Benché il Piemonte sia una delle regioni dove per primo, e più profondamente, si è sviluppato il processo di industrializzazione del nostro paese, trascinando anche le comunità più isolate e lontane dai centri industriali in un colossale processo di rinnovamento, l'anima contadina delle sue popolazioni resiste e sopravvive con vigoria tale che questa regione rimane un esempio di come, caparbiamente, si possano traghettare tradizioni, modi di vita e mestieri attraverso due epoche, a loro modo antitetiche. 
       Non stupisce, quindi, che le antiche attività artigianali piemontesi, pur nella loro molteplicità di matrici, culturali, etniche e confessionali, resistano e, spesso, prosperino, a dispetto di un contesto sociale che sembrerebbe votato ad una irreversibile corsa verso il futuro.

I METALLI

       Nelle valli piemontesi, la lavorazione degli oggetti di rame era funzionale alla vita quotidiana e diffusa uniformemente in tutto il territorio, come testimoniano numerosi passi degli statuti medioevali e, ancor prima, reperti archeologici risalenti addirittura al tempo dei Salassi.
       Curiosamente, della crescita di competenze tecniche che si accompagnava al trasferimento di esperienze da una generazione all'altra, ha beneficiata per prima proprio l'industria automobilistica che ha potuto trasformate ed assorbire in tempi brevi i bravi calderai in provetti carrozzieri, allontanandoli da un mercato che, grazie al diffondersi di vasellame di produzione industriale, li avrebbe comunque indotti all'abbandono o al fallimento. 

       Questa naturale emigrazione dalle botteghe alla fabbrica, ha avuto l'effetto positivo di lasciare sufficienti spazi di mercato ai pochi irriducibili, che hanno potuto continuare la loro tradizionale attività, soprattutto nelle zone di Courgné, Pont Canavese e Alpette, in provincia di Torino, dove, caso probabilmente unico, è tuttora in attività una scuola per ramai. 

       Nella Valle Strona, in provincia di Novara, a partire dal XVII secolo si è sviluppata un'attività affine, ma concentrata sull'utilizzo del peltro come materia prima. La qualità di queste lavorazioni era tale che diede vita ad un vero e proprio movimento migratorio di questi artigiani verso l'Europa Centrale, richiestissimi soprattutto nell'area di cultura tedesca.


       Il ferro battuto, invece, richiedendo un inferiore livello di specializzazione, era praticato più diffusamente e la sua tradizione ha iniziato un lento processo di eutanasia, fino a scomparire totalmente in alcune zone, con l'eccezione di solitarie officine che compaiono all'improvviso qua e là, e fatta eccezione per alcuni centri della provincia di Cuneo e il territorio di Rivarolo Canavese, in provincia di Torino, dove si osserva tuttora un fervore di attività accompagnato da un elevato livello qualitativo delle lavorazioni. 
       Come estensione della lavorazione del ferro battuto, sempre in provincia di Cuneo, a Vernante, si perpetua la produzione artigianale di coltelli a serramanico di forme diverse, interamente lavorati a mano, con un tipico manico in corno, noti con il nome di "vernantini". Diffusi in tutto il Piemonte ed in Liguria fin dal primo '800, questi coltelli erano usato per tutti i lavori agricoli e domestici e, grazie alla particolare affilatura, anche per intagliare il legno. 

L'OREFICERIA

       Forse, grazie alla lunga contiguità con la Casa Reale dei Savoia e con la nobiltà che ne popolava la corte, la lavorazione artistica dei metalli preziosi ha trovato sempre un mercato florido in Piemonte, sviluppandosi soprattutto nelle province di Vercelli e di Alessandria, dove sono conservati i punzoni risalenti alla fine del ‘500.
       Oggi, l'oreficeria piemontese è tutta concentrata a Valenza Po, in provincia di Alessandria, una cittadina dove la lavorazione dell'oro e dell'argento è arrivata stranamente solo agli inizi dell'Ottocento.

       Infatti, grazie alla felice intuizione di un paio di coraggiosi artigiani, questa forma di artigianato è diventata, in uno scorcio di tempo così breve, la voce economica pressoché unica del piccolo centro, poco favorito sotto il profilo agricolo, e ne ha completamente modificato il volto socio-economico.

       Ispirati dalla lunga tradizione degli argentieri della vicina Alessandria, da cui hanno tratto competenze e maestranze qualificate, in tempi brevi gli orafi di Valenza sono riusciti a rendersi autonomi sviluppando una propria forte personalità e conquistando per la loro città la fama di principale centro italiano della lavorazione orafa.       

Qui, nonostante la crescita forte e continua, la produzione è tuttora esclusivamente artigianale, diffusa su un universo di oltre 1300 laboratori, tutti talmente concentrati sulla componente tecnica ed artistica del loro lavoro (alla capacità di trattare i metalli preziosi si è aggiunta, col tempo, una notevole acquisizione di competenze nel trattamento delle pietre preziose) che ben pochi si occupano direttamente della parte commerciale, delegandola prevalentemente a ditte esterne specializzate.

L'ARGENTO

       I cappelli di Borsalino hanno reso celebre Alessandria in tutto il mondo, eppure l'attività artigianale più profondamente alessandrina è quella della lavorazione dell'argento, una tradizione che ha radici antiche databili con certezza almeno al XVI secolo, come testimoniano numerosi pezzi di pregio marchiati con sigilli dell'epoca.
       Il patrimonio storico e tecnico accumulato in questi secoli non è fortunatamente andato disperso, e l'attività degli argentieri si perpetua florida anche ai giorni nostri, facendo di Alessandria uno dei principali centri italiani per l'artigianato artistico dell'argento.

       Buona parte della produzione si rifà ai canoni classici, non solo nelle tecniche di lavorazione ma anche nell'elaborazione delle forme che spaziano dai candelabri ai boccali, ai centrotavola, a piatti e vassoi, cofanetti, soprammobili e cornici. 
       Non mancano però artigiani che si dedicano con passione alla ricerca di nuove forme e all'invenzione di oggetti, contribuendo a mantenere vitale un mestiere che non avrebbe futuro se si risolvesse unicamente nel tentativo di perpetuare i fasti del passato.

LA PIETRA

       Chiunque si sofferma ad ammirare l'impennarsi al cielo delle guglie del Duomo di Milano, così ricche di ornamenti e sculture, difficilmente sospetterebbe che tanta magnificenza ha una precisa matrice geografica piemontese, concentrata nel distretto marmifero della provincia di Novara, dalle cui cave si estraggono da secoli il granito rosa di Baveno, la pietra verde di Mergozzo e il marmo di Candoglia.

       Ma le tracce milanesi della secolare abilità artigianale connessa alla lavorazione della pietra non si limitano al Duomo di Milano. Già nel 1506 nei laboratori sparsi su queste montagne vennero realizzate le 12 colonne per il porticato della Lazzaretto, poi trasportate in loco su chiatte, navigando il Toce, il Lago Maggiore, il Ticino e il Naviglio. 
       Nel 1830, dalla piccola montagna che sovrasta Mergozzo, dove già si contavano 39 cave, venne estratta la pietra necessaria per la costruzione delle 82 colonne della Basilica di San Paolo Fuori le Mura, il cui trasporto a Roma durò quattro anni e fu interamente effettuato via acqua.

       Questa preziosa risorsa ha contribuito allo svilupparsi di una secolare scuola di artigiani e di scultori, localizzata soprattutto a Baveno, Gravellona Toce, Mergozzo e Ornavasso, che si perpetua anche ai giorni nostri, sebbene diversificata in più ampia gamma di produzioni, che spaziano dalle più classiche realizzazioni artistiche agli oggetti decorativi per la casa e per il giardino. 

IL LEGNO

       La lavorazione del legno è sempre stata una attività tipica delle popolazioni di montagna, praticata soprattutto durante i mesi invernali, approfittando di una materia prima abbondante ed all'ozio imposto dai rigori climatici. Si spaziava dalle suppellettili domestiche agli attrezzi per i lavori della campagna, della cantina e della stalla, fino a oggetti di ispirazione artistica e religiosa: gli ambulanti passavano a raccoglierli e scendevano a valle per venderli nei mercatini di paese.
       Benché votate all'estinzione, simili attività sopravvivono ancora in Valsesia, in Valstrona e nella valle di Viù, dove si producono sia oggetti legati alle attività agricole e casalinghe, sia oggetti decorativi.

       In alcune aree, come la Valsesia, la Val Varaita ed il territorio di Pinerolo, grazie anche alla vicinanza di mercati più ricchi, queste forme artigianali si sono evolute verso la produzione di mobili rustici, in legno naturale, con ornamenti intagliati di carattere tradizionale. 
       Il salto di qualità, verso la produzione di mobili in stile antico e in legni pregiati, invece, lo hanno operato gli artigiani della zona di Saluzzo, in provincia di Cuneo, che, ispirandosi alla tradizione degli ebanisti piemontesi del Seicento e Settecento, affiancata da uno studio attento dei modelli e dall'uso di tecniche esclusivamente manuali, riescono ad ottenere prodotti di grande valore. 

GLI STRUMENTI MUSICALI

       La produzione di strumenti musicali in Piemonte ha due distinte matrici. Una è quella popolare, caratteristica di una regione in cui le tradizioni contadine e religiose sono sempre state profondamente radicate nel vissuto quotidiano delle popolazioni, e da esse si è sviluppato in molti centri un artigianato degli strumenti musicali. L’altra, di natura elitaria, è quella legata al mondo nobiliare e ai fasti della corte torinese.
       Per rispondere alle esigenze di quest'ultima, intorno alla metà del ‘600, giunsero dalla Francia i primi liutai, portatori di tecniche di produzione che si erano sviluppate presso la corte parigina. Questo condizionò fortemente il profilo stilistico della liuteria piemontese, caratterizzata da una forte tendenza all'utilizzo dei metodi e dei modelli costruttivi francesi e nettamente distaccata dalla tradizione italiana che, quasi ovunque, si appoggiava sulle linee dettate dalla scuola cremonese.

       Anche se qua e là si può tuttora registrare la presenza di validi artigiani che si sono sottratti a una sicura estinzione grazie all'elevato livello di specializzazione acquisito.       É il caso di Centallo e Piasco, in provincia di Cuneo, dove ancora prospera la fabbricazione rispettivamente di organi e arpe.

       Oppure Leinì, in provincia di Torino, dove tuttora si producono rinomate fisarmoniche, e in provincia di Verbania che si distingue per gli strumenti a fiato in legno e in metallo
       Botteghe di liutai che lavorano con metodi tradizionali si trovano inoltre in provincia di Alessandria, a Rosignano Monferrato e a Solero.


LA CERAMICA

       La palma di epicentro dell'artigianato piemontese della ceramica spetta sicuramente alla cittadina di Castellamonte, nel Canavese, dove la tradizione si perpetua da tempo immemorabile. Qui, per secoli, sono stati prodotti incessantemente oggetti umili ed indispensabili alla vita quotidiana quali scodelle, piatti, orci, pignatte e stoviglie; al punto che i suoi abitanti venivano chiamati in tutto il Piemonte con l'appellativo bonario ed ironico di "pignater". 

       È una tradizione, questa, che vede gli albori nel buio dei secoli e delle trasmissioni orali di memorie, ma è sicuramente dal periodo degli antichi Salassi che si hanno cenni reali dell'attività ceramica locale; e numerose sono le anfore, pàtere, lacrimatoi e lucerne ritrovate in zona e risalenti al periodo Romano. Benché ancora oggi si producano soprattutto stoviglie di uso domestico, tra le quali si distinguono le caratteristiche pignatte panciute con piccoli manici, di un bel colore rosso chiaro, l'odierna notorietà è dovuta alle grandi stufe in ceramica smaltata, eccellenti manufatti di antica tradizione che, da qui, vengono esportati in tutto il mondo. 
       Le antiche produzioni ceramiche si perpetuano anche nella zona di Mondovì, soprattutto a Villanova e Chiusa Pesio, in provincia di Cuneo, caratterizzate soprattutto da stoviglie da tavola e ornamentali, in particolare statuette di soggetto religioso e piastrelle decorative, cui recentemente si sono aggiunti piatti dipinti a mano raffiguranti scene di campagna o animali. 

       Per chi, invece, è alla ricerca di raffinati componenti di edilizia rustica, merita una segnalazione Vinovo, in provincia di Torino, dove ancora si producono mattoni fatti a mano ed elementi architettonici in terracotta, ricavati da antichi stampi in legno tuttora in uso, in un numero incredibile di forme. 

I TESSUTI

      Il grande sviluppo dell'industria tessile in Piemonte è la naturale evoluzione dell'intensa attività artigianale sviluppatasi in molti distretti fin dall'Ottocento. Non tutti i centri di produzione, però, hanno subito lo stesso destino e, a macchia di leopardo, sono sopravvissute alcune oasi di lavorazione manuale tradizionale. 
       A Caraglio, in provincia di Cuneo, si producono tuttora raffinati e preziosi damaschi e broccati, mentre a Pella sul Lago d'Orta, è ancora attiva la lavorazione della canapa su telai a mano.

       La forma di artigianato tessile più preziosa ha curiosamente radici recenti: risale, infatti, al dopoguerra, quando ad Asti sono state aperte le prime arazzere. Innanzitutto quella di Ugo Scassa, ospitata nella Certosa di Valmanera, che ha realizzato opere memorabili avvalendosi dell'antica tecnica “ad alto liccio”, tipica dell'età medioevale.

       La seconda arazzeria è sorta qualche anno dopo a opera di Vittoria Montalbano nel centro storico della città, all'interno delle altrettanto suggestive sale del Michelerio. Qui, sotto la direzione del pittore-scultore Valerio Miroglio, anche l’arazzeria Montalbano ha trovato la possibilità di esprimersi ad altissimi livelli artistici e artigianali.

I PIZZI

       In Valsesia è tuttora vitale la raffinata arte del “puncetto”, un pizzo di cotone formato da piccoli nodi scorsoi collegati da una fitta rete introdotta, secondo alcuni documenti, a seguito dell'invasione saracena del X secolo.

       Questa lavorazione, che per quasi un millennio fu utilizzata prevalentemente per arricchire il corredo delle fanciulle in età da marito, conobbe il suo momento di splendore nell'Ottocento, quando fu scoperta dalla Regina Margherita di Savoia durante una visita in Valsesia, e in pochi anni divenne uno degli ornamenti più in voga tra le dame di corte.

       Il “puncetto” era anche un elemento fondamentale del costume femminile tradizionale della zona ma, in tempi più recenti, il suo impiego si è esteso e oggi è utilizzato per bordure, centrini e preziose decorazioni che testimoniano di una vivacità creativa non comune, incrementata anche dai corsi che la Comunità Montana organizza su tutto il territorio valsesiano.

IL FINTO MARMO
       Si potrebbe affermare che si tratti di un curioso fenomeno di nemesi storica, oppure che abbia una sua logica spiegazione. É comunque un fatto che nel cuore della Valsesia, proprio nel distretto marmifero che nel corso dei secoli ha dato importanti contributi all'arte scultorea e all'artigianato della pietra, è nata e si è sviluppata con grandissimo successo un'attività che è la negazione stessa della lavorazione del marmo: quella del finto marmo.
       Questa raffinata produzione si è sviluppata fin dagli inizi dell'Ottocento tra gli abitanti di Rima San Giuseppe, in Val Sermenza, che grazie alla loro grande abilità sono riusciti ad accumulare enormi ricchezze e onori presso le corti di tutta Europa, e non solo. Ovviamente, quella dei rimensi non era un'attività inventata ex novo - l'invenzione di tecniche per imitare il marmo si perde nella notte dei tempi - ma i risultati eccezionali da essi raggiunti, tali da ingannare i maggiori esperti in materia, si possono spiegare logicamente considerando la profonda conoscenza che avevano di un materiale, il marmo, che nel loro territorio si presentava in colori, venature e consistenze ben diversificate.

       La straordinaria tecnica degli artigiani di Rima consisteva nella preparazione di un impasto di cemento bianco al quale aggiungevano un colore di base; una volta steso, questo composto produceva delle spaccature che venivano riempite con colori simili alle venature del marmo che si voleva imitare. L'amalgama così ottenuto veniva quindi applicato sulla superficie da ricoprire e, una volta ancorato stabilmente a essa, si procedeva alla sua lisciatura prima con una cazzuola e poi con sette diverse pietre, man mano sempre più dure.
Il risultato ottenuto era di stupefacente bellezza. Intere famiglie rimesi, in un arco di tempo che va dal 1830 agli anni Sessanta del ‘900, sono state chiamate a operare in parecchi paesi europei ed extra europei: Germania, Romania, Russia, Norvegia, Svezia, Ungheria, Paesi Balcanici, Francia, Algeria e Marocco.
       Il declino degli ultimi decenni è stato determinato dall'avvento di nuove tecnologie, che hanno trasformato radicalmente la lavorazione del marmo e hanno privato di senso, in termini sia di costi sia di validità formale, il concetto stesso di “finto marmo”. La tecnica tramandata da questi artigiani, comunque, non si è perduta e ha ancora un significato economico, non certo per la creazione di nuovi manufatti, ma per la necessità di conservare, preservare e restaurare tutti questi monumenti che anche dal finto marmo hanno ricavato motivo di fama e ammirazione.

LA GASTRONOMIA

       Il Piemonte non ha espresso nessuno dei "grandi" formaggi italiani, anche se due mostri sacri come il Grana Padano ed il Gorgonzola vengono ampiamente prodotti entro i suoi confini. Questo, però, è dovuto non ad una scarsa vocazione casearia, bensì ad una grande ed atavica tradizione che ha permesso ad ogni valle e alpeggio di sviluppare proprie piccole produzioni, ben differenziate per tecniche, sapori e nomi.

       Quella dei formaggi tipici piemontesi è una galassia che, proprio nel momento in cui l'evoluzione del mercato sembrava decretarne la sparizione, ha sputo affascinare i consumatori più attenti, instaurando con loro un rapporto diretto che l'ha messa al riparo da reali pericoli di estinzione. 
In questo panorama, alcuni formaggi si sono imposti prima di altri, varcando i confini della regione e, talvolta, viaggiando verso le tavole dei più raffinati ristoranti del mondo, È il caso del Raschera, del Murazzano e del Castelmagno, tