollevate da terra da corti piedi, collegati tra loro
da due assicelle ricurve per assicurarne il dondolio.
Van, Fléyé, Tamis e Larre
Dei tanti attrezzi in legno che utilizzavano anticamente i contadini, oggi si fabbricano ancora scale, rastrelli in frassino con i denti di acero, i "fléyé", attrezzi per la battitura del grano formati da due bastoni di diversa lunghezza (manico e battente) collegati da una striscia di cuoio, I "van", cesti piatti con un bordo rialzato per la setacciatura del grano,i "tamis", setacci a doppio fondo per la setacciatura della farina, il "larre", attrezzo dal lungo manico e con una specie di piccola rastrelliera rotonda per la raccolta delle mele e delle pere, e poi barili, botti, gerle, tinozze e slitte di varie dimensioni per il trasporto del fieno sulla neve.
E poi, ceste e canestri per i più svariati usi, dalla "gorba" per il trasporto e la distribuzione delle sementi nei campi, alla "corbeille" alta e fornita di due coperchi, usata per il trasporto nei campi di viveri e vettovaglie, ai "tsaven" di forma emisferica, usati per raccogliere ortaggi, frutta.
IL FERRO
L'artigianato del ferro forgiato era fiorente in Valle d'Aosta fin dal Medio Evo, quando a Chatillon, già nel XIV secolo, si producevano armi da fuoco. Il capolavoro di
questa tecnica è rappresentato dalla fontana del melograno del castello d'Issogne, forgiata alla fine del XV secolo.
L'attività siderurgica, legata allo sfruttamento delle miniere di magnetite - particolarmente di quelle di Cogne - e alla costruzione di un gran numero di "fusines
forgé", si diffuse dal '700 fino all'inizio dell''800 su tutto il territorio della regione. Gli eleganti balconi in ferro battuto degli edifici della città di Aosta e dei borghi della Valle
testimoniano della abilità dei fabbri valdostani dell'epoca.
La crisi della siderurgia locale, nella seconda metà del XIX secolo, segnò il declino di questo artigianato, che non ha conosciuto alcun credibile sviluppo fin dalla seconda guerra mondiale. Lo sviluppo dell'arredamento rustico ha favorito una ripresa di queste attività, concentrate soprattutto nella Bassa Valle, che si concentra prevalentemente nella produzione di serrature artisticamente lavorate, lampadari, portaombrelli, appendiabiti, lampioni, recinzioni e insegne in ferro battuto.
I MERLETTI
Tra i costumi popolari della regione, quelli della valle di Cogne si impongono per la ricchezza dei loro ricami, superiori per quantità e mirabile fattura a quelli di
tutte le altre vallate. Qui, infatti, fin dal ‘600 si è diffusa all'interno delle famiglie la lavorazione dei pizzi al tombolo, introdotta da un gruppo di monache che, fuggite dall'abbazia di
Cluny, si erano stabilite nella Valle.
Nel volgere di pochi decenni i pizzi elaborati dalle donne di Cogne assunsero una personalità ben definita e cominciarono a essere conosciuti in tutta la regione ma
anche nei mercati limitrofi.
Con il loro nome dialettale “dentelles” questi merletti, la cui funzione originaria era quella di adornare e conferire un tocco femminile all’austero costume locale realizzato quasi sempre in “drap” nero, sono lavorati impiegando filo di lino di colore naturale o bianco, senza nemmeno l'aiuto di disegni o modelli ma riproducendo a memoria motivi trasmessi alle figlie dall'esempio materno.
Gli elementi ornamentali ricorrenti testimoniano dello sviluppo integralmente autoctono di questa forma di artigianato che trae ispirazione quasi esclusivamente dal
contesto agricolo della valle, riproducendo in maniera stilizzata fiori, animali, e oggetti di uso comune.
I “dentelles” dimostrano la loro assoluta originalità anche dal punto di vista tecnico, essendo realizzati in gran parte con punti non utilizzati altrove e
contrassegnati da curiosi nomi in dialetto locale come “teppa claire” (zolla di terra chiara), “teppa teupa” (zolla scura), “pavioula” (farfalla), “joué de perni” (occhio di pernice) e altri
ancora.
I TESSUTI
Nel Medio Evo l'allevamento degli ovini era molto diffuso, come la coltivazione della canapa , e in ogni comunità, anzi in ogni famiglia, vi era qualcuno in grado di
tessere la lana o la tela.
