I marchigiani sono sempre stati gente operosa, attratta dal bello ma anche estremamente pratica, capace di trasformare la raffinatezza estetica in modello da moltiplicare e commerciare. Non è casuale, quindi, che una secolare dimestichezza di contaminazioni tra cultura e mercato si trasformasse in forme di industria quali quella dell'arredamento, della carta e della moda (in particolare, le calzature), fino a quella degli strumenti musicali. 

       Nelle Marche, più che in altre regioni, il viaggio alla ricerca dell'artigianato tradizionale si rivela un percorso a ostacoli, una sorta di labirinto in cui è difficile orientarsi e dove, talvolta, seguendo le tracce della storia ci si ritrova all'improvviso immersi nella più avanzata tecnologia (è il caso degli strumenti musicali).

       In altri casi, laddove ci si aspetterebbe il deserto, si scoprono realtà  piccole ma estremamente vivaci  dove si mettono a frutto i saperi antichi, con la consapevolezza che qualunque cedimento alla modernizzazione rischierebbe di rompere il prezioso meccanismo, come dimostrano gli attuali successi del ciauscolo marchigiano e il costante apprezzamento dei mobili di Amandola.

LA CARTA

       La carta si è insinuata in maniera così pervasiva nella nostra vita quotidiana da apparirci più come una materia prima che come un prodotto trasformato, frutto di tecniche raffinate evolutesi in un percorso lungo quasi un millennio. É certo che i maestri cartai di Fabriano appresero dagli arabi l'arte di trasformare il lino e la canapa in carta ma, a quelle tecniche di base, essi seppero apportare innovazioni e perfezionamenti che resero il loro prodotto più resistente al tempo e agli agenti patogeni.
       La rapida diffusione della stampa a caratteri mobili creò, a partire dalla seconda dalla seconda metà del secolo XV, una così grande richiesta di carta di qualità che quella prodotta dagli artigiani di Fabriano si impose presto come l'unica materia a cui l'uomo potesse affidare la parola scritta per comunicare e tramandare il suo pensiero e le opere del tuo ingegno.

       Fino a tutto il ‘600 i maestri cartai fabrianesi dominarono il mercato italiano ed europeo sostenuti da una classe politica che difendeva con leggi e rigorose attività di vigilanza il vantaggio tecnologico acquisito dai suoi artigiani.       

       Dopo un periodo di sostanziale declino, protrattosi per tutto il ‘700 e dovuto principalmente ai miglioramenti introdotti dalle cartiere francesi, tedesche, inglesi e olandesi, nei primi anni dell'800 l'attività riprese con rinnovato vigore grazie soprattutto all'impegno e alle capacità di innovazione di Pietro Milani cui va ascritto il merito di aver trasformato l'originaria attività artigianale in una vera e propria industria.    


       L’antico modo di produrre carta comunque non è andato disperso: ancora oggi a Fabriano, ma anche ad Ascoli Piceno e a Pioraco in provincia di Macerata, raffinati artigiani si cimentano con il complesso processo di produzione della carta a mano e della filigrana, dall'impasto e dalla lavorazione di stracci di canapa e di lino al trattamento con l'antica pila a magli multipli, dalla collatura alla stesura e asciugatura e al taglio dei fogli. Con queste tecniche producono carte da lettera di grande eleganza, buste, confezioni di ogni genere e di ogni colore, in grado di soddisfare le richieste della clientela più esigente.

GLI STRUMENTI MUSICALI

       Quella degli strumenti musicali marchigiani è una storia relativamente recente tutto cominciò nel 1863 a Castelfidardo in provincia di Ancona quando Paolo soprani fondò la prima fabbrica italiana di “accordéon”. Akkordion era il nome con cui era identificato lo strumento nei luoghi di origine e di prima espansione (Austria, quindi Francia, Germania, Svizzera e, successivamente, Russia, Cecoslovacchia, Polonia) ma in Italia venne prima battezzato “armonica”, quindi “fisarmonica” anche se nelle Marche e nelle regioni limitrofe il nome più comunemente utilizzato era quello dialettale di “organetto”.
       In Italia il successo degli organetti fu immediato e la richiesta del mercato subito fortissima, toccando il picco massimo tra il 1870 e il 1900. L'ottima risposta determinò il moltiplicarsi dei laboratori produttori non solo nei comprensori di Castelfidardo e Recanati, in provincia di Macerata, ma anche in altre zone d'Italia come Stradella in Lombardia e Vercelli e Leini in Piemonte.

