Quando l'agricoltura era l'attività dominante, quella capace di condizionare l'economia di un territorio, "benessere" e "ricchezza" erano due termini inscindibili, addirittura intercambiabili nel linguaggio corrente. La grande fertilità delle pianure emiliane e romagnole ha fatto di questa regione un territorio in cui per tanto tempo tutte le espressioni della vita hanno gravitato intorno all'agricoltura e lo stesso artigianato si è sviluppato in funzione di questa grande risorsa.
In seguito, quando il primato dell'economia è passato nella sfera dell'industria, e buon parte della tradizionale ricchezza di queste genti si è ridimensionata, emiliani e romagnoli non si sono lasciati sfuggire l'altra faccia della loro fortunata condizione e si sono tenuti ben stretti tutti i fattori alla base del loro benessere.
Tra questi, oltre ai capisaldi della cultura popolare (riti, tradizioni, balli, musica, gastronomia, ecc.) anche le tante forme di artigianato che, in un contesto caratterizzato da un generale ottimismo e un approccio positivo alle problematiche della vita, non è stato idealizzato e mummificato come valore antico da preservare, ma vissuto quotidianamente, in alcuni casi revitalizzandolo nelle sue forme più tradizionali, altre volte rinnovandolo profondamente e facendone il motore di una mutazione radicale che ha permesso di trasformare una terra a vocazione agricola in uno dei più avanzati distretti dell'innovazione industriale.
LA CERAMICA
La "ceramica" è una delle realtà industriali più rilevanti dell'Emilia Romagna. Non c'è paese al mondo dove non vengano esportate le piastrelle e le mattonelle prodotte a Sassuolo, in provincia di Modena, e Casalgrande, in provincia di Reggio Emilia. Non è un'industria nata dal nulla, ma la felice evoluzione di un insieme di elementi – tecnica, cultura, tradizione, manualità – che si sono sviluppati attraverso i secoli nella produzione artigianale di manufatti in ceramica, sia di uso comune che d'arte.
Diversamente da quanto accade spesso in questi casi, in questa regione
il passaggio dall'artigianato all'industria non ha comportato il soccombere del primo alla seconda e i due camparti prosperano in parallelo, seppur con dimensioni di mercato completamente
diverse.
Storicamente nasce tutto a Faenza, dove la ceramica d'arte ha fama tanto antica e consolidata che nelle lingue di mezza Europa il nome della città è diventato sinonimo
di "maiolica" ed anche nel gergo degli informati e addetti ai lavori per "faenze", indipendentemente da dove vengono prodotte, si intendono unicamente le ceramiche di terracotta smaltata in
bianco all’ossido di stagno e decorata con colori vivaci.
Se già nel Medioevo la città era nota come centro ceramico di primaria
importanza, il decollo vero e proprio avvenne tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, quando si passò dai temi goticheggianti e orientali a uno stile di più stretta ispirazione italiana. In un
primo momento i decori insistevano su temi araldici e puramente ornamentali per poi dispiegarsi in un repertorio in cui, sempre più spesso, appariva la figura umana trattata in ossequio alla
personale ispirazione dell'artigiano-artista.
Nella seconda metà del XVI secolo, un'ulteriore evoluzione portò alle ceramiche cosiddette “bianche”, quelle che avrebbe reso Faenza famosa in tutta Europa,
caratterizzate da forme mosse e stravaganti, e decorate semplicemente con disegni quasi schizzati.
Parallelamente all'evoluzione estetica, i ceramisti faentini misero a punto nuove tecnologie, quali la tecnica del “piccolo fuoco”, e introdussero altri materiali, come
la terraglia, che diedero nuovo slancio alle loro botteghe e ne decretarono l'assoluta leadership per tutto il ‘700.
Verso la fine di questo secolo si concretizzò l'ultima grande rivoluzione estetica, con la diffusione di nuove e delicate decorazioni, come la foglia di vite, il
festone, la ghianda, adattate su forme che, per la loro semplicità e linearità, precorrevano l'avvento del gusto neoclassico.
