Come in tutte le regioni che hanno conosciuto una forte industrializzazione, anche per l'artigianato della Liguria è facile emettere una sbrigativa diagnosi di estinzione. E se i dati statistici sembrano confortare una così impietosa sentenza, la realtà dei fatti ci spinge a pensare il contrario, stimolandoci a ripescare nella memoria ricordi e testimonianze recenti sulle attività di questo o di quell'artigiano, rese ancor più vivide dalla costante originalità dei manufatti, del contesto o della passione che gli artefici trasmettono attraverso il loro lavoro.
D'altra parte, i Liguri, vuoi per il loro carattere, vuoi per la complessità culturale indotta da secoli di interscambi con "l'altra parte del mondo", in qualunque loro espressione, non sono mai "banali" o superficiali: ogni loro atto o creazione è sempre frutto di impegno, di elaborazione culturale, di "rimuginamento" interiore che si trasforma in oggetto in cui funzionalità e bellezza sono solo una amichevole porta di accesso verso un mondo molto più complesso di quello che appare.
Proprio per questa ragione, almeno per la Liguria, il parametro di valutazione delle attività artigianali non può essere ridotto alla conta degli addetti o ai livelli di fatturato: qui, non c'è attività che possa definirsi estinta finché ci sarà anche un solo artigiano a praticarla.
LA CERAMICA
Sono relative al XII secolo le prime attestazioni, nell'area di Savona, di quella che sarebbe poi diventata celebre come “ceramica di Albisola”, caratterizzata dalla
tipica decorazione a ornati o figure di colore blu, ottenuta con l'ossido di cobalto, su fondo bianco o grigio azzurro. Nel ‘200, con l'introduzione di vernici a base di stagno, iniziò la
produzione della cosiddetta “protomaiolica” o “maiolica arcaica”.
Nel ‘500 sotto la Repubblica di Genova, questa attività artigianale conobbe uno straordinario sviluppo, sia qualitativo sia quantitativo, grazie soprattutto all'opera
di celebri famiglie di artisti che permisero alle maioliche di Albisola di affermarsi a livello internazionale
In questo periodo iniziarono gli scambi culturali e si affinarono le caratteristiche della produzione, con elevati livelli di efficacia espressiva. Nel ‘600, grazie al
consolidamento dei mercati, gli artigiani poterono concentrarsi maggiormente sulle questioni estetiche e stilistiche. I primi decenni del secolo videro l'introduzione del decoro di origine
cinese, detto “calligrafico naturalistico”, in cui a motivi di ispirazione orientale si sovrappongono stilemi tipicamente occidentali, con l'inserimento di castelli paesaggi e figure umane.
Nella seconda metà del ‘600, questo decoro venne affiancato da quello denominato “a tappezzeria”, dove raffigurazioni mitologiche e storiche vengono inserite tra
foglie, nuvolette e uccellini.
Dobbiamo superare la metà del ‘700 per registrare un nuovo evento evolutivo in virtù del quale la tradizionale monocromia blu della ceramica albisolese si trasformò e
si arricchì di fondi viola, manganese, rosa manganese (detto “Levantino”) e colorazioni bruno chiare (dette “Seirullo”).
Nell'Ottocento, la concorrenza della nascente produzione industriale determinò una radicale trasformazione dell'artigianato savonese: da un lato nacque la nuova
ceramica a macchie nere, pensata per una più ampia distribuzione, dall'altro una ceramica squisitamente artistica.
Nel ‘900, la ceramica di Albisola diventò materia per le espressioni artistiche delle avanguardie, in primo luogo del Futurismo, e ancora oggi sono numerosi gli artisti
di tutto il mondo che lavorano presso i forni della cittadina rivierasca. Ne è splendida testimonianza la passeggiata a mare di Albisola, composta da 20 riquadri in ceramica realizzati da artisti
del livello di Capogrossi, Crippa, Luzzati, Fontana ed altri esponenti di primo piano dell'arte contemporanea.
IL DAMASCO
L'antica lavorazione del Damasco sopravvive intatta a Lorsica, un piccolo borgo del Levante genovese, aggrappato a mezza costa sulla stretta valle scavata dal torrente Tirello, sotto il Monte Ramaceto, celebrato fin dal XVI secolo per la straordinaria bravura dei suoi artigiani della seta, dei broccati, dei lampassi.
La fama dei damaschi di Lorsica è inevitabilmente legata a due notissimi disegni: quello della corona, usato fin dal tardo ‘500 per tappezzare le pareti delle dimore degli aristocratici e per confezionare il robbone estivo dei Dogi, e quello, chiamato fin dal ‘700 “della Palma”, ricco di suggestioni orientali, che fa bella mostra di sé in tutte le più importanti residenze d'Europa.