       Il successo dei fabbricanti marchigiani trae origine da un’atavica cultura artigianale in cui si uniscono concentrazione, ordine, creatività e abilità manuali. Produrre organetti, infatti, significa saper unire sapientemente legno, carta e lamine vibranti, arricchendo il tutto con gusci dai colori squillanti, perfetti per accompagnare il saltarello sulle aie.
       Dall'affinamento di questa certosina esperienza nasce la metodologia che consente di produrre assemblare gli oltre mille pezzi che compongono una fisarmonica in un insieme i cui livelli di perfezione tecnica e musicale hanno portato le manifatture marchigiane a primeggiare nel mondo. 
       Questa straordinaria abilità ha poi di recente condotto numerosi laboratori a diventare industrie capaci di cavalcare le moderne tecnologie della sintetizzazione elettronica della musica. Fortunatamente, però, questa fuga verso le forme industriali non ha contagiato totalmente il settore e a Castelfidardo, come a Recanati, Camerino, Osimo e Numana, tanti piccoli artigiani costruiscono ancora pezzo dopo pezzo fisarmoniche pianole e organetti che vanno a soddisfare le richieste di una nicchia di mercato tuttora consistente soprattutto nei paesi dove è più alta la concentrazione di emigranti italiani.

I MERLETTI

       Offida, piccolo centro in provincia di Ascoli Piceno, si fregia ufficialmente del titolo di “Città del Merletto”, bandiera di un gruppo di comuni tra i quali Appignano del Tronto, Castignano, Castorano, Spinetoli, Castel di Lama che, nel loro complesso, costituiscono un comprensorio in cui è nata, si è evoluta e si perpetua l'arte marchigiana del merletto al tombolo.
       Lo sviluppo di questa particolare forma di artigianato è stato favorito dalla presenza di una produzione locale di passamaneria sulla quale la lavorazione al tombolo si è innestata nel ‘400 per iniziativa di un gruppo di intraprendenti nobildonne locali. 
       Lo sviluppo di questa attività popolare e antichissima ha conosciuto qui il suo massimo splendore tra il ‘400 e il ‘500 grazie alla forte richiesta di merletti per uso liturgico tuttora conservati nelle chiese e nei monasteri della zona.

       Da allora, la preziosa lavorazione si è diffusa a livello familiare senza distinzione di classi sociali e si è protratta nei secoli con tecniche punti e segreti tramandati di madre in figlia.

       Nei primi decenni del ‘600 la lavorazione e produzione locale del merletto al tombolo era talmente apprezzata che i mercanti esportavano questi manufatti specificandone sempre il luogo di provenienza. 


       La fama dei merletti di Offida non ha mai conosciuto flessioni anche se, a più riprese, soprattutto nel ‘700, gli artigiani locali sono stati costretti a chiedere alle autorità provvedimenti per contrastare la concorrenza dei mercanti che spacciavano per offidani merletti prodotti altrove, soprattutto a Chioggia.
       Oggi le merlettaie che operano nel comprensorio di Offida continuano a lavorare le “lenze” (dal latino lintea, fatta col lino) o il “capezzale” (dal latino capitiale, guanciale) come viene indicato in loco il merletto, utilizzando i pochi strumenti che, senza variazioni, accompagnano da secoli questa attività: il tombolo, un rullo della lunghezza di 25 30 cm e del diametro di 15 20 cm, un reggitombolo a tre piedi detto in dialetto “prebenna” (dal latino prae habere, tenere davanti) un quantitativo variabile di coppie e fuselli, spilli di ottone argentato e filo.

       La produzione si concentra prevalentemente nella realizzazione di centrini, tovaglie, copriletti e fazzoletti, ovvero oggetti in cui l'immediata finalità pratica è solo un pretesto per esibire un'arte raffinata che altrove sta scomparendo.

