La potenza, lo splendore e la raffinatezza espressi nel corso dei secoli dalla Serenissima hanno condizionato e caratterizzato lo sviluppo dell'artigianato di tutta la regione, finalizzandolo in modo pressoché totale alle commesse provenienti dai palazzi veneziani.
La continua richiesta di prodotti nei settori dell’oreficeria, dei tessuti, dei ricami, del vetro, dell’ebanisteria, della ceramica, e così via, determinò lo svilupparsi, sia nelle botteghe affacciate sulle calli che nell'entroterra, di un sistema artigianale integrato dove le varie professioni diventavano funzionali l'una all'altra, con evidenti effetti benefici sulla qualità finale dei prodotti.
Il tanto decantato sistema produttivo del Nord-Est, altro non è che l'evoluzione industriale di questa grande tradizione artigianale che rimane tuttora alla base di un comparto i cui punti di forza rimangono la creatività, l'operosità e l'abilità tecnica dei singoli, intesi oggi più come piccole entità aziendali che come gli operatori individuali, affascinanti ma ormai sorpassati, del passato.
IL VETRO
La concentrazione di vetrerie nell'isoletta di Murano non è dovuta a nessuna delle
ragioni che, usualmente, determinano la nascita di un distretto artigianale. Fu una decisione presa nel 1295 dai governanti veneziani preoccupati dal pericolo di incendi costituito dalle fornaci
vetrarie. Fino a quel momento, e fin dal IX secolo, il maggior centro dell'arte vetreria italiana era proprio Venezia, dove queste produzioni erano giunte da Aquileia, città in cui l’artigianato
del vetro era già ampiamente presente in epoca romana e si era poi sviluppato accogliendo suggestioni provenienti dall’Oriente attraverso Bisanzio.
Per farsi una idea di quale importanza abbia assunto, a quel tempo, la produzione del vetro, basti la considerazione che i maestri vetrai di Murano venivano molto
spesso elevati al rango di nobili e aristocratici.
Insieme a quella degli oggetti d'uso comune, agli inizi del ‘300, si sviluppò anche un'arte vetraria di tipo “terziario”, i cui manufatti più importanti e remunerativi erano le tessere per
mosaico, tipica decorazione bizantina, che venivano esportata a Ravenna, le imitazioni delle pietre dure e del cristallo e le primissime lenti per occhiali.
Agli oggetti di uso comune, per lo più in vetro cavo, nel ‘400 cominciò ad affiancarsi una produzione di elevato livello artistico (e di grande valore economico) in cui
al vetro colorato con sfondi azzurri, rosso, ametista, bianco opaco, detto anche “lattimo”, o verde smeraldo, si aggiungevano decorazioni pittoriche con una ulteriore cottura nel forno detto
“muffola”, secondo una tecnica di probabile derivazione islamica.
Nel ‘500, gli artigiani del vetro di Murano toccarono i massimi livelli dello
splendore, coniugando la raffinatezza estetica con la continua ricerca di nuove tecniche, che portarono all'invenzione della decorazione dipinta a freddo e alla creazione di specchi, che in breve
tempo si imposero soppiantando quelli metallici in uso fino ad allora.
Con l'età barocca, infine, le vetrerie di Murano furono travolte da una vera e propria ubriacatura di decorazioni e forme tra le più strane e fantasiose.
La produzione di vetri artistici a Murano è ancora interamente artigianale, con processi produttivi così spettacolari che la visita alle Fornaci è diventata una delle
mete turistiche obbligate della Laguna. Oggi, come nel passato, il vetro viene prodotto dalla composizione di sabbia e silice che, portata a una temperatura di circa 1700°C, diventa liquida per
poi ritornare allo stato solido solo intorno ai 500°C. Per ritardare il processo di solidificazione si usano delle componenti aggiuntive dette “fondenti” tra le quali la soda che, in composizione
ottimale, lasciano al maestro vetraio il tempo necessario per la realizzazione completamente manuale dell'oggetto.
