La presenza di Napoli, vera e propria capitale del Mezzogiorno, con la sua complessa storia politica e culturale, fa della Campania una regione a se' stante, in cui si confrontano realtà diverse, spesso antitetiche.

       Da una parte, un esteso entroterra formato da tanti piccoli centri, confinati per secoli in un pressoché totale isolamento, dall'altra una città cosmopolita, al centro di scambi con tutto il mondo via via conosciuto.

       Questa situazione ha permesso lo sviluppo di due filoni di artigianato ben distinti. Il primo, tipico delle zone rurali dell'intera penisola, dedito alla soddisfazione delle necessità locali e articolato nelle produzioni di necessità, di consumo e, in parte, voluttuarie. Il secondo, sollecitato da una committenza agiata e dai gusti raffinati, spesso imposto dirigisticamente dai regnanti con l'impianto di manifatture le cui attivitàc si sono potute sviluppare positivamente grazie alla vivacità intellettuale e all'atteggiamento costruttivo delle popolazioni locali.

       Era inevitabile che le produzioni artigianali più alte e originali fossero espresse da questo secondo filone, dando luogo a comparti produttivi di eccezionale livello qualitativo, alcuni dei quali sono riusciti a imporre la propria leadership su tutti i mercati  mondiali.

LA CERAMICA

       Le porcellane di Capodimonte sono in assoluto una delle più elevate forme di arte ceramica. La loro origine data al 1739, quando per volontà di Carlo III di Borbone, proprio a Capodimonte, fu creata una manifattura tanto prestigiosa quanto segnata da una breve esistenza, conclusasi vent'anni dopo, quando il re, salito al trono di Spagna, si trasferì a Madrid.
       12 anni dopo, però, con la creazione della Real Fabbrica Ferdinandea, la tradizione fu ripresa accreditando la sua eccellenza a un livello tale che, quando nel 1805 cessò la sua attività, la produzione delle porcellane poté essere perpetuata per opera di singoli artigiani, dotati di qualità tecniche e creative tali da riuscire a far fronte alle richieste del mercato fino ai giorni nostri.

        Se a Capodimonte compete il primato delle porcellane d'arte, a Vietri sul mare spetta sicuramente il titolo di capitale campana della ceramica, una forma di artigianato sviluppatosi fin dal ‘400 ed esplosa nei secoli XVI e XVII con una crescita produttiva che ha coinvolto anche i centri limitrofi, quali Nocera, Cava de’ Tirreni e Salerno.        

Il passaggio dalla ceramica d'arte a quella di consumo, caratterizzata da forme e colori mediterranei, è avvenuto tra il 1920 e il 1940, grazie a un nutrito drappello di artigiani e artisti provenienti dall'Europa del nord cui va il merito del rilancio, anche commerciale, della produzione vietrese.
       Sviluppatasi sulla scia dei successi dei ceramisti vietresi, la produzione di Cava de’ Tirreni si è consolidata con la specializzazione nelle piastrelle di ceramica smaltata, i cui motivi decorativi trovano ispirazione nella tradizione vietrese e nell'arte della maiolica napoletana.


IL CORALLO

       Lungo il litorale napoletano la pesca del corallo era praticata fin dall'antichità ed è stata per secoli una notevole risorsa economica, soprattutto a Torre del Greco che, già nel ‘700, era il più grande centro di approvvigionamento di questo prezioso materiale. L'attività dei pescatori, però, non aveva ancora avviato alcun processo di trasformazione: il corallo veniva commercializzato allo stato grezzo e solo nei laboratori di Trapani, Genova e Marsiglia veniva sottoposto alla composita lavorazione necessaria per ricavarne il” tondo”, le ”frange” (cime sottili, lunghe fino a 5 cm), le ”botticelle” (di forma cilindrica, smussate alle estremità) e così via.

       Il primo laboratorio per la lavorazione dei cammei in corallo e su conchiglia iniziò a operare a Torre del Greco solo nel 1805 per iniziativa di Paolo Bartolomeo Martin, un marsigliese di origine genovese che era riuscito a ottenere dal governo borbonico un'esclusiva della durata di 10 anni, in seguito confermata sia da Giuseppe Bonaparte sia da Gioacchino Murat.