La memoria storica di questa attività, che si perpetua da oltre otto
secoli, è il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza nel quale le produzioni locali si confrontano con pezzi provenienti da ogni parte del mondo. Intorno, nelle vie del centro storico, è
un brulicare di botteghe dove si formano al tornio vasi dalle fogge più disparate che poi saranno decorati a mano e cotti secondo le tecniche tradizionali.
Gran parte della produzione attuale ricalca forme e decori classici della ceramica faentina, ispirati soprattutto al periodo medievale e rinascimentale, ma sono in
forte sviluppo anche creazioni più innovative cui offrono un prezioso contributo artisti contemporanei di fama internazionale.
Faenza, comunque, non detiene il monopolio assoluto della ceramica artigianale. Interessanti realtà sono tuttora vitali in provincia di Parma, in particolare a Noceto,
nota per i suoi vasi da farmacia. e nella villa il Ferlaro, a Collecchio, dove si è sviluppato uno stile particolare, caratterizzato dai fondi bianchi con decorazioni che vanno dal color ruggine
all'azzurro intenso.
Non vanno dimenticati, infine, i tradizionali boccali un tempo imperanti nelle osterie e nelle trattorie popolari ,che oggi costituiscono la principale produzione delle
botteghe di Imola.
IL MOSAICO
Una forma di artigianato può nascere per le più diverse ragioni e spesso la casualità ne è la matrice principale. Meno casuali sono le ragioni che le permettono di sopravvivere o, addirittura, svilupparsi, e tra queste gioca un ruolo determinante la formazione dei nuovi operatori. Con buona dose di retorica, si vorrebbe sempre vincente il passaggio di testimone di padre in figlio, ma i risultati più concreti li danno le scuole specializzate, come nel caso dell'Istituto Statale d'Arte per il Mosaico di Ravenna cui va riconosciuto il merito di aver trasformato il mosaico in qualcosa di vitale, da progettare e produrre, e non solo da ammirare nello splendore dei monumenti bizantini della città.
D'altra parte, quella del mosaico non è una produzione che si esaurisce nel gesto creativo: in essa si devono combinare la fantasia creatrice dell’artista e la paziente manualità dell’artigiano, e questo richiede doti di educazione e disciplina che può trasmettere solo una scuola.
Nel loro complesso, le attuali botteghe dei mosaicisti di Ravenna rappresentano una straordinaria realtà artigianale dove si percorrono tutte le possibili strade di quest'arte, dalla riproduzione di mosaici antichi, utilizzando tecniche e paste vitree colorate simili a quelle che venivano impiegate in epoca romana e bizantina, alla sperimentazione di nuovi percorsi, estetici e tecnici, i cui esiti hanno attirato l'attenzione di numerosi artisti contemporanei, quali Capogrossi, Campigli, Chagall, Guttuso, Cagli, Birolli e molti altri, tutti attratti dalle insospettate potenzialità espressive di un tecnica tanto antica.
IL FERRO BATTUTO
In una regione in cui l'economia si è sviluppata a tappe forzate creando un "modello" spesso esportato con successo, è naturale che gran parte delle botteghe di fabbro si siano trasformate in aziende, piccole ma estremamente dinamiche, per lo più dedite alla produzione di carpenteria metallica e infissi. È l'inevitabile evoluzione di un artigianato, quello del ferro battuto, che in Emilia Romagna ha una lunga e ben consolidata tradizione e che, fortunatamente, si perpetua di fianco alle forme di industrializzazione favorite dalle richieste del mercato.
Le espressioni più caratteristiche di questa antica arte sopravvivono, più per ragioni turistiche che produttive, nelle viuzze di Grazzano Visconi, in provincia di Piacenza, un agglomerato di fattezze medioevali sorto alla fine dell'Ottocento, nel quale le numerose botteghe di fabbro si inseriscono con grande effetto scenografico.