Attualmente, la gamma delle produzioni è vastissima. Agli oggetti classici, quali vetri “a smalto”, “a ghiaccio”, vetri incisi e filigranati; coppe, bottiglie, specchi, cornici, figure di animali reali e fantastici, lampadari, vasi, bottiglie e calici, realizzati con le forme della tradizione, le botteghe hanno affiancato una produzione di elementi di arredo di altissima qualità, nati dalla collaborazione con designer e artisti di fama internazionale che hanno permesso all'artigianato del vetro veneziano di espandere i suoi orizzonti commerciali in segmenti di mercato impensabili solo trent'anni fa.
I MERLETTI
Sviluppatosi qua e là nelle isole della laguna, forse come sublimazione femminile della tecniche utilizzate dai pescatori per fabbricare le reti, l’artigianato dei merletti si perpetua da secoli a Venezia ed ha conosciuto i suoi momenti di massimo splendore tra il XVII e il XVIII secolo, quando essi erano un elemento immancabile e qualificante dell'abito maschile.
Una forte spinta allo sviluppo di questa forma di artigianato, che trovava nell'isola di Burano le sue più alte espressioni, fu data, verso la fine del ‘300, dalla dogaressa Morosina Morosini che, innamoratasi di quella tipologia di merletti, creò un laboratorio nel quale furono impiegate 130 merlettaie: la produzione era destinata in parte ad aumentare il corredo personale della dogaressa, in parte a essere inviata come dono alle sue amiche nelle più prestigiose corti d'Europa.
Questa vigorosa promozione creò un vero e proprio mito dei merletti di Burano che divennero sempre più ambiti e richiesti in tutto il continente, in particolare in Francia, al punto che, per opera di Caterina de’ Medici e del ministro Colbert, alcune merlettaie veneziane si trasferirono a Parigi e molte altre (circa 200) furono impiegate nelle manifatture reali dove si lavorava il “punto in aria” (tipico della tradizione di Burano) sotto la direzione di Suor Maria di Colbert, nipote del ministro.
Dopo aver superato momenti di disaffezione, determinati per lo più dal fluttuare delle mode, l'artigianato del merletto è tornato ad essere un'attività molto vivace, soprattutto nell'isola di Burano, dove ancora oggi le merlettaie lavorano in piccoli gruppi davanti alle porte delle loro case.
In questo modo si perpetua una tradizione la cui sopravvivenza è strettamente legata ai grandi flussi turistici e all'attività di stimolo della scuola locale, ospitata
nel palazzo del Podestà, cui è annesso un interessantissimo museo che raccoglie gli esemplari più straordinari della produzione locale.
Oltre che a Burano, specializzata nella lavorazione ad ago con punti originali creati localmente (punto Venezia, punto Burano, punto cappa, punto a roselline, ecc.)
l’arte del merletto è praticata diffusamente anche a Pellestrina, dove la trina è lavorata al fusello e al tombolo, e a Chioggia, dove si lavora il "filet", l'antica tecnica derivata dalla
lavorazione delle reti dei pescatori.
LE MASCHERE
Il recente rifiorire del carnevale di Venezia ha ridato slancio alla produzione di maschere, un'attività antichissima strettamente legata alla cultura veneta.
Le maschere veneziane, infatti, hanno origini molto remote e venivano utilizzate in diversi periodi dell'anno. In primo luogo erano permesse dal giorno di Santo
Stefano, data che sanciva l'inizio del carnevale veneziano, fino alla mezzanotte del martedì grasso, che lo concludeva.
Inoltre, i veneziani potevo indossare la maschera durante la quindicina dell'Ascensione e arrivavano a utilizzarla con ulteriori deroghe fino alla metà del mese di
Giugno. Infine, ne veniva concesso l'uso dal 5 Ottobre fino all'inizio della novena di Natale (16 Dicembre).
In aggiunta, durante tutte le manifestazioni più importanti come banchetti ufficiali o feste straordinarie della Repubblica veneziana, era consentito l'uso di “tabarro
e bauta”.
Ma gli usi della maschera non erano solo giocosi: veniva utilizzata anche per proteggere i giocatori d'azzardo dagli sguardi indiscreti, oppure era indossata dai
nobiluomini “barnaboti” (ovvero patrizi travolti da dissesti finanziari) per chiedere l'elemosina agli angoli delle strade.
Negli ultimi anni, il rinnovato interesse per il carnevale e la conseguente forte domanda di maschere, hanno portato alla riconversione di numerosi artigiani che hanno riscoperto antiche tecniche e scovato nei magazzini gli speciali stampi in legno, abbandonati da decenni, iniziando ex novo la produzione delle antiche maschere in cartapesta o in cuoio lavorato sottilissimo.
Ad essi si sono presto accodati molti giovani che, accogliendo le richieste sempre più stravaganti della clientela, hanno cominciato a introdurre nuovi materiali, spesso accostati a quelli tradizionali, con effetti di grande fascino che hanno permesso alle nuove maschere veneziane di trovare mercato in ogni periodo dell'anno ed imboccare felicemente anche la strada dell'export.
I TESSUTI
La lavorazione artigianale dei tessuti è presente a macchia di leopardo su tutto il territorio ma alcune aree vantano tradizioni ben radicate nella storia
regionale.Dalla fine del ‘600 fino a tutto il ‘700, nell'area compresa tra il Piave e il Brenta si sviluppò una rigogliosissima e caratteristica arte laniera. In
particolare, si distinguevano, per vivacità e aggressività commerciale, due piccoli centri alle pendici del Monte Grappa, Crespano e Cavaso. Il primo eccelleva per la qualità dei tessuti, che
nulla avevano da invidiare a quelli inglesi, olandesi e francesi ai quali si ispiravano apertamente; il secondo si distingueva per il numero rilevantissimo di panni di genere popolare usati dai
ceti più umili delle popolazioni di quei secoli.
Su questi trascorsi storici si è poi sviluppata l'industria tessile veneta, talvolta trasformando in loco i laboratori artigianali in vere e proprie fabbriche, in altri
casi migrando verso aree meglio servite e, quindi, più adatte alle esigenze industriali.
Gli antichi saperi artigianali, però, non sono mai del tutto scomparsi. Mussolente, in provincia di Vicenza, è tuttora l'epicentro di un vivace comprensorio in cui si
pratica la tessitura d'arte su telai a mano, e che si estende fino alla provincia di Treviso, da Bassano del Grappa ad Asolo. Qui, applicando tecniche immutate da secoli, si realizzano tessuti
pregiati in seta e lana per abbigliamento e arredamento.
Gli artigiani di Asolo sono specializzati nel ricamo su lenzuola, tovaglie, fazzoletti, camicette, con una interessante diversificazione nella realizzazione degli
arazzi, stimolata dall'attività di una qualificata scuola locale.
Una lavorazione che in Veneto non è mai stata abbandonata è quella dei tessuti in stile “Fortuny”, ispirati ai velluti a inferriata e ai broccati italiani di età
rinascimentale.
Risalendo verso le montagne, in particolare le Dolomiti, è facile trovare ancora laboratori dediti alle produzioni tradizionali, in cui prevale l'impiego di materie
prime povere, abilmente sfruttate e lavorate fino a trasformarsi in tende, lenzuola, tovaglie, coperte, tappeti patchwork, oppure in capi d'abbigliamento come il classico loden, l'indumento
tradizionale dei pastori che, nell'Ottocento, grazie all'ottima vestibilità, si diffuse ampiamente tra la nobiltà austro ungarica fino a divenire abito tipico delle escursioni e delle battute di
caccia imperiali.
La lavorazione artigianale dei tessuti è molto vivace in tutto il Cadore e spazia dai tessuti decorati con pigmenti naturali, ai tappeti di lana di pecora, ai pantaloni
in velluto e fustagno, ai gilet rifiniti in pelle.
LA CERAMICA
Il '500 ha rappresentato il secolo di massimo splendore della ceramica d'arte veneta, quando, soprattutto nelle cittadine di Bassano del Grappa e Nove, in provincia di Vicenza, operavano alcuni dei più grandi ceramisti dell'epoca.
Il primo polo produttivo a diventare famoso fu quello di Bassano che, per tutto il ‘600, riuscì a imporre le sue maioliche che si distinguevano per la finezza dell'impasto, la ricchezza del decoro e la brillantezza dello smalto. La produzione abbracciava diverse tipologie di oggetti, vasi, boccali, scodelle, calamai, bottiglie, “sorbetti”, “pignati”, piatti da “capon”, sottocoppe, “sqelin da caffè”, orinali e vasi da farmacia.