Ancora oggi, a Lorsica, i telai sono simili a quelli che si adoperavano nel ‘500 e il filo grezzo viene appositamente tinto e imbobinato su rocchetti da cui si prepara
l'ordito. Nella fase successiva, i fili passano otto alla volta nel telaio, poi uno a uno nei licci e infine 5 alla volta attraverso il pettine.
Per ottenere una pezza di 1,30 m di altezza si devono far passare attraverso i licci ben 15.000 fili: la quantità può sembrare folle ma diversamente il damasco rischia
di apparire piatto, perdendo il tipico effetto a rilievo del dritto e concavo del rovescio. I risultati sono straordinari, con fantastici giochi di fili d'argento e oro a formare disegni
stagliati sui colori intensi degli sfondi e degni di appartenere a pieno titolo, benché prodotti oggi, all'antica tradizione tessuto damascato ligure.
PIZZI, MERLETTI E MACRAME'
La lavorazione del pizzo al tombolo si diffuse in Liguria alla fine del secolo XV, come riconversione dell'industria tessile della seta, la cui leadership era stata sottratta a Genova da Lione. Benché, quindi, non fosse espressione di una vocazione particolare, facendo di necessità virtù, gli artigiani liguri riuscirono presto ad affermarsi, dando inizio a una stagione di eccellenti produzioni, culminata nel ‘600 e nel ‘700, con il dilagare in tutti i mercati europei dei merletti genovesi.
Florido ancora nell'Ottocento, questo artigianato è andato via via scomparendo e le poche merlettaie ancora attive si concentrano ora tra Rapallo, Santa Margherita Ligure e Portofino.
Diversa, invece, la storia del merletto “macramè”, la cui tecnica di annodatura di origine araba si diffuse nella zona di Chiavari agli inizi del ‘600. Con questa lavorazione, esclusivamente manuale, si producevano prevalentemente raffinate bordure per asciugamani di lino, manufatti talmente apprezzati da rappresentare per secoli il punto di forza delle tessiture di canapa e lino del Tigullio.
Il momento di massima espansione si registrò nell'Ottocento, quando le esportazioni si accodarono al forte flusso migratorio delle popolazioni del luogo verso l'America Latina.
Esaurita questa spinta, la crisi ha segnato tutta la prima metà del ‘900 con una ripresa datata anni ‘60 ad opera di uno sparuto drappello di ricamatrici che hanno saputo reindirizzare questo raffinato e laborioso genere artigianale verso altri impieghi, dalle tomaie delle scarpe alle borse, ai capi di abbigliamento.
L'ARDESIA
Il nome dei “tigullini” i primi abitanti del Golfo del Tigullio, proviene dal latino “tegula”, e ciò dipende dal fatto che nella corona dei monti alle spalle di questo
tratto della Riviera che va da Rapallo a Sestri Levante, fin da epoca precedente la dominazione romana, si estraeva l'ardesia, una roccia elastica allotigena originata dalla sedimentazione lenta
e progressiva di un limo finissimo, che veniva impiegata principalmente come materiale di copertura per i tetti.
Attraverso i secoli, l'uso dell'ardesia si è esteso dall'ambito edile, esclusivo settore di pertinenza del passato, al campo artistico. In particolare, la scultura
decorativa con grande varietà di risultati plastici e di destinazioni funzionali, soprattutto nei portali d'epoca rinascimentale, lavorati a rilievo, e nell'uso di lastre di ardesia quale
supporto per dipinti con pittura a olio, a tempera e a fresco.
Benché l'impiego dell'ardesia sia antecedente la denominazione romana (a Chiavari è stata rinvenuta una necropoli risalente all'età del ferro le cui tombe erano
interamente realizzate con lastre di ardesia) lo sfruttamento intensivo delle cave iniziò solo nel XII secolo a Uscio e a Recco. Quindi, il polo produttivo si spostò verso Monte San Giacomo, alle
spalle di Lavagna. Finché, a partire dalla metà dell'Ottocento, l'attività si sviluppò quasi esclusivamente nella Val Fontanabuona.
Attualmente, l'impiego principale di questo materiale è nascosto dal tappeto verde dei biliardi: il piano, infatti, è costituito da una lastra di ardesia, insostituibile per
le sue caratteristiche di indeformabilità. Ma, almeno dagli anni ’60, è in forte crescita il suo utilizzo nei settori dell'edilizia, del design da interni, nelle piastrellature e nel restauro di
edifici storici, dove l'ardesia mantiene costante il suo fascino di pietra sobria ed elegante, il cui colore si adatta a qualsiasi tipo di ambiente.
LA FILIGRANA
I filigranisti liguri, insieme agli orafi e agli argentieri, hanno radici che affondano in una tradizione eccezionale, risalente ai tempi delle crociate e al successivo sviluppo di intensi traffici con l'oriente, condotte all'insegna di una di un costante interscambio tecnico e culturale, oltre che commerciale.
Un ulteriore impulso venne dagli ambienti ecclesiastici tra il ‘600 e il ‘700, in quanto la corsa all'esibizione delle proprie ricchezze consentì agli artigiani orafi di sciogliere le briglie della creatività, svincolandola dai parametri di costo dei manufatti.
Lo sviluppo della filigrana minuta è posteriore. Viene fatto risalire, infatti, al 1884, quando il maestro argentiere Tonio Olivieri aprì una bottega in proprio per la lavorazione della filigrana nella natia Campo Ligure, un piccolo centro situato sul versante nord dell'appennino.
Il suo esempio fu seguito da altri artigiani tanto che, ben presto, i laboratori divennero 33, dando vita a un comparto artigianale di assoluta eccellenza.
Il successo, favorito sia dalla personale abilità tecnica, sia dalla disponibilità di manodopera particolarmente ricettiva, prevalentemente riconvertita dall'industria
tessile locale, fu immediato e, nel breve volgere di un ventennio, trasformò il territorio di Campo Ligure in uno dei principali centri europei per la produzione della filigrana.
Una produzione che, da allora, ha continuato a mietere successi su tutti i mercati mondiali, raggiungendo la massima espansione negli anni ‘40 del ‘900 e, nonostante una progressiva contrazione nel periodo successivo, uno dei settori artigianali più vivaci di tutta la Liguria, con un buon numero di imprese stabilmente impegnate.
IL LEGNO
L'arte di lavorare in legno non poteva essere estranea a una popolazione da millenni impegnata nella marineria e di conseguenza nell’affinamento delle tecniche per la
costruzione delle imbarcazioni.
D'altra parte, la stessa conformazione del territorio ligure, prevalentemente montuoso e boschivo, forniva abbondanza di materia prima, speso esportate e scambiata nei
porti con essenze pregiate quali l’ebano, il mogano e il palissandro.
Il passaggio ad attività artigianali non legate al comparto cantieristico ha, invece, origini più recenti: risale infatti all'inizio dell'Ottocento quando, facendo
tesoro delle secolari professionalità maturate nell'arredo dei luoghi sacri, iniziò a svilupparsi la pratica dell'intaglio del legno, finalizzata prevalentemente alla costruzione di mobili e,
spesso, associata ad altre attività contigue quali la decorazione pittorica e la doratura.
Nello stesso periodo Giuseppe de Scalzi, detto “il Campanino” inventò a Chiavari, su modello francese, una sedia detta appunto “Campanino” o “chiavarina”, destinata a
segnare un'epoca e tale da determinare la nascita di un comparto artigianale di grande rilievo. Florido per tutto l'Ottocento, fu messo in crisi solo dallo strepitoso successo riscosso su tutti i
mercati europei delle sedie viennesi “Thonet”.
Una crisi grave ma non al punto da portare alla scomparsa delle aziende artigianali che, seppur ridimensionate, hanno continuato a produrre sedie fino ai giorni nostri,
alcune industrializzandosi, altre perseverando nell'applicazione rigorosa delle tecniche tradizionali.
IL FERRO
In Liguria l'architettura dei borghi marinari, come quella dei centri storici delle città, è stata segnata dalla cronica mancanza di spazio, per cui le case sono addossate le une alle altre, separate da vicoli strettissimi che spesso permettono a malapena l'incrocio di due pedoni.
L'osservatore attento e non frettoloso, però, si accorgerà facilmente che, dietro la ressa dei muri, emerge ovunque la cura estrema delle costruzioni, sempre ricche di particolari preziosi, anche nelle parti meno visibili. In questa dovizia di accessori, costantemente in bilico tra funzionalità e decoro, spiccano gli elementi in ferro battuto e traforato, testimonianza di un'arte che da epoche remote si è sviluppata soprattutto all'interno dei centri abitati.
Parallelamente, nelle zone che offrivano maggiori spazi per le attività artigianali, quali Voltri, Masone, Sassello e tutta la Valolcevera, si è diffusa fin dal ‘400 una particolare applicazione del ferro battuto, la forgiatura dei chiodi che incontrava una richiesta pressante da parte dell'industria cantieristica.
Entrambi questi settori hanno cominciato a entrare in crisi nell'Ottocento ma, mentre l'attività delle “chioderie”, nonostante i ripetuti i tentativi di rilancio, si è praticamente estinta, quella del ferro battuto per l'edilizia e per la produzione di oggetti decorativi, seppur fortemente ridimensionata, è sopravvissuta ad opera di singoli artigiani che riescono a trarre i loro redditi dall'oggettistica, dalle commesse di componenti per l'edilizia e del restauro di antichi manufatti.
IL VETRO
Altare, piccolo centro nascosto tra i monti alle spalle di Savona, sembra la concretizzazione urbana del carattere delle genti liguri, chiuse, taciturne, più attente
alla sostanza che alla forma, ricca di tesori mai ostentati o addirittura tenuti ben nascosti. Chi potrebbe immaginare, infatti che, da secoli, Murano ha un contraltare sul Tirreno, culla di una
tradizione vetraria che non ha nulla da invidiare e molto da contendere al più celebrato centro lagunare?
Secondo la tradizione, nel secolo XII, alcuni monaci di origine francese, appartenenti al monastero di Bergeggi, nei pressi di Savona, e officianti ad Altare, attratti
dalle ricchezze del suolo che forniva abbondanza di legname e di materie prime per la composizione del vetro, impiantarono in questo luogo le prime fornaci, chiamando dalla Normandia e dalle
Fiandre alcune famiglie che già si occupavano della lavorazione del vetro.
L'applicazione dei segreti della fusione, custoditi gelosamente e tramandati di padre in figlio, apportò alla comunità grandi ricchezze e non pochi privilegi da parte
delle autorità dell'epoca.
Nel volgere di un paio di secoli, questa attività assunse un'importanza tale che, nel 1495, si sentì la necessità di dar vita all’Università dell'Arte Vitrea, una
corporazione che tutelò i diritti dei maestri vetrai e ne disciplinò i privileg,i fornendo un ulteriore impulso all'attività produttiva. Il Consolato, nucleo dell'Università, ebbe per secoli un
ruolo fondamentale nell'amministrazione della produzione artigianale e, di conseguenza, nella vita di tutta la comunità altarese.
La principale differenza tra i vetrai di Murano e quelli di Altare consisteva in un diverso percorso di lavorazione: questi ultimi erano in grado di fondere il vetro a
una temperatura inferiore. La diversa tecnologia offriva vantaggi e svantaggi (quella in uso a Murano, seppur meno efficiente, concedeva all'artigiano un più lungo lasso di tempo per manipolare
la massa vetrosa prima che questa si consolidasse, garantendo maggiori spazi alle lavorazioni artistiche) che, con il tempo, si equilibrarono, consentendo a ciascuna delle due comunità di
esprimersi secondo il proprio estro e nella direzione tracciata dai mercati di riferimento.
Così, mentre a Murano si privilegiavano i vetri colorati, ad Altare i maestri vetrai preferirono orientarsi sul vetro trasparente e sulla produzione industriale, anche
se erano in grado di produrre oggetti di ogni forma e colore.
La lavorazione del vetro è tuttora il fulcro dell'economia di Altare, dove accanto a industrie fiorenti operano alcuni laboratori artigiani dediti alla soffiatura,
all'incisione e alla decorazione di vetri e cristalli, mantenendo così in vita una forma di espressione artistica che ha caratterizzato per secoli la storia della città.
IL PRESEPE LIGURE
Il presepe napoletano è sicuramente una delle tradizioni artigianali più celebrate del nostro paese. Parte di questa fama, però, è da
attribuire anche alla mancanza di ”concorrenti”, ovvero alla scomparsa di analoghe forme di artigianato che nei secoli scorsi si erano sviluppate in varie parti d'Italia. La più prestigiosa era
sicuramente quella del presepe ligure, diffusasi soprattutto a Genova a partire dalla seconda metà del ‘500 per raggiungere, nei due secoli successivi, i suoi massimi vertici
qualitativi.
Dalle prime statuine intagliate nel legno, realizzate a imitazione delle sculture in marmo e dei dipinti che raffiguravano la
Natività e l'Adorazione dei Magi, si passò presto a una produzione originale, ispirata a persone e costumi del tempo, talvolta interamente in legno, talaltra con applicazioni in tessuti e
materiali preziosi, quali l'oro, l'argento, l’avorìo e l'alabastro.
Con il crescere del successo, sia presso l'aristocratica sia tra i ceti popolari, la scena del presepe si affollò di contadini,
artigiani, nobili e popolani, paggi, mendicanti, e animali da pascolo e da cortile, e le tecniche di produzione si affinarono, coinvolgendo i più importanti artisti del tempo.
Ben presto, l'usanza di realizzare il presepe varco i ristretti confini delle chiese e per ciascuna delle
famiglie più in vista il Natale divenne occasione per competere e per affermare la propria supremazia sulle altre.
La stagione degli splendori si concluse con la Rivoluzione Francese e con il declino delle potenti famiglie genovesi. Tramontata
l'epoca d'oro della committenza nobiliare e borghese, la tradizione del presepe ”importante” rientrò nel naturale ambito ecclesiastico, mentre l'usanza dell'allestimento domestico rimase viva
soprattutto tra i ceti meno abbienti che ,però, non si potevano permettere le preziosità scenografiche e la sontuosità delle vesti e degli accessori che avevano caratterizzato il ‘600 e il ‘700.
Le statuine erano per lo più in terracotta, prodotte in serie per mezzo di stampi, e il loro numero si era notevolmente ridotto.
Nella sostanza, la tradizione del presepe ligure rimase in vita ancora per tutto l'Ottocento, ma l'era dei capolavori era finita per
sempre. Attualmente, la produzione industriale ha del tutto sostituito l'antico e raffinato artigianato, cui però resta il vanto di occupare un posto di rilievo nella storia
dell'arte.
IL MOSCIAME
Nel corso dei secoli la mancanza di efficienti strumenti per la conservazione dei cibi ha condotto i popoli al perfezionamento di
prodotti sopraffini quali i formaggi, i salumi, le confetture, la pasta.
In Liguria, come del resto in quasi tutte le zone rivierasche, si è sempre dovuto affrontare il problema della preservazione della prima risorsa alimentare del luogo,
il pesce. Inoltre, essendo i marinai liguri abilissimi nella pesca in alto mare, i quantitativi di pescato da conservare, in quanto difficilmente vendibili in tempi brevi, erano enormi. Fu
necessario, così, elaborare tecniche di conservazione che portarono all'invenzione di cibi quali le acciughe sotto sale, le sardine in scatola e il tonno sott'olio.
Nonostante questi prodotti facciano ormai parte del patrimonio alimentare mondiale, nei porticcioli della Liguria si perpetua la tradizione di lavorare il pescato
giorno per giorno, secondo ricette antiche ma applicate da ciascun laboratorio con sapienza speciale.
Tra le tecniche elaborate, quella dell'essiccazione ha dato luogo, in Liguria, a un prodotto straordinario: il mosciame, una sorta di carne secca realizzata anticamente con la polpa del delfino e, oggi, utilizzando unicamente i filetti di tonno appena pescato.
Si tratta di un alimento diffuso prevalentemente a livello locale, lavorato nei mesi di giugno e di luglio, quando si pescano i migliori esemplari di tonno.
Con un'accurata opera di rifilatura, dal pesce si ricavano i filetti da porre sotto sale per qualche ora. Quindi vengono lavati, asciugati, pressati e sottoposti ad una essiccazione dolce e lenta, ai raggi del sole o in camere alla temperatura costante di 25-30ºC.
Questa fase, che si può prolungare per qualche giorno, è la più delicata e l'abilità dell'artigiano consiste nel cogliere il momento in cui lucidità e tonalità del colore bruno indicano il livello ottimale di maturazione.
Il mosciame si conserva bene sotto vuoto e si consuma affettato dopo averlo ammorbidito in una marinata di olio extravergine di oliva. Si può condire a piacere, ma già di per se' rappresenta un'esperienza gastronomica straordinaria.
APPUNTAMENTI DA NON PERDERE
Creazione e manutenzione sono le due facce dell'artigianato ligure, per forza di cose impegnato tanto a perpetuarsi che a mantenere in vita le testimonianze del suo ricchissimo passato.
Ecco, quindi che l'ideale luogo d'incontro, oltre alla visita diretta alle botteghe, sono i numerosi mercatini dell'antiquariato, diffusi uniformemente in ogni provincia della regione e in ogni periodo dell'anno.
Con l'invito a non mancare, in particolare tra fine Agosto e Settembre, l'appuntamento con i Weekend della Filigrana di Campo Ligure, dove senza alcun senso di sudditanza gli artisti di oggi espongono i loro gioielli di fianco a rarissimi pezzi antichi.
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