IL LEGNO

       A Pesaro nel volgere di pochi decenni si è sviluppato un distretto del mobile tra i più importanti d'Italia e d'Europa, creativo, dinamico e innovativo. Curiosamente, però, qui non è avvenuta come ci si aspetterebbe una transizione dal settore artigianale a quello industriale: gli imprenditori pesaresi hanno creato ex novo le loro aziende senza innestarsi su alcuna tradizione preesistente.
       Forse proprio in questo risiede la loro competitività che si fonda principalmente sull'innovazione stilistica e la capacità di tenersi al passo con la tecnologia. Il vero paradosso è che a Pesaro, in questi ultimi anni, l'industria del mobile ha favorito la nascita di numerose imprese artigianali di altissimo livello che riescono a trovare ottimi sbocchi di mercato lasciandosi trascinare dai flussi commerciali delle imprese di maggiori dimensioni. 

       Nelle Marche, quindi, le lavorazioni tradizionali del legno si situano in zone meno celebrate ma non per questo qualitativamente meno rilevanti. Amandola, per esempio, un piccolo centro dei Monti Sibillini in provincia di Ascoli Piceno, gode meritata fama per le sue botteghe di ebanisteria e restauro del mobile antico.

       Questa attività si è sviluppata nel tardo Rinascimento grazie alle commesse dell'aristocrazia locale che ha consentito agli artigiani di acquisire competenze sempre più elevate con le quali sono riusciti ad allargare l'orizzonte dei loro dei loro lavori dalle case private ai palazzi pubblici, in particolar modo le chiese, per le quali si sono specializzati nella realizzazione di altari, cori, confessionali, inginocchiatoi e mobili da sacrestia. Si è così sviluppato uno stile compatto, sobrio e armonioso, in cui dominano l'intarsio, la precisione degli incastri, la linearità costruttiva e la solidità: caratteristiche che tutte insieme rendono il prodotto godibile e fruibile al tempo stesso.


       Questa tradizione non si è mai interrotta e, per quanto non più numerose come in passato, le botteghe del mobile continuano a lavorare e a produrre secondo i ritmi imposti dalla paziente attenzione ai particolari, dalla cura nella scelta del legno e dai procedimenti rigorosamente artigianali. 
       L'intarsio continua a essere l'elemento dominante di questi mobili che, quanto allo stile, si rifanno prevalentemente al neoclassico e a Luigi XVI, declinati in una pluralità di manufatti tra i quali testiere dei letti, armadi, comodini, panche, sedie, poltrone, ribaltine, scrigni e soprammobili.

LA CERAMICA

      Il  territorio compreso tra Pesaro e Urbino cominciò a configurarsi come polo di produzione ceramica di qualità già dal Trecento per diventare poi, nella seconda metà del Quattrocento, uno dei centri ceramici artisticamente importanti e influenti, animato da una gran quantità di botteghe, intensi traffici commerciali, una consistente produzione, riconoscimenti di prestigio e apprezzamenti.

Verso la metà del Cinquecento iniziò la produzione di istoriati che contribuirono a rendere celebre il Ducato di Urbino e in particolare il centro di Casteldurante, divenuto in seguito Urbania, dove furono prodotte alcune fra le più belle maioliche del Rinascimento.
Nel ‘700, due decori tipicamente pesaresi divennero dominanti: il motivo “al ticchio” e quello “alla rosa”, quest'ultima dipinta con colori a smalto, fantasiosa e creativa, che riscosso un tale successo da essere ancora oggi considerata il simbolo delle maioliche pesaresi.

       L’Ottocento, invece, segnò un momento di involuzione creativa e la produzione si orientò a beni di consumo popolare come le terraglie bianche o marmorizzate decorate a mano o a riporto, e gli scaldini, realizzati in una sorprendente varietà di forme e con le più diverse tecniche decorative.
Per registrare una sorta di risveglio creativo si deve attendere la metà del ‘900 quando, sotto la spinta di importanti artisti contemporanei, quali Baratti, Valentini, Sora, Polidori, Wildy e Bucci, l'antica tradizione venne rivitalizzata con originalità e fantasia dando forma a una nuova stagione della ceramica urbinate e pesarese.
       Ascoli Piceno è il secondo polo marchigiano della ceramica. Le botteghe artigiane, quasi tutte concentrate nel centro storico, nella zona di via Pretoriana, rappresentano per il visitatore del capoluogo ascolano una piacevole sorpresa. L'artigianato più diffuso è quello della maiolica che qui ha origine antichissime come attestano i frammenti di anfore e crateri, piatti, boccali di epoca italica romana e alto medioevale, rinvenuti in diverse zone della città e del suo circondario. 
       Nel periodo che va dal Trecento al Cinquecento nella città erano attivi numerosi laboratori in cui si producevano in prevalenza stoviglie di uso comune, (piatti, boccali, bottiglie, bacili, “cortisciane”, “pignatte”, “et vasa et coccie che si operano in cucina”) quasi sempre a tinta unita: bianco, turchino nero e rosso. 