Caratteristici per il decoro monocromo azzurro e pennellate rapidissime, con due fasce con festoni di fiori e foglie, delimitate da filettature sottili che lasciavano scoperta la zona centrale per la scritta.
Verso la metà del ‘700, la supremazia produttiva passò ai ceramisti di Nove che, grazie a un fondamentale rinnovo di tipologie, forme e colori, riuscirono a imporre sia la produzione di base, costituita da oggetti d'uso, piatti, vassoi, rinfreschiere, coppe, sia manufatti più ricercati e costosi quali candelabri, cornici per specchiere e piastrelle decorative.
Grazie all'esperienza maturata in quei secoli, in entrambe le città si è consolidato uno stile caratterizzato da decori preziosi e ricercati che spaziano dalla
rappresentazione delle stagioni e dei mesi, attraverso figure della vita contadina, alle immagini dei santi e dei profeti, alle nature morte, ai paesaggi popolati di rovine, tipici del
‘700.
Per fortuna, questa antica tradizione artigianale continua a prosperare e alimenta un mercato fiorente che predilige, in particolare, boccali, zuppiere, grandi vasi,
acquasantiere e centritavola (molto richiesti quelli interamente smaltati in bianco a foggia di cesti di fiori o di frutta).
Este, in provincia di Padova, è il secondo centro di produzione delle ceramiche artigianali del Veneto. Qui i primi laboratori sorsero nel ‘700, imponendosi
immediatamente per gli eleganti decori a sfondo mitologico, tuttora riproposti fedelmente dai numerosi laboratori artigianali ancora attivi, vi si producevano piatti, boccali, i caratteristici
scaldini, le piccole stufe, dette “foghere”, e vasi ornamentali, a volte decorati anche con l'oro.
L'OREFICERIA
I fasti veneziani non potevano non alimentare, nel corso dei secoli, lo svilupparsi di una scuola orafa pronta a fornire capolavori da esibire sia nei luoghi sacri che nei palazzi del potere e della nobiltà, ben articolata in un vasto assortimento di oggetti di culto, vasellame e gioielli.
Una delle produzioni più originali dell'oreficeria veneziana fu quella dei “moretti”, in particolare spille e pendenti per orecchini. Queste splendide figurine nacquero come talismani negli anni in cui il Mediterraneo era infestato da dai pirati saraceni. Nel caso in cui un assalto dei temutissimi predoni fosse stato sventato, i “moretti” venivano utilizzati anche come ex voto.
La grande tradizione veneziana non subì flessioni nemmeno quando il ruolo della Serenissima si ridimensionò, trovando un forte impulso in particolar modo a Vicenza che,
a partire dall'inizio del ‘900, si è via via confermata una delle capitali dell'alta oreficeria italiana. La città veneta, d'altra parte, ha una tradizione orafa antica, con reperti che risalgono
addirittura al periodo longobardo (VI - VIII secolo).
Una citazione ufficiale, relativa agli orefici vicentini, appare nel primo statuto della Fraglia degli Orefici, del 1532. Le cronache riportano che, già seicento anni
fa, le botteghe degli artigiani orafi si concentravano sotto i portici della basilica palladiana, in Piazza dei Signori, proprio dove oggi fanno sfoggio di sé le scintillanti vetrine dei negozi
di oreficeria.
Benché forti del bagaglio tecnico e culturale della tradizione veneziana, gli orafi vicentini hanno dovuto presto mettere da parte i canoni estetici tradizionali e
avviare una rinascita creativa che permettesse loro di rispondere alle richieste dei più importanti mercati mondiali. Una scommessa sull'innovazione che ha dato presto i suoi frutti, collocando
questi raffinati artigiani ai vertici del settore.
Oggi la realtà vicentina è costituita da oltre 3000 aziende, dislocate su tutto il territorio della provincia e specializzate in oreficeria di fascia medio-alta
(catene, oro cavo, monili stampati, ecc.) con un ampliamento crescente della gamma di prodotti e un progressivo spostamento verso le produzioni di gioielleria.