La lavorazione artistica del ferro, comunque, è ancora praticata diffusamente in tutta la regione, con alcuni centri dove prevalgono lavorazioni particolari, come Ciano d'Enza, in provincia di Reggio Emilia, dove si producono letti e altri oggetti d’arredamento, Brisighella, in provincia di Ravenna, specializzata nella replica degli antichi lampadari e negli attrezzi per camino, e Ferrara dove gli artigiani prediligono la realizzazione di cancellate, ringhiere e balaustrate.
LA TESSITURA E IL RICAMO
Al pari di molte altre regioni italiane, anche l'Emilia Romagna ha un centro in cui, in passato, si è sviluppata la tradizionale lavorazione dei ricami. Curiosamente,
qui ciò è avvenuto a Rimini, la cui fama di capitale delle vacanze sembra mal conciliarsi con la quieta e certosina dedizione che richiedono i merletti a tombolo. Eppure, questa produzione
continua, seppur in forma molto ridotta rispetto al passato.
Nella regione, comunque, la più importante attività tessile era determinata dalla grande estensione delle coltivazioni di canapa che caratterizzavano la pianura
emiliana: questa quotidiana dimestichezza con la materia prima ha fatto sì che in ogni casa contadina fossero operativi, soprattutto nei mesi invernali, telai manuali dai quali madri e figlie
ricavavano manufatti per uso proprio e per offrire sulle bancarelle dei mercati di paese.
Si tratta di produzioni che si differenziano nettamente da quelle di altre regioni soprattutto per l'abbondanza e la vivacità delle decorazioni, applicate con una tecnica al tempo stesso semplice ed originale, attraverso l'impiego di stampi intagliati in legno di pero e impasti di colori minerali in cui dominano i toni del verde, del blu e del rosso.
Le prime testimonianze relative all'attività artigiana delle stampe romagnole su tela risalgono alla fine del Settecento, anche se la grande espansione di questa
attività si ebbe nei primi decenni dell'Ottocento, quando si moltiplicò la produzione degli stampi, molti dei quali sono ancora in uso nelle storiche botteghe attive nella bassa Romagna.
Si trattava di produzioni destinate a una clientela tutt'altro che abbiente, modeste famiglie che si dovevano forzatamente accontentare di un surrogato dei ricchi
tessuti ricamati, tovaglie, tende e copriletti in canapa, arricchiti con motivi ornamentali impressi con la rudimentale tecnica a stampo.
Ed è grazie a questa vera e propria necessità di "imitare" che l'arte della stampa via via sia affinò, escogitando tecniche che permettevano di riprodurre non solo i
decori ma anche la matericità dei ricami, dei tappeti, dei broccati, spesso accompagnati da galloni, nastri, bordure, fiocchi, anch'essi rigorosamente disegnati.
Questo artigianato, per fortuna, non è stato del tutto rimpiazzato dal mercato delle più economiche, comode ed efficaci forme di stampa a tecnica digitale e viene
ancora praticato soprattutto nelle zone di Gambettola in provincia di Forlì, e di Imola, con procedure a loro modo eroiche, dove si combinano l'eredità della tradizione (gli stampi utilizzati
sono ancora quelli dell'Ottocento e di inizio Novecento) e i segreti del mestiere, soprattutto per quel che riguarda le formule di preparazione dei colori.
GLI INTRECCIATI
Le zone palustri del Delta del Po, pur con tutte le loro connotazioni negative, sono state ogni in ogni tempo luoghi di grande esaltazione di tutte le forme di vita,
umana, animale e vegetale. Il connubio terra-acqua, senza una precisa linea di demarcazione, ha sempre favorito lo sviluppo di una vegetazione rigogliosa che ha attratto popolose colonie di
animali.
In un contesto di tale esuberanza, l'uomo ha accettato di sfidare la sostanziale insalubrità di questi luoghi, attratto dalle ricchezze immediate che essi offrivano e
ingegnandosi per sfruttarne ogni aspetto. Per cui, una volta soddisfatta la sua brama di cacciatore e pescatore, è riuscito a far tesoro anche delle risorse apparentemente più insignificanti,
quali la tipica canna palustre, detta qui “parvera”, il cui arbusto veniva utilizzato per tessere stuoie, e le foglie per intrecciare sporte e cappelli, oppure la “bosmarola”, un'erba spontanea
delle zone umide, impiegata per fabbricare scopini e spazzole molto resistenti.
Sono attività che in alcune forme tradizionali sopravvivono qua e là per il Delta, soprattutto nella zona di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna. In forma più
organizzata, invece, hanno ritrovato vitalità altrove, in particolare a Ciano d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, e a Roccabianca, in provincia di Parma, dove si è sviluppata una florida
produzione di oggetti e mobili in vimini.
Un'attività in qualche modo analoga, ma che si avvale di un materiale molto particolare, è l'intreccio del truciolo di legno di salice o di pioppo, tipico di Carpi, in
provincia di Modena. Nata come attività integrativa dell'agricoltura, praticata originariamente dai contadini durante l'inverno in ambito domestico, consisteva nel ricavare dal legno strisce
sottili, intrecciarle e, quindi, unirle in modo da ottenere cappelli che si facevano apprezzare al tempo stesso per la solidità e la leggerezza.
Negli ultimi decenni dell'Ottocento, questa produzione raggiunse il suo massimo livello di espansione, soddisfacendo commesse che pervenivano da tutta Europa e
dall'America.
Oggi l'attività si è in parte industrializzata, focalizzandosi sulla produzione di semilavorati che trovano poi le applicazioni più disparate, mentre le botteghe
artigiane che si dedicano alla produzione di oggetti finiti e dei tradizionali capelli sono in costante diminuzione.
IL LEGNO
Sparse nei vari centri urbani della regione, sono attive numerose botteghe di ebanisteria che producono mobili d'arte. Le localizzazioni principali sono Ferrara,
Colorno, in provincia di Parma, San Cesario, in provincia di Modena, dove vengono realizzati i lavori a intarsio, e Ravenna. Ma il centro di eccellenza, dove la lavorazione del legno è
focalizzata unicamente sulle tecniche tradizionali, è Grazzano Visconti, in provincia di Piacenza.
Benché le origini non si perdano nella notte dei tempi (la trasformazione dell'antico nucleo rurale sparso attorno al castello in un centro di grande fervore
artigianale, risale ai primi anni del ‘900 e si deve a Giuseppe Visconti di Modrone) sono bastati pochi decenni per rendere famoso quello artigianato creativo di ispirazione quattrocentesca
(secolo di nascita del castello) che ha dato vita all'arredo stile “Grazzano”, in cui domina il bassorilievo, caratterizzato da intagli molto fitti e profondi in cui le figure vengono prima
disegnate sulla tavola, quindi incise sino a sbalzare i contorni.
Gli artigiani del legno di Grazzano Visconti perpetuano tuttora questo stile che li ha resi famosi per quasi un secolo, e continuano a produrre mobili massicci,
cassettoni, lettiere e trumeau dalla linea inconfondibile, anche se gli alti e bassi del mercato li hanno stimolati ad allargare l'orizzonte stilistico dei loro manufatti.
Oggi si producono infatti anche salotti di gusto e inglese o provenzale, armadi toscani o veneziani, madie provenzali e solide cucine in vero massello che nulla hanno
da invidiare per modernità a quelle fabbricate in serie ma ne sono distanti anni luce per rifiniture e solidità.
I RICHIAMI
Le zone paludose del delta, grazie all'abbondanza di uccelli migratori che vi fanno tappa ogni anno, sono sempre state un vero paradiso per i cacciatori. Qui, una delle tecniche di caccia più diffuse prevedeva l'utilizzo dei richiami galleggianti, qui chiamati stampi, perfette riproduzioni di germani ed altri uccelli palustri che venivano lasciati fluttuare in ben precisi specchi d'acqua, con la funzione di attrarvi gli stormi di migratori.
La produzione era particolarmente vivace alla fine dell'Ottocento, quando si riproducevano soprattutto chiurli in legno di varie dimensioni e una gran varietà di fischietti dalle forme più disparate, ciascuno destinato all'imitazione del canto di una specifica varietà di uccello, vere e proprie opere d'arte realizzate in legno, ottone, osso, canna palustre, tutti materiali poveri o comunque facilmente reperibili a quel tempo.
Oggi, questo tipo di caccia è molto meno praticato e i richiami utilizzati sono quasi sempre di plastica, più rozzi e meno costosi, ma sufficientemente efficaci. Ma gli artigiani che si sono specializzati nella produzione degli stampi (la maggior parte si concentra nel territorio del comune di Argenta, in provincia di Ferrara) non sono rimasti senza lavoro, avendo trovato un insperato nuovo canale di vendita nel settore dei componenti d'arredo.
La raffinatezza delle loro realizzazioni, infatti, non è sfuggita all'occhio esperto di architetti ed arredatori che hanno immediatamente apprezzato la maestria con cui gli arbusti palustri vengono trattati e legati in fasci, quindi modellati a riprodurre le sembianze del corpo dell'anitra, sormontati da una testa realisticamente scolpita in legno e infine verniciati con grande realismo.
LE IMBARCAZIONI
Lo straordinario microcosmo del Delta del Po ha sempre attirato le popolazioni circostanti che, per viverlo e farlo proprio, si sono dovute ingegnare costruendo mezzi
di locomozione al tempo stesso semplici e straordinariamente efficienti, facili da manovrare e, soprattutto, capaci di giungere ovunque.
Il continuo apporto di materiali (sabbia e limo) da parte del fiume, infatti, crea le secche degli accumuli alle foci e lungo le buse (rami secondari più piccoli delle
dimensioni di un canale) che, a causa delle correnti e del moto ondoso, si spostano di continuo rendendo difficile la navigazione.
Sono indispensabili, pertanto, imbarcazioni a fondo piatto che possano transitare anche in acque molto basse, spinte dalla sola forza delle braccia. Anche lungo il
labirinto dei “paradelli”, gli stretti canali, quasi cunicoli, che si snodano all'interno degli infiniti canneti, l'acqua è sempre molto bassa.
Dalle prime imbarcazioni a fondo piatto che avevano linee solo abbozzate, si è via via passati alla progettazione di modelli specializzati, quali il “mammalucco”,
adatto alla caccia, la “batana”, leggermente più lungo e molto più largo, funzionale alle attività della pesca, e il “velocipide” dallo scafo lungo e affusolato, utilizzato per le regate.
Tra queste, la più diffusa era (ed è tuttora) la “batana”, una barca abbastanza lunga (da 5 a 7 metri) larga circa un quarto della lunghezza, usata dai pescatori, dai
tagliatori di canne, dai cacciatori o da chiunque altro avesse la necessità di muoversi nei meandri del delta.
LE CAMPANE
Fra le arti dei metalli, quella della fusione delle campane in bronzo rappresenta una specializzazione particolare. In Emilia essa ha il suo centro a Castelnuovo ne'
Monti, in provincia di Reggio Emilia, dove è documentata fin dal XVI secolo, come testimonia una campana ritrovata ai primi del ‘900 che reca la data 1565 e la firma “Betalli”, una famiglia di
maestri fonditori del luogo.
Questa tradizione artigianale, nel corso degli ultimi secoli, si è intrecciata con le vicende di una sola famiglia, i Capanni, che di padre in figlio si sono tramandati
il mestiere fino ai giorni nostri, preservando le tecniche tradizionali e affiancandole con un corollario di accessori tecnologicamente molto avanzati, che hanno consentito alle loro campane di
competere con le innumerevoli alternative proposte dall'industria moderna.
Questo ha permesso di produrre ed esportare in tutto il mondo campane realizzate con le stesse tecniche complesse dei maestri del medioevo e del Rinascimento. La
realizzazione di una campana, infatti, comporta l'applicazione di varie competenze, in quanto esse non sono solo oggetti d'arte ma devono soprattutto suonare possibilmente con una voce che sia al
tempo stesso possente e ricca di personalità.