       In un'alternanza di alti e bassi in cui le stagioni floride, quali il Settecento e i decenni centrali dell'Ottocento, erano sempre ascrivibili alla creatività e all'abilità dei singoli artigiani che riuscivano a dare impulso a tutto il comparto, si giunse alla stagione d'oro del primo Novecento, grazie anche alla intraprendenza della fabbrica Matricardi che ha fatto conoscere le ceramiche di Ascoli in tutto il mondo. 
       Attualmente la tradizione ascolana della maiolica è tenuta viva dalle numerose fabbriche artigianali che si dedicano prevalentemente alla produzione di zuppiere, orcioli e piccole brocche con decori incentrati sul motivo floreale della “rosa picena”, grandi anfore e caffettiere orientaleggianti e piatti e vasi ornati con stilizzazioni e figure geometriche. 


GLI INTRECCIATI

       La grande capacità imprenditoriale dei marchigiani è riuscita a trasformare anche l'artigianato degli intrecciati, che nel resto dell'Italia sopravvive a macchia di leopardo, in una sorta di sistema organizzato in poli produttivi ad alta specializzazione. Non altrimenti sarebbe possibile fronteggiare l'invasione degli intrecciati provenienti dall'estremo Oriente di fattura meno raffinata ma estremamente concorrenziali sul piano commerciale.
       I distretti formati dai comuni di Massa Fermana, Falerone e Monte Vidon Corrado, in provincia di Ascoli Piceno, e di Sant'Angelo in Pontano, in provincia di Macerata, si sono specializzati prevalentemente nella produzione di oggetti in paglia, in particolare borse, borsoni, cestini, stuoine, decori e pupazzi. 
       Mogliano, in provincia di Macerata, si è trasformato in una sorta di paese-fabbrica del vimini e del giunco, dove le decine di laboratori in attività sfornano a getto continuo sedie, poltrone, lampadari, borse, cesti e tutto quanto riescono a inventare per soddisfare soprattutto le richieste dei mercati esteri.

       Nello stesso filone si inseriscono le botteghe di Acquaviva Picena, in provincia di Ascoli Piceno, e di Sant'Ippolito, in provincia di Pesaro, dove, però, al giunco si preferisce l'impiego del bambù. Montappone, infine, in provincia di Ascoli Piceno, si è imposta in tutto il mondo come uno dei centri più qualificati per la produzione di cappelli di paglia.

       Sebbene non esistano documenti storici che ci permettano di stabilire con esattezza quando sia stata introdotta nella zona la lavorazione della paglia e certo che già nel ‘700 qui si era sviluppato un distretto produttivo specializzato nelle diverse fasi della lavorazione. I primi dati certi risalgono al 1860 quando la quasi totalità della popolazione risultava impegnata nella produzione di trecce di paglia e nella confezione dei cappelli.

       Il settore si è talmente sviluppato che oggi Montappone può essere considerata una vera e propria capitale del cappello in cui convivono realtà artigianali e vere e proprie industrie che hanno allargato il proprio orizzonte dai tradizionali copricapo in paglia a quelli in feltro e in stoffa.

LA PIETRA

       La Valle del Tronto, soprattutto nel tratto tra Ascoli e Acquasanta Terme e una ricca riserva di “lapis tiburtinus”, la pietra di Tivoli che qui già i romani sfruttarono per le loro costruzioni e che fu successivamente acquisita a livello locale quando si sviluppò l'architettura autoctona dalla inconfondibile fisionomia che rende il centro storico di Ascoli Piceno così caratteristico nell'intreccio di eleganza e monumentalità. 
       Il travertino locale, quindi, divenne ben presto una risorsa importante del territorio, al punto che nei primi statuti ascolani si fa spesso riferimento ai “magistri de pietra” la cui attività era così intensa che tra il ‘400 e il ‘500 furono costretti a chiamare a rinforzo gruppi di maestranze specializzate nella lavorazione della pietra perfino dalle lontane terre lombarde.