       Il successo dell'impresa non fu decretato solo dalle qualità di Martin, che alle doti di bravo incisore univa spiccate capacità commerciali; egli infatti, in parte per necessità, in parte per lungimiranza, chiamo intorno a sé validi incisori, soprattutto romani, che costituirono il primo manipolo di artigiani operanti sul territorio.
       La creazione della scuola di incisione su corallo, avvenuta nel 1879, contribuì a incrementare ulteriormente la qualità degli artigiani di Torre del Greco, che ebbero anche l’intuizione commerciale di diversificare la produzione proponendo lavori di incisione su madreperla, turchese, malachite e tartaruga. Le competenze acquisite hanno permesso di superare brillantemente anche la penuria di materia prima derivata dall'impoverimento dei fondali, tanto che l'attività prosegue oggi floridissima e con la lavorazione di coralli di provenienza orientale.

IL PRESEPE NAPOLETANO

       Le origini del presepe napoletano risalgono con certezza almeno al 1478, anno in cui, come testimoniato da un contratto notarile, Jacobello Pepe, ”aromatario” del Duca di Calabria, commissionò agli scultori Giovanni e Pietro Alamanno un presepe composto da 41 figure in legno dipinto e dorato, da collocarsi nella sua cappella nella chiesa di San Giovanni a Carbonara. Da allora in poi, con cadenze pressoché regolari, fu tutto un susseguirsi di commesse e contratti che coinvolsero i migliori artisti del tempo e arricchirono chiese pubbliche e cappelle private di opere presepiali di raffinata bellezza.
       L'affermazione dell'iconografia del presepe si accompagnò, nel tempo, a una progressiva mutazione della tecnica di costruzione delle figure che, dalle sculture monolitiche dei primordi, si trasformarono prima in manichini di legno muniti di snodi per le braccia e le gambe, quindi in corpi composti da un'anima di fil di ferro rivestita di stoppa che permettevano una variabilissima gestualità, sempre confacente al personaggio rappresentato.
       Quest'ultima trasformazione è stata figlia di un curioso e insolito processo che ha visto, nel ‘700, un folto gruppo di artisti, in particolare scultori, improvvisarsi a diventare artigiani cedendo alle sollecitazioni dei loro aristocratici committenti che desideravano arricchire il loro Natale con l'allestimento di presepi innovativi e di stupefacente bellezza.

       L'affermazione dell'iconografia del presepe si accompagnò, nel tempo, a una progressiva mutazione della tecnica di costruzione delle figure che, dalle sculture monolitiche dei primordi, si trasformarono prima in manichini di legno muniti di snodi per le braccia e le gambe, quindi in corpi composti da un'anima di fil di ferro rivestita di stoppa che permettevano una variabilissima gestualità, sempre confacente al personaggio rappresentato.
       Quest'ultima trasformazione è stata figlia di un curioso e insolito processo che ha visto, nel ‘700, un folto gruppo di artisti, in particolare scultori, improvvisarsi a diventare artigiani cedendo alle sollecitazioni dei loro aristocratici committenti che desideravano arricchire il loro Natale con l'allestimento di presepi innovativi e di stupefacente bellezza.


       Si consolidò, così, la fisionomia del classico presepe napoletano, con personaggi che proponevano gli usi e costumi del popolo, composto da figure alte circa 40 cm, con alcune parti in argilla modellate e monocotte in forno, dipinte con colori vivaci e quindi montate su un manichino in fil di ferro e stoppa e addobbate con abiti di seta pura e ricami in oro.
       La raffinata opera di questi artigiani, capaci di operare contemporaneamente su più materiali, affiancando alla scultura fasi di oreficeria e di tessitura pregiata, si estese anche alla ricostruzione delle scenografie (la taverna, il mercato, i mestieri) creando un unicum espressivo che rese celebre nel mondo questa forma d'arte.
       Oggi, il presepe napoletano continua a essere prodotto secondo questa nobile tradizione da un ristretto drappello di artigiani, riuniti in un consorzio che ne promuove e ne tutela l'operato, la maggior parte dei quali opera nelle botteghe di via San Gregorio Armeno, nel cuore del centro storico, a pochi passi da Santa Chiara e dal suo magnifico chiostro. 

LA TESSITURA

       L'arte della tessitura, in Campania, ha luogo e data di nascita certi. Ferdinando IV, infatti, nel 1789, fondò la colonia di S. Leucio, in provincia di Benevento, e per renderla economicamente autonoma creò una manifattura di veli di seta.

       L'attività iniziò con una seteria meccanica che sfruttava la materia prima generata dal bachi allevati localmente; quindi, dai primi filatoi e dai telai, si passò alla costruzione di una grande filanda.

       Oggi, nonostante la scomparsa dell'allevamento del bachi e della filatura, questa manifattura continua a mantenere in vita una tradizione lontana servendosi di artigiani locali che producono tessuti jacquard per l'arredamento, damaschi e broccati.

       Ovviamente, oggi la produzione è realizzata in massima parte con telai meccanici, anche se, in fase di rifinitura, i lavori vengono lavorati a mano e avere un “San Leucio” rimane, senza dubbio, un segno di distinzione e di prestigio.

LA CARTA DI AMALFI

       In uso sin dal 1231, la carta di Amalfi veniva prodotta nelle cartiere impiantate nella Valle dei Mulini, a Monte di Amalfi, con procedure che gli artigiani locali avevano appreso dagli arabi e che permettevano di ottenere fogli di consistenza sericea al tatto.
       Il processo della fabbricazione della “carta a mano” di Amalfi seguiva diverse fasi. La materia prima, costituita da cenci, veniva raccolta in vasche di pietra dove era triturata. La poltiglia prodotta, unita alla colla, veniva posta in un tino nel quale si calava la forma che aveva la bordura di legno e la filigrana nel mezzo.
       La poltiglia si attaccava alla forma e veniva poi trasferita su appositi feltri di lana, realizzando così una catasta di fogli alternati a feltri. L'insieme veniva pressato per consentire la fuoriuscita dell'acqua e, successivamente, i fogli di carta venivano staccati uno per uno dai feltri, asciugati per mezzo di correnti d'aria e infine stirati e confezionati in pacchi.
       Altro elemento caratterizzante della carta di Amalfi era la filigrana, una tecnica raffinata e altamente creativa che permetteva a ogni artigiano di firmare inequivocabilmente la sua produzione. La tecnica consisteva nel comporre, utilizzando sottilissimi fili metallici, dei simboli figurativi o alfabetici che venivano poi posti al centro di una matrice (la forma) e immersi nella pasta di carta. 

       Le filigrane, di cui la più antica è la raffigurazione di un'ancora, datata 1376, oltre che veri e propri pezzi di bravura, sono una firma inconfondibile dei diversi produttori e permettono di ricostruire quante fossero le cartiere attive anno dopo anno dalla fine del ‘300 fino al 1954, quando una catastrofica alluvione ne distrusse ben 21 delle 26 ancora in funzione.

       Attualmente, in Campania, le cartiere che lavorano ancora la carta a mano sono una decina, di cui solo due ad Amalfi, e le loro produzioni sono in tutto paragonabili a quelle esposte nel Museo della Carta allestito nel cuore della Valle dei Mulini.

       Come attività derivata, sempre in provincia di Salerno, a Castel San Giorgio, alcuni artigiani hanno messo a punto una raffinata tecnica che permette di ottenere suggestive stampe fotografiche direttamente su fogli di carta a mano di Amalfi. 

IL RICAMO

       Le lunghe attese delle donne dei marinai ha fatto sì che lungo le coste e nelle isole campane si sviluppasse l'arte del ricamo, dando vita ad una vera e propria produzione artigianale che è ancora vitale soprattutto nell'isola di Procida.

       Metri e metri di merletti, destinati a fare mostra di se' su bellissime tovaglie, lenzuola e camicette, sono il risultato di una dedizione continua e costante che si tramanda di madre in figlia, un lavoro artigianale nell'accezione più vera del termine.

       La produzione è basata soprattutto sulla riscoperta di vecchi motivi grafici, utilizzando i disegni che fanno parte del patrimonio di famiglia e realizzando cosi un prodotto artistico che affonda le sue radici nella tradizione e nella storia del luogo.
       Le donne di Santa Paolina, in provincia di Avellino, invece, perpetuano l'antica tradizione della lavorazione del tombolo. Attraverso l'abile manipolazione dei fuselli, qui chiamati "tonnarielli", realizzano merletti di grande pregio che riproducono antichi disegni come "la faglia d'uva" e la "spina di pesce".