Spessore, peso, circonferenza, altezza, sono fattori importanti per dare alle campane la loro nota distintiva. Ogni singola campana è un pezzo che la fusione a cera
persa, indispensabile per ottenere scritte decorazioni di particolare finezza, rende unico nella sostanza. Però, le procedure di realizzazione sono sempre le stesse, sia che si debba produrre una
campana di 8 cm di diametro, sia che ci sia avventuri nella fusione della monumentale Maria Dores, il cui diametro supera i tre metri.
LE OCARINE
Emiliani e Romagnoli hanno un'innata predisposizione alla socializzazione e a tutte le forme di espressione che la favoriscono. Ne sono uno specchio fedele i loro cibi, i vini e, soprattutto, la loro musica, tanto nelle sue espressioni colte (la lirica) che in quelle popolari (il liscio).
Tra gli elementi che rendono immediatamente gradevole la musica che qui allieta le feste di paese c'è un popolare timbro sonoro che nemmeno i più sofisticati strumenti elettronici riescono a riprodurre: è quello dell'ocarina, un semplice strumento a fiato in terracotta inventato a Budrio, in provincia di Bologna, da Giuseppe Donati verso il 1860.
Il suo immediato successo, dovuto anche ad una geniale concezione che permette di modulare una scala diatonica insieme a note cromatiche, ha fatto di Budrio una specie di luogo di culto dove fin dall''800 si promuove e si preserva l'arte di produrre le ocarine, come quella di suonarle, tanto nei suoi ambiti naturali, quelli della tradizionale musica popolare, quanto lanciandosi in confronti arditi in cui i musicisti locali si misurano con i grandi brani della musica classica.
IL CULATELLO
Nulla come il variegato mondo dei salumi emiliani rispecchia fedelmente il carattere delle sue genti, allegre, generose,
chiacchierone, goderecce, pronte ai divertimenti e sensibili nei fatti della vita quotidiana a tutto ciò che può essere definito buono bello raffinato e di qualità.
In parallelo, ogni salume emiliano potrebbe essere preso a simbolo di questi aspetti caratteriali, a partire dalla Mortadella di Bologna, proseguendo con la Coppa
Piacentina, lo Zampone di Modena, il Prosciutto di Parma, il Salame di Felino, la Spalla Cotta di San Secondo, la Salama da Sugo di Ferrara.
É innegabile, insomma, che l'Emilia sia un vero e proprio paradiso dei salumi. Ma si tratta di un Eden piramidale dove ogni
specialità fa da supporto a un'altra che la sovrasta per qualità e raffinatezza, fino ad arrivare al culmine dove si colloca uno dei più straordinari e raffinati salumi d'Italia e del mondo: il
Culatello.
D'altra parte, qualcosa di più raffinato del Prosciutto di Parma lo potevano inventare solo coloro che, da secoli, hanno una quotidiana dimestichezza nel trattare,
trasformare ed esaltare le cosce dei suini è questaL'Emilia è un vero e proprio paradiso dei salumi. Ma è un paradiso piramidale al cui culmine si colloca uno dei più straordinari e raffinati
salumi d'Italia e del mondo: il Culatello. D'altra parte, qualcosa di più raffinato del Prosciutto di Parma lo potevano inventare solo coloro che da secoli hanno una quotidiana dimestichezza nel
trattare, trasformare ed esaltare le cosce dei suini.
Il Culatello viene prodotto in una ristretta zona lungo il torrente Parma, tra Zibello e Langhirano, ed è un salume costoso, prima di tutto perché per realizzarlo si sacrificano le migliori cosce di maiale ricavandone solamente la parte centrale che viene disossata e mondata di ogni parte grassa.
Dopo circa dieci giorni di salatura, i singoli pezzi vengono lavati con vino, ricoperti con un velo di sale e pepe macinato grossolanamente, quindi insaccati nel budello, badando di eliminare anche la minima bolla d'aria. A questo punto i culatelli vengono messi a stagionare per un periodo che si protrae da dieci a dodici mesi.