I METALLI
Basta posare l'occhio sulle raffinate architetture delle ville venete per comprendere immediatamente quali raffinate abilità manuali siano state all'origine delle cancellate, balaustre e inferriate che le ornano e difendono, tanto robuste nella sostanza, quanto lievi e leggiadre all'aspetto. È una tradizione secolare che oggi si perpetua un po' in tutta la regione, spaziando fino a oggetti d'arte quali lampadari, candelabri, componenti d'arredo e attrezzi da camino.
La maggiore concentrazione di laboratori si riscontra in provincia di Verona (in particolare a Cogollo di Tregnago, Bussolengo, Dossobuono e Lazise), e in provincia di
Treviso (soprattutto a Vittorio Veneto e a Mogliano, dove ha sede l’Accademia internazionale del ferro).
Meno diffuse, anche se di indubbio interesse, le lavorazioni degli altri metalli.
La lavorazione del rame battuto è tipica della zona di Bassano del Grappa e della Val di Zoldo, dove si lavora anche il bronzo per produrre i “bronzini”, caratteristiche caldaie a tre piedi da usare nel camino. In provincia di Belluno, infine, è tuttora florida la tradizionale lavorazione di oggetti, vasi e recipienti in peltro.
IL LEGNO
Diffuso originariamente nelle zone di montagna, grazie all'abbondanza di materia prima, l'artigianato del legno è tuttora un comparto vivace, anche se animato più dalla passione che dalle prospettive di guadagno. Comunque, ancora oggi, in provincia di Belluno, Piai e Tambre d’Alpago sono rinomati per la loro produzione di giocattoli, e Sappada per le sue caratteristiche maschere in legno scolpito, cui si affianca un vasto assortimento di oggetti decorativi.
Sulle pendici del Grappa, invece, l'oggetto intorno a cui ruotano tutte le produzioni è la pipa. Se a Bassano si sono specializzati nella produzione delle classiche
pipe di fascia alta in radica pregiata, a Borso del Grappa esse vengono realizzate soprattutto in legno scolpito e dipinto. Si tratta di pipe dalle forme insolite, con la canna e il fornello
ricchi di intagli ornamentali, ricavate prevalentemente dai legni di carpino e di marasco che emanano un aroma caratteristico.
Questa forma di artigianato ha il suo punto di forza proprio nella rigorosa integrità della lavorazione dei materiali e, forse grazie a tali caratteristiche, ha
conosciuto un incremento negli ultimi decenni, coinvolgendo nella produzione circa il 70% delle famiglie di Borso del Grappa
Sul fronte dei mobili artigianali, invece, la produzione si è spesso evoluta in forme industriali anche se, recentemente, si è notato un rifiorire di laboratori che si rifanno alla grande scuola
delle dell'ebanisteria veneta.
Le aree più attive si trovano in provincia di Verona (in particolare a Cerea, Bovolone, Sanguinetto e Salizzole) con forte vocazione alla riproposizione di mobili in
stile, e nel Bellunese, dove si producono mobili rustici in legno naturale e con accessori in ferro battuto, legati alla tradizione alpina e quindi adatti all'arredamento di case di montagna:
armadi, comò, panche e rivestimenti in legno d'abete per interi ambienti.
Ad Asparetto, in provincia di Verona, dove nell'Ottocento una bottega artigiana lavorava con metodi tradizionali legni d'epoca recuperati da porte, travi e mobili di
minor pregio, è in atto un vero e proprio revival del mobile di scuola veneta che si è diffuso in tutto il territorio circostante. Anche in questo caso, i centri più importanti sono i già citati
Cerea, Bovolone, Sanguinetto e Salizzole.
LE IMBARCAZIONI
Dal Garda alle lagune, la domanda di imbarcazione tradizionali non si e mai interrotta. Questo ha permesso ha molti storici “squeri”, i piccoli cantieri veneziani, di operare anche in epoca di motorizzazione esasperata, producendo secondo antichi disegni le caratteristiche barche a remi della laguna veneta, delle quali le famose gondole non sono che un modello.
Sul Garda, invece, alla produzione delle tradizionali barche in legno dal fondo piatto si è affiancato un raffinato artigianato di imbarcazioni da regata, molto apprezzate in tutto il mondo.
Chioggia, infine, farà felice chi ama navigare con la fantasia, con il suo ricco assortimento di modellini in legno dei grandi “bragozzi” da pesca dell'Adriatico, perfetti in ogni particolare, dalle reti alle vele, decorate in rosso con elementi simbolici.