La tradizione di tessere la lana continua oggi soprattutto nella Valgrisenche, dove anche gli uomini praticano questa attività. Qui si produce il caratteristico "drap",
che viene utilizzato ancora oggi soprattutto come tessuto d'arredamento, grazie alla sua capacità di armonizzarsi facilmente con l'arredamento rustico. Alle tinte unite che caratterizzano le
produzioni tradizinali unita (grigio, nero, blu, porpora), oggi si sono affiancati disegni di fantasia e motivi geometrici.
La tessitura della canapa è limitata alla valle di Champorcher, dove si realizzano camicie, drappi, asciugamani e tovagliati.
Nella valle del Lys, a Gaby, si producono ancora delle particolari pantofole, chiamate "sock", con del tessuto riciclato, a volte ricamate, con le suole di feltro e canapa.
La valle di Cogne, invece, si è specializzata nella produzione di caratteristici pizzi a tombolo (dentelles) in filo di lino, di colore naturale o bianco. I motivi dei
pizzi, realizzati senza l'aiuto di disegni o modelli, si trasmettono da madre a figlia e sono contrassegnati da nomi nel dialetto locale come: "teppa clèire" (zolla di terra chiara), "teppa
teuppa" (zolla scura), "pavioula" (farfalla), "joué de perni" (occhio di pernice), ecc.
La canapa ed il panno, sono insieme con i tessuti importati come il lino, la seta e il panno di Biella, i componenti principali della fattura dei costumi popolari della
regione, in particolare quelli di Cogne, arricchiti dalle caratteristiche "dentelles", e quelli di Gressoney, tipici per i loro ricchi ricami e per la magnifica cuffia dorata, decorata con pietre
dure.
LA PIETRA OLLARE
La pietra ollare, detta anche steatite o pietra saponaria o pietra da sarto, è una varietà di talco di origine eruttiva formata dalla composizione mineraria di
magnesite e talco, caratterizzata in particolare da una consistenza squamosa e molto compatta. Il suo nome comune deriva da “olla”, recipiente per cuocere le vivande, ed è considerata il miglior
materiale per la costruzione delle stufe in pietra fabbricate in Valle d'Aosta fin dal 700 e ancora oggi usate soprattutto nelle valli di Champorcher, Ayas e Valtournanche.
Grazie al suo peso specifico molto elevato, la pietra ollare riesce ad accumulare molto più calore rispetto ad altri materiali, sia naturali sia artificiali, ed è
questa la ragione per cui è stata sempre ampiamente utilizzata per realizzare oggetti e strutture connesse a tutto ciò che riguarda il riscaldamento e il mantenimento del calore.
Basti pensare che a una stufa in pietra ollare è sufficiente un buon carico di legna per riscaldare un appartamento per tutta la giornata: dopo 2-4 ore di fuoco,
infatti, questo straordinario materiale raggiunge la massima capacità di accumulo e restituisce in misura costante il calore incamerato nel corso delle 6 10 ore successive sotto forma di calore
radiante, mantenendo stabile la temperatura della stanza.
In aggiunta alla pietra ollare ha una struttura che la rende ideale per essere sezionata, scolpita e lavorata al tornio. Perciò, gli artigiani valdostani oltre ad
approfittare di queste caratteristiche per impreziosire le stufe con raffinati decori, utilizzano la pietra anche per realizzare statue, pentole, vasi, scrigni finemente lavorati, recipienti
dalle fogge più diverse e sculture decorative.
IL CUOIO
Le attività primarie della Valle d'Aosta sono state per millenni l'agricoltura e l'allevamento. Questo secondo comparto ha determinato una notevole (in relazione al numero degli abitanti) disponibilità di pellame che ha permesso all'artigianato del cuoio di prosperare, almeno finché l'avvento delle materie plastiche non ne ha causato una drastica flessione, in particolar modo nei settori in cui la funzionalità dell'oggetto veniva considerata più importante del suo aspetto esteriore.
Da attività originariamente in di servizio, quindi, anche la lavorazione del cuoio si è dovuta riconvertire, trasformandosi in artigianato d'arte. Accade così che i classici manufatti in cuoio, quali bisacce, otri e borracce, diventano sempre più rari mentre, sparsi per le valli, perpetuano la loro antica attività alcuni fabbricanti di oggetti legati alla tradizione contadina, come i collari per le vacche e per le capre artisticamente decorati, i finimenti e le “soques”, i tradizionali zoccoli valdostani con la tomaia in cuoio e la suola in legno.
Parallelamente, in questi ultimi anni si è sviluppata una significativa produzione di accessori per abbigliamento quali cinture, borse, portafogli e calzature.