       Nel corso dei secoli il travertino della Valle del Tronto è stato prevalentemente trattato come materia prima di base, lavorato in grandi blocchi squadrati o in lastre. L'attività continua tutt'ora grazie alle caratteristiche qualitative di questa pietra che, tenera allo scavo e, di conseguenza, facilmente lavorabile, assume durezza con il tempo e si rivela ideale per essere impiegata nelle costruzioni per i rivestimenti e per le pavimentazioni.

       Parallelamente, approfittando delle caratteristiche di facile lavorabilità del travertino, negli ultimi decenni gli artigiani della Valle del Tronto hanno avviato una qualificata produzione che spazia dalle lapidi, insegne e bassorilievi realizzati su commissione, a un ampio assortimento di vasi, panche, tavoli, caminetti, contenitori da giardino e da ingresso, lavabi e pareti per bagni.

       Negli ultimi anni, poi, a questo variegato campionario di manufatti si è aggiunta una vivace produzione di oggettistica ornamentale e di souvenir, in particolare di portapenne e fermacarte, spesso caratterizzati da un design moderno e creativo.

LE SCARPE
       Le calzature sono uno dei prodotti di punta delle Marche e rappresentano un comparto che contribuisce in modo significativo a formare la ricchezza della regione.
       Nessuno, però, collocherebbe la produzione calzaturiera marchigiana tra le attività artigianali, nemmeno per quanto riguarda piccole frange marginali. Eppure, alle spalle di questo mondo industriale assolutamente all'avanguardia, c'è una secolare tradizione di artigianato perpetuato fino agli anni ’50, periodo in cui tutto è cambiato, al punto che nel volgere di trent'anni ogni legame con la tradizione è stato sciolto.
       Il fiorire dell'artigianato della calzatura marchigiana risale al Medioevo e trova il suo humus ideale nel cuore delle città, come mostrano gli statuti cittadini e quelli delle associazioni di mestiere, nel cui ambito le corporazioni dei calzolai hanno sempre avuto un notevole peso.
Le ragioni della crescita così rapida, rispetto ad altre aree della penisola, di questo settore artigianale, sono da ricercarsi nel fatto che le Marche erano il principale punto di ingresso delle importazioni di cuoio dalla Grecia, dai paesi balcanici, dall'Albania e dalla Bulgaria.

       Nell'Ottocento, i principali centri di produzione delle scarpe erano nel territorio piceno, ove si confezionavano le “chiochiere” e le “pianelle”, esportate senza ricorrere a intermediari soprattutto a Roma, in Toscana e nei Balcani.
       Le prime avvisaglie del passaggio dall'attività artigianale a quella industriale si riscontrano all'inizio del ‘900, dapprima a Fermo e a Macerata, dove l'attività cominciò a trasferirsi dalle case e dai piccoli laboratori in strutture più grandi, meglio organizzate e fornite di ausili tecnologici moderni, mossi prima dalla forza idrica e poi dall'energia elettrica.
       Dopo un lungo periodo di stasi, ascrivibile soprattutto alle crisi economiche scatenate dalle due guerre mondiali, la produzione delle scarpe marchigiane ha ripreso il cammino intrapreso all'inizio del secolo, completando la sua trasformazione in industria, facilitata in questo dall'alta produttività delle maestranze di origine rurale, dalla qualificazione dei maestri e dal coraggio degli imprenditori che hanno saputo dare grande impulso al settore, invadendo il mercato con prodotti di alta qualità, stile, eleganza e prezzi competitivi.

Il Ciauscolo

       Il ciauscolo è uno dei salumi più rappresentativi e amati delle Marche. Questo insaccato morbido, dal profumo avvolgente e dalla consistenza cremosa, è l’emblema della convivialità rurale e delle antiche tecniche di produzione tramandate di generazione in generazione.
Le radici del ciauscolo affondano nel cuore dell’Appennino marchigiano, in particolare nelle province di Macerata, Ancona e Ascoli Piceno. La tradizione narra che la ricetta nasca dalle esigenze delle comunità contadine di utilizzare ogni parte del suino, creando così un salume che potesse essere spalmato sul pane e consumato anche nei periodi più freddi dell’anno. Il termine “ciauscolo” deriva probabilmente dal latino “cibusculus”, che significa piccolo cibo, a sottolineare il ruolo di spuntino o merenda che questo prodotto ha sempre avuto nelle campagne.

       Il cuore della produzione del ciauscolo si trova nei borghi dell’entroterra marchigiano, dove il clima fresco e leggermente umido favorisce la stagionatura lenta e naturale. Negli ultimi decenni, la tradizione si è estesa anche ad alcune zone dell’Umbria, mantenendo però le caratteristiche che rendono unico questo insaccato. Dal 2009, il Ciauscolo ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta (IGP), a tutela dell’autenticità e della tipicità del prodotto.


       La preparazione del ciauscolo segue una ricetta codificata dalla tradizione e dalla disciplina IGP:
- Carni suine selezionate: si utilizzano esclusivamente spalla, pancetta, rifilature di prosciutto, lardo e trito di carne magra.
- Spezie e aromi: sale, pepe nero macinato fresco, aglio pestato e vino bianco. In alcune varianti locali si aggiungono erbe aromatiche come finocchietto selvatico o coriandolo.
       Le carni vengono tritate molto finemente fino ad ottenere un impasto omogeneo e soffice. Dopo aver amalgamato gli ingredienti, la massa viene insaccata in budelli naturali di suino e sottoposta a un breve periodo di asciugatura. La stagionatura vera e propria dura almeno 15 giorni, ma il risultato ottimale si raggiunge dopo 20-40 giorni, durante i quali il ciauscolo sviluppa la sua tipica morbidezza e il gusto delicato ma persistente.
       Il ciauscolo si distingue dagli altri salumi italiani per la sua consistenza straordinariamente morbida e spalmabile, tanto che viene spesso definito il “paté dei poveri”. Al taglio presenta un colore rosato, con una grana finissima e una profumazione intensa. Il sapore è dolce, delicato e leggermente aromatico, con note di aglio e vino bianco che si fondono armoniosamente con la carne.
       Il ciauscolo non è soltanto un alimento, ma anche un simbolo dell’identità marchigiana. Ogni anno, soprattutto nei piccoli paesi dell’entroterra, si organizzano sagre dedicate a questo salume, dove i norcini si sfidano nella preparazione delle versioni più tradizionali e innovative. Durante queste feste, il ciauscolo diventa protagonista di storie, leggende e racconti che celebrano le radici rurali della comunità.

       Esistono numerose varianti locali del ciauscolo, spesso determinate dalla scelta delle spezie o dalla stagionatura più o meno prolungata. In alcuni paesi si aggiunge al composto anche la scorza di limone grattugiata, mentre altrove il vino utilizzato è il Verdicchio locale, che conferisce un aroma ancora più distintivo. Una variante interessante è il “ciauscolo cotto”, ottenuto mediante una breve cottura prima della stagionatura, che regala un gusto differente e più delicato.

       La produzione del ciauscolo è ancora oggi affidata a piccoli laboratori artigianali, dove la manualità, la pazienza e l’esperienza hanno un ruolo essenziale. Seppur la domanda sia in crescita e le grandi aziende abbiano iniziato a proporre versioni industriali, il prodotto artigianale rimane insuperabile per qualità e autenticità. Il rispetto della stagionalità, delle materie prime locali e dei tempi di stagionatura rende ogni ciauscolo leggermente diverso dall’altro, ma sempre inconfondibile.

APPUNTAMENTI DA NON PERDERE

       La vivacità imprenditoriale dei marchigiani emerge anche dal panorama delle manifestazioni, delle fiere e dei mercati. Il moltiplicarsi dei mercatini antiquari che si riscontra nelle altre regioni, è spesso il segnale dell'affievolirsi del fervore creativo del mondo artigianale.

       Nelle Marche, invece, quasi ogni occasione sembra rivelarsi buona per accodare al tema dominante (sia esso antiquariato, folclore o rievocazione storica) anche una nutrita sezione dedicata all'artigianato locale. 

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