LA CARTA
Una forma di artigianato tipicamente veneziana è quella delle carte marmorizzate, usate soprattutto nella legatura di libri di pregio. La tecnica per realizzarle è
antica e molto curiosa: il foglio di carta viene disteso su un telaio in legno e i colori, in forma liquida piuttosto densa, vi vengono colati sopra; poi il telaio viene inclinato in modo che il
colore scorra, formando caratteristiche ondulazioni irregolari.
A Bussolengo, in provincia di Verona, con antichi stampi in legni di pero si producono carte a mano decorate in vari colori, usate anch'esse per rilegature e per
oggetti da scrivania.
In area vicentina, è assai nota anche la produzione di Bassano del Grappa, dove sopravvive l'antica e nobile tradizione, perpetuata per secoli, dai Remondini, una
famiglia a cui si deve la fondazione di una delle più importanti tipografie d'Europa
L'attività dei Remondini prese le mosse dalla stampa di immagini sacre e di libri religiosi per poi espandersi, a seguito di importanti commesse della Serenissima, fino
ad arrivare, nel ‘700, a una sistematica pubblicazione di libri in lingua straniera.
L'attività della remondiniana è ufficialmente terminata nel 1860 ma sono sopravvissuti preziosi stampi con i quali vengano tuttora riprodotte le incisioni colorate a
mano che la resero famosa in tutta Europa.
I SEGGIOLAI DELL’AGORDINO
L'Agordino, zona montana nel cuore delle Dolomiti, in provincia di Belluno, è suggestivo teatro di una forma di artigianato,
straordinaria più per le sue valenze sociali che per ragioni tecniche e artistiche, vitalissima nell'Ottocento ma completamente scomparsa fin dall'inizio degli anni Cinquanta: quella dei
“seggiolai“ ambulanti.
L'abilità sviluppata da questi montanari nel trattare il legno e la paglia aveva grandi potenziali di mercato, ma doveva essere
portata laddove più numerosa era la clientela. Ecco, quindi, che una delle componenti fondamentali di questo mestiere divenne la capacità di spostarsi, mangiare e dormire in terre più o meno
lontane. Per comprendere la portata di questo fenomeno di artigianato ambulante basti pensare che, solo nel 1868, dal distretto di Agordo migrarono ben 790 seggiolai e che, trent'anni dopo, circa
20 persone su 100 risultavano emigranti.
L'arte di costruire e impagliare seggiole era un elemento così importante nell'economia dell'altopiano che i maschi venivano iniziati a questo mestiere già negli ultimi anni della scuola elementare e, appena acquisivano una profonda professionalità che potesse garantire un reddito, si separavano dalla famiglia e venivano affidati ad artigiani più esperti con i quali condividevano i pesanti orari di lavoro, le privazioni, la vita girovaga, il freddo e l'esposizione impietosa della loro umile condizione.
Quello dei seggiolai dell'Agordino, quindi, non era solo un mestiere ma anche - e, forse, soprattutto - un modo di vivere in cui le regole morali, la prudenza e il metodo avevano la stessa importanza del bagaglio tecnico e della sensibilità artistica. Le loro abitudini avevano spesso valenza di usanze rituali che li aiutavano a gestire il tempo (in quali mesi, in quali giorni della settimana, in quali ore della giornata operare), le relazioni (come trattare con i clienti, zona per zona) e gli spostamenti (dove andare, seguendo quali itinerari, utilizzando quali mezzi).
Il tutto agendo in totale e solitaria autonomia ma senza che questo impedisse all'occorrenza il sorgere di improvvise collaborazioni con i colleghi di lavoro. Anzi, proprio per ottimizzare al meglio queste estemporanee forme di cooperazione, i seggiolai avevano sviluppato un proprio gergo, una sorta di linguaggio segreto che dava loro la possibilità di dialogare liberamente, prendere accordi e decidere atteggiamenti comuni senza che i loro committenti potessero comprendere nulla di quanto si dicevano.