GLI INTARSI DI SORRENTO

       La tradizione popolare fa risalire le origini dell'arte dell'intarsio su legno nella penisola sorrentina al V secolo d.C, quando i monaci del Cenobio Benedettino di Santa Agrippina, eseguivano lavori di intarsio e di intaglio utilizzando il legno reperibile nella zona, cioè il limone, il noce e l'arancio.
       Con il tempo, questa tecnica si è evoluta e consolidata, trasformandosi nel tipico ”intarsio di Sorrento” la cui peculiarità consiste nell'assemblare insieme piccoli pezzi di legno, prima tagliati e sagomati al traforo a seconda del disegno che si vuole riprodurre. In principio, per ottenere le sfumature, venivano impiegate tutte le essenze di legno naturali (il noce, l'agrifoglio, la tuia e l'arancio) mentre l'ossatura del mobile era in olivo, noce o castagno.
       Sin dalla prima metà dell'Ottocento, i valenti artigiani sorrentini cominciarono a divulgare tale tecnica, che si estese su tutto il territorio napoletano dando vita a una raffinata produzione in cui i disegni trovano ispirazione nella più antica tradizione locale, caratterizzata da decorazioni che si rifanno, spesso con grande fedeltà, alle scene venute alla luce dagli scavi di Pompei e Ercolano, oppure ai costumi popolari napoletani.

       Grazie alla fama di cui godeva Sorrento come luogo di villeggiatura, molti personaggi politici e intellettuali di tutto il mondo ebbero la possibilità di apprezzare la maestria degli ebanisti sorrentini, che videro riconosciuta ufficialmente la loro abilità quando furono ingaggiati da Francesco I di Borbone per il restauro degli arredi di Palazzo Reale.
       Oggi, la maggior parte degli intarsi in legno prodotti a Sorrento è realizzata industrialmente, con esiti che sono solo una lontana eco dei manufatti del passato e hanno caratteristiche ben differenti dall’intarsio seicentesco che può essere ammirato nella sacrestia della Certosa di San Martino a Napoli, opera di monaci e di maestranze locali.
       Ma non tutto è perduto: con un po’ di pazienza, il turista appassionato che abbia voglia di raccogliere la sfida, può ancora trovare botteghe dove mobili, tavolini, ante e altri oggetti sono decorati con intarsi eseguiti a mano, selezionando con cura legni di diverse qualità e sfumature di colore.

GLI INTRECCIATI

       La lavorazione della paglia è una forma di artigianato che in Irpinia ha la ventura di essere completamente svincolata dal mercato e legata esclusivamente a manifestazioni folcloristiche e religiose, e proprio per questo, probabilmente, riesce a perpetuarsi con estrema vitalità.
       A Mirabella Eclano, infatti, il terzo sabato di settembre è possibile assistere al trasporto di un colossale obelisco, alto 25 metri e pesante più di 20 tonnellate, dedicato alla Madonna addolorata. L'obelisco si sviluppa su 7 piani che si assottigliano fino ad appuntarsi alla sommità dove è fissata una statua della Madonna, realizzata completamente con fili di paglia intrecciati.

       A Flumeri, invece, il 16 agosto, viene offerto a San Rocco un obelisco, denominato “il Giglio”, alto una quindicina di metri, costituito da una struttura di legno rivestita da un fitto intreccio di spighe di grano.
       Un altro obelisco, alto 7 piani e sormontato dalla statua della Madonna della Misericordia, è il protagonista della processione del 14 agosto a Fontanarosa.

       La tessitura dei pannelli di paglia è affidata alle donne del paese, che si tramandano tecniche e segreti di generazione in generazione.
Lavori in paglia e vimini più immediatamente commerciali sono realizzati dagli artigiani di Montoro Inferiore, Summonte e Ospedaletto d'Alpinolo, tutte meta di pellegrini che si recano al vicino Santuario di Montevergine. 

L’OTTAVA ARTE
       I mestieri sono il terreno di coltura dell'artigianato. A Napoli, però, sono tanti i mestieri che, seppur consolidatisi nel corso dei secoli, non hanno seguito l'itinerario classico, mestiere-artigianato-arte, ma hanno saltato di netto la tappa intermedia e sono approdati a quella finale, all'ottava arte che non ha collocazione nei musei e nei trattati, ma che in questa città è la matrice tutto: l'arte di arrangiarsi.
       L'occasione ideale per avere lo spaccato di questa realizzazione del mestiere di vivere unica al mondo, è la festa della Madonna di Piedigrotta, che per tre giorni e tre notti, ogni anno a metà settembre, dal tradizionale epicentro di Mergellina si espande fino ai quartieri più remoti, coinvolgendo tutto e tutti, nel più frenetico saturnale pagano-religioso che si possa immaginare.
       Nell'agitazione che pervade l'intera città, ancora oggi si possono individuare straordinari personaggi che affidano il presente e il futuro a un guizzo di creatività, di volta in volta ingenua, geniale, disperata. Sono gli ultimi aneliti di un repertorio di mestieri che ha conosciuto la sua stagione più florida nell'Ottocento. 