GLI UTENSILI AGRICOLI
Pur attingendo a gran parte delle forme di artigianato locale, dalla lavorazione del legno e del ferro a quella del cuoio e del rame, all'arte dell'intreccio, alle
tecniche della tessitura, la produzione di utensili per l'agricoltura rappresenta una categoria a sé stante fortemente radicata nel territorio e caratterizzata da una grande accuratezza di
esecuzione in genere svincolata da qualunque ricerca estetica
È una forma di artigianato assai significativo e tuttora così vitale che, in occasione della fiera di Sant'Orso, agli utensili agricoli viene riservato il luogo più
antico che ospitava la fiera: le Porte Pretoriane.
Qui viene sistemato un'incredibile campionario di strumenti ancora utilizzati dagli agricoltori, che spazia dagli utensili in metallo forgiati a mano, spesso in fucine improvvisate, ai rastrelli dei lunghi manici di frassino e dai denti di acero, ai “fléyé”, attrezzi per la battitura del grano, formati da due bastoni di diversa lunghezza, il manico e il battente, collegati da una striscia di cuoio. Ai “van”, cesti piatti con un bordo rialzato, utilizzati per setacciare il frumento, ai “tamis”, setacci a doppio fondo impiegati per raffinare la farina.
A questi si aggiungono tini, botti, attrezzi vari impiegati in vendemmia e in cantina, e una grande varietà di “vannerie”, ovvero ceste e gerle e panieri fatti pazientemente a mano, prodotti nella bassa valle intrecciando rametti di salice e vitalba, materiali che vengono poi rimpiazzati, quando l'altitudine non li rende più disponibili da listarelle di legno a sezione quadrata o rettangolare.
LA FIERA DI SANT’ORSO
Sicuramente, a monte della vivacità e dell'orgoglio che anima il mondo dell'artigianato valdostano, c'è anche la Fiera di Sant'Orso,
che si svolge annualmente ad Aosta alla fine di gennaio e rappresenta, oltre che un'occasione di incontro e di aggregazione, una straordinaria ed efficace vetrina delle produzioni locali, cui
accorrono visitatori non solo da ogni angolo della Valle ma anche dalle maggiori città del Piemonte e della Lombardia.
Le origini di questa manifestazione, dedicata al santo più leggendario della Valle d'Aosta, presumibilmente vissuto all'inizio del VI
secolo, si perdono nella notte dei tempi e tradizionalmente sono fatte risalire all'anno Mille, mentre la sua prima regolamentazione conosciuta risale al 1243.
Nata per favorire gli scambi di oggetti agricoli, tessuti e di qualsiasi altra merce di prima necessità o di lusso - fatta eccezione per il bestiame - tra i
valdostani e gli abitanti delle regioni circostanti (Savoia e Canton Vallese in special modo), essa riunisce oggi tutti gli artigiani della Valle che presentano qui la loro migliore
produzione.
La Fiera si sviluppa nel vecchio borgo di Sant'Orso, all'entrata occidentale della città vecchia. Il suo cuore è la piazza di Porta
Pretoria, dove sono esposti gli attrezzi agricoli in legno (manufatti di più antica tradizione) e i capolavori degli scultori unanimemente riconosciuti come migliori.
Nelle vie Sant'Anselmo e Porta Pretoria sono numerosissimi i banchi degli artigiani del legno, della canapa, del tessuto, dei pizzi,
del ferro battuto e della pietra ollare.
Sulla piazza E. Chanoux si possono visitare gli stand dei mobilieri e degli allievi delle scuole di scultura, che in questi ultimi
anni si sono moltiplicate su tutto il territorio regionale. Nelle piazze e nelle vie circostanti vengono esposte le macchine agricole e i prodotti dell'artigianato in generale (vasellame,
patchwork, lavori a maglia ecc.).
A riprova del crescente successo di questa manifestazione è importante sottolineare che, in questi ultimi anni, il costante aumento
del numero di espositori ha fatto sì che lo spazio occupato dalla Fiera di Sant'Orso si sia esteso a quasi tutti i quartieri del centro storico della città.
LA GASTRONOMIA
Una cucina sostanziosa e genuina, rustica e generosa, per gente forte delle Alpi, a base di burro, latte, formaggi, salumi, carne bovina, cacciagione e pane di segale,
condita da aromi alpestri, e completata da profumati dolci di forno.
Questi gli elementi fondamentali di una cucina che ha poche specialità, ma estremamente caratterizzate. Alcune sono state cedute al vicino Piemonte, altre, riprese da esso, sono poi state rielaborate fino a creare piatti a se'. Sono tutti piatti che acquistano ancora più sapore se gustati sul posto, non solo per la genuinità delle materie prime adottate, ma anche per la loro sintonia con l'ambiente, il paesaggio, i deliziosi ristoranti di legno rustico, decorati con oggetti di arte popolare.
LA GRANDE TRADIZIONE DEI FORMAGGI
Il formaggio più conosciuto della Valle d'Aosta, ed anche più diffuso al di fuori dei confini regionali, è la fontina, tuttora prodotta con metodi artigianali dai
piccoli allevatori e conferita alle cooperative solo per la maturazione o per la commercializzazione. Sull'origine del suo nome i valligiani sono divisi: una parte sostiene che derivi da Fontin,
alpeggio sito nel comune di Quart, mentre altri sostengono che ci si deve rifare al villaggio Fontinaz, nelle vicinanze di St. Marcel.
La tradizione dei formaggi valdostani, però, non si ferma alla fontina, e chi vaga per queste valli avrà l'ooportunità di avvicinarsi a piccole produzioni di grande
pregio. Dopo la fontina, il formaggio più diffuso è la "toma", prodotta con latte vaccino non sottoposto a fermentazione, dalle caratteristiche diverse da zona a zona: le tome della Valgrisanche,
sono magre, molto aromatiche e profumate; quelle di Bruson, cono vendute sia fresche che stagionate; le tome di Gaby e Issíme, che si rifanno alla toma di Gressoney, sono di forma cilindrica,
normalmente stagionate per sei mesi, con gusto tendente al piccante che è più deciso quando la toma si fa davvero vecchia.
I SALUMI
Per i montanari, la conservazione delle carni era un'attività relativa ala sopravvivenza prima ancora che al gusto. Questo, comunque, non ha impedito che, grazie anche
alla disponibilità di una eccellente materia prima, si raggiungessero vertici gustativi eccelsi che permetterebbero a questi prodotti di dilagare nelle tavole raffinate di tutto il mondo, se solo
vi fosse disponibilità di quantitativi sufficienti di prodotto. Invece, chi vuole approfittare di queste delizie deve vagare per la Valle ed affacciarsi direttamente ai laboratori di questi
artigiani.
Il principe dei salumi tradizionali, è lo Jambon de Bosses, prodotto nel territorio dei comuni di Saint Rhémy e Bosses impiegando unicamente cosce di suini di razza
pregiata locale, sottoposti ad un regime alimentare assolutamente naturale. Dopo un trattamento manuale che prevede la conciatura con un composto a base di sale, pepe macinato e in grani, salvia,
rosmarino, aglio, ginepro, timo e alloro, si passa aduna stagionatura che si prolunga per 18-24 mesi, spesso nei "rascards", costruzioni di legno degli alpeggi, che fungono anche da fienili, e
che si trovano circa a 1800 metri di altezza.
Di grande pregio, è anche il "Lardo di Arnad", prodotto nella zona omonima, nella bassa Valle, tra Verres e Bard. La tecnica
tradizionale prevede che il lardo, rifilato e privato della cotenna, venga posto in un recipiente di vetro o di coccio e ricoperto, a strati alterni, con sale e erbe aromatiche. Dopo tre strati
il lardo viene interamente ricoperto con acqua (bollita con sale e aromi e raffreddata), chiuso con un coperchio fermato da un peso. Dopo tre mesi si può passare al consumo, ma ne esiste una
versione dalla stagionatura prolungata (oltre un anno), ed in questo caso si usano vasi a chiusura ermetica e si copre il lardo con vino bianco.
Tra le leccornie della valle, sempre più difficili da reperire, spicca la "Mocetta", ottenuta ripulendo le carni magre di camoscio (ma si possono usare anche carni di
stambecco o di bovino) dei nervi e dell'eventuale grasso, conciandole con un composto a base di sale, pepe, timo, salvia, alloro, rosmarino e santoreggia sale e aromi, e facendole stagionare
appese per ameno tre mesi.
Chi ama i sapori decisi, infine, non si lascerà sfuggire una assaggio di Boudin (o salame di sanguinaccio) ottenuto amalgamando il sangue del maiale con lardo e patate
bollite, oltre ad un condimento composto di sale, pepe, aglio, cannella, noce moscata, salvia, rosmarino e ginepro. L'impasto viene poi insaccato nel budello naturale del maiale e si può
consumare sia crudo che cotto, fresco o stagionato.
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