Praticata con successo fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, questa attività si scontrò subito dopo con il diffondersi dell'industrializzazione e con gli ostacoli d'ordine pratico e amministrativo che rendevano complicato l'esercizio di un'attività ambulante nel nuovo tessuto amministrativo dell'Italia repubblicana. Molti seggiolai decisero di dedicarsi ad attività in cui mettere a frutto, in un contesto industriale, le loro capacità tecniche; molti altri emigrarono all'estero e nessuno continuò quel mestiere e nemmeno suppose che potesse essere utile, allora, trasmettere ai giovani le conoscenze necessarie per poter fabbricare o impagliare le sedie. E pensare che un tempo, in certi paesi dell'Agordino, questa era un'attività che coinvolgeva oltre il 60% della popolazione attiva.
L'ASIAGO
Già intorno all'anno 1000 l'altopiano di Asiago era luogo di pascolo per le greggi da cui si ricavava un gustoso formaggio.
A partire dal XVI secolo, la diffusione dell'allevamento bovino e l'attenzione degli operatori hanno dato a questo prodotto regole di lavorazione precise e definite, perpetuatesi per secoli e raccolte poi nel 1978 nel disciplinare della Doc.
L'area di produzione è limitata all'intero territorio delle province di Vicenza e Trento e parte di quelle di Padova e Treviso.Con l'unico nome di "Asiago", in realtà, si identificano due tipologie di formaggio abbastanza diverse tra loro, il "pressato" e l'"Asiago di allevo".
l primo, di origini recenti, si consuma dopo una stagionatura di 20-40 giorni e ha sapore dolce e colore bianco leggermente
paglierino, mentre il secondo richiede una maturazione che può variare dai tre mesi (e allora viene definito "mezzano') a un anno e oltre ("vecchio") e ha un gusto più deciso e forte personalità,
pasta compatta e granulosa e colore paglierino ben marcato. È detto "di allevo" perché la sua stagionatura richiede le cure di un vero e proprio "allevamento", condotto con particolare attenzione
in appositi locali.
A garanzia del consumatore, su ogni forma di entrambe le tipologie è impresso il contrassegno del consorzio, una sigla di riconoscimento del caseificio e la
denominazione.
I SALUMI
Erede di una tradizione che ha radici certe in età pre-romana, il prosciutto Veneto Berico-Euganeo Dop è la punta di diamante dei
salumi veneti ed il più conosciuto al di fuori della regione.
A livello locale, però, è tutto un fiorire di piccoli pezzi di bravura che possono essere scovati varcando la soglia delle macellerie di paese e dei piccoli laboratori artigianali. Da non perdere, la Bondòla di Adria e la Bondòla co'l lengual, specialità del nel basso Polesine, le infinite varianti della soppressa (speciale quella delle valli del Pasubio), il salame bellunese e la luganega trevigiana.
Una menzione a parte, poi, merita la tradizione dei salumi a base di carne equina. I pezzi più prelibati sono la bresaola, la soppressa ed il salame di cavallo, preparati con piccole varianti tecniche soprattutto nelle provincie di Padova, Rovigo, Venezia e Treviso, anche se il triangolo dell'eccellenza, l'area in cui l'abilità artigiana raggiunge la sua massima espressione, ha i suoi vertici nei comuni di Saonara e Piove di Sacco, in provincia di Padova, e Vigonovo, in provincia di Venezia.
APPUNTAMENTI DA NON PERDERE
In Veneto, il sentimento religioso è diffuso e ben radicato. Non deve stupire, quindi, che molte delle manifestazioni in cui meglio ci si può avvicinare alle più genuine espressioni dell'artigianato tradizionale siano, in realtà, un intreccio di eventi religiosi e commerciali dove la fiera, il mercato, la sagra e la funzione religiosa sfumano una nell'altra senza un confine preciso.
Tra le tante, meritano una segnalazione particolare la Fiera di SS. Pietro e Paolo, a Villafranca di Verona, che si sta avvicinando alla trecentesima edizione, e la Fiera della Madonna delle Grazie, a Pettorazza Grimani, in provincia di Rovigo, che si tiene puntualmente ogni anno dal 1520 in poi.
Valle d’Aosta • Piemonte • Liguria • Lombardia • VENETO
Trentino-Alto Adige • Friuli-Venezia Giulia
Emilia-Romagna • Toscana • Marche • Umbria • Lazio
Abruzzo • Molise • Campania • Basilicata