       Allora, era normale imbattersi nel “fanfelliccaro”, venditore ambulante di spicchi di mela, nel “maruzzaro”, che offriva ai passanti succulente (a suo dire) lumache, e poi nel ”fragolalaro”, nel ”galantaro” (venditore di chincaglieria), nell’”acquaiolo”, nel ” conciategami”, nella ”ovaiuola”, nella ”mpagliasegge”, nel ”sorbettiere”, nella ”nocellara, nel ”odiandolo”.
       E tutti insieme si proponevano ai passanti con grida, canti, fischi e richiami che imitavano, per stupire e attirare l'attenzione, i versi degli animali più insoliti. Uno solo aveva fatto del tacere il suo punto di forza: l’”assistito”. Seduto di fronte a un improvvisato scrittoio metteva in vendita una merce rara e preziosa: i suoi sogni.

       Con lo sguardo fisso e l'espressione allucinata, solo in cambio di qualche moneta, sgranava la trama dei suoi sogni profetici, trasformandoli poi in terni, quaterne e cinquine infallibili che avrebbero permesso al cliente, se non di diventare ricco, almeno di crederci fino al momento della successiva estrazione.

IL TORRONE DI BENEVENTO      

       Composto da albume d'uovo, miele, nocciole e mandorle, arricchito con cioccolato, liquori ed essenze di agrumi, il Torrone di Benevento è il dolce "tipico" del Sannio.

       Conosciuto già al tempo dei Romani e citato negli scritti di Tito Livio, il Torrone di Benevento si diffuse in particolar modo nel '600, periodo a cui risalgono le prime varietà: il Perfetto Amore, ricoperto di cioccolato, limone o caffé; l'Ingranito, arricchito da piccoli confetti allungati e farcito con una granella di zucchero; il Torrone del Papa, realizzato con zucchero liquefatto e pinoli.

       Morbido, duro, bianco o al cioccolato, alle mandorle o alle nocciole, il torrone di Benevento è una squisitezza cui pochi riescono a rinunciare. In esso, passato, presente, arte e tradizione si fondono armoniosamente, soprattutto perché, oggi come ieri, la qualità dipende dagli stessi fattori: scelta delle materie prime, lavorazione accurata, cottura perfetta.

       Tutto questo si può ottenere solo rispettando le antiche ricette e utilizzando quei metodi artigianali custoditi con orgoglio dai produttori locali. Benevento è, fin dalle origini, il centro di maggior concentrazione dell'attività di produzione, ma nel corso della storia sono sorti in tutta la provincia numerosi centri produttivi di eccellenza.

       Ne sono testimonianza viva e concreta le cittadine di Santa Croce del Sannio, Montefalcone di Val Fortore e San Marco dei Cavoti dove, a seguito di una costante differenziazione e specializzazione, ora sorgono interessanti gruppi di produttori che, con la loro paziente opera, cercano quotidianamente di mantenere viva la passione per il torrone e per il croccantino.
       Al giorno d'oggi, con la denominazione ”Torrone di Benevento” si individuano quattro diverse tipologie di torrone, caratterizzate da una differente composizione degli ingredienti: il ”Torrone Bianco” e il “Torrone Bianco Morbido”, entrambi a base di mandorle, il ”Torroncino Croccantino”, ricoperto con cioccolato, e il “Torrone Cupedia Bianco”, che, invece, è a base di nocciole.

APPUNTAMENTI DA NON PERDERE

       Soprattutto lungo le coste e nelle isole, in Campania non bisogna certo rincorrere fiere e mercatini per trovarsi a contatto con le più varie espressioni dell'artigianato locale.

       Gli stessi centri storici di Napoli, Salerno, Amalfi e Sorrento si presentano in qualunque giorno dell'anno come allestiti per l'occasione e per il turista al divertimento si associa unicamente l'imbarazzo della scelta.

       Ovviamente, vi sono occasioni d'incontro assolutamente inusuali, dove l'offerta dei prodotti dell'artigianato contemporaneo e di quello antico si interseca con manifestazioni di grande tradizione storica e religiosa, in un connubio di sacro e profano in cui la contagiosa spontaneità delle popolazioni locali riesce sempre a scongiurare gli scivolamenti verso il cattivo gusto e la profanazione. 

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