Questo è il periodo più delicato, dal quale dipende la minore o maggiore "soavità" del prodotto finale. È importante evitare che la carne si secchi troppo, e per questo si interviene inumidendo i culatelli con un canovaccio imbevuto di vino bianco, oppure cognac, o distillato di malto.
Anche grazie a queste cure, il Culatello è un salume per il quale il momento del taglio diventa un rito ed il primo assaggio è sempre un'emozione, l'esame attraverso il quale chi lo ha accudito riceverà l'applauso o il biasimo dei suoi commensali.
I FORMAGGI
Se i salumi rappresentano il lato godereccio e peccaminoso dell'Emilia gastronomica, i formaggi, con in testa il Parmigiano Reggiano, ne tratteggiano il volto austero,
meditato e colto, fatto di scelte rigorose, tecniche consolidate e lunghe attese. Se il paragone non fosse troppo azzardato, potremmo dire che i primi stanno ai secondi come il liscio sta
all'opera lirica.
Le origini del Parmigiano Reggiano ci riportano indietro di quasi un millennio e le prime testimonianze, risalenti ai secoli XI e XII, dimostrano come già allora questo
formaggio fosse apprezzato per quelle caratteristiche che oggi sono divenute per legge uno standard di qualità.
E che in tempi remoti fosse considerato più una prelibatezza che un semplice alimento, ce lo testimoniano le
numerose citazioni letterarie, prima tra tutte quella del Decamerone di Boccaccio in cui, a simbolo del paese di Bengodi, viene eletta una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato sopra la
quale “stavan genti, che niuna altra cosa facevan, che fare maccheroni e ravioli", per poi, una volta cotti, farli rotolare sul formaggio in modo da condirli meglio.
La straordinaria qualità del Parmigiano Reggiano è frutto, oltre che di un connubio perfetto di tecnica e materia prima, anche di un sistema produttivo di stampo
artigianale che ha saputo rimanere immutato nella sostanza anche se, col tempo, i quantitativi prodotti sono aumentati a dismisura. Ne è prova il fatto che in nessun tempo ed in nessun luogo il
consumatore ha mai potuto associare questo formaggio al nome di un produttore o ad un marchio aziendale.
Consci del valore assoluto del sistema produttivo (ovvero della somma di materia prima, tecnica di produzione e competenze nella gestione della stagionatura), i produttori di Parmigiano Reggiano hanno messo da parte ogni velleità di protagonismo ed hanno ceduto totalmente il palcoscenico al prodotto.
È ovvio che, trattandosi di un formaggio in cui la componente artigianale è ancora prevalente, vi siano differenze gustative tra le forme dei vari produttori ma, forti di uno standard qualitativo elevatissimo, si è scelto di non spingere il mercato alla loro ricerca.
Nonostante questo, i degustatori più raffinati sanno riconoscere la personalità dei vari produttori, ma sono costretti a farne un gioco fine a se stesso, da deliziarsene in piccoli gruppi, adottando un linguaggio da setta segreta che porta i suoi adepti ad interminabili disquisizioni sulla superiorità del 2430 rispetto al 2214, ovvero il numero di matricola dei caseifici produttori.
APPUNTAMENTI DA NON PERDERE
Il carattere esuberante e incline ai piaceri della vita di emiliani e romagnoli si manifesta anche nelle feste e nelle manifestazioni organizzate in tutta la regione, dove quelle a tematica gastronomica dominano incontrastate. In realtà, questo dominio è solo di facciata, in quanto intorno all'occasione contingente, si aggregano sempre tutti gli elementi dell'intrattenimento popolare, con le sue declinazioni religiose, folcloriche e commerciali.
Per tutti, valga l'esempio della Fiera dell’oliva e dei prodotti autunnali di Coriano, in provincia di Ravenna, dove ai protagonisti ufficiali, olive, olio extravergine, tartufo, funghi, vino, miele e formaggi, si contrappone uno dei più vivaci mercati regionali dell'artigianato del vimini, del ferro battuto, della terracotta, del rame e del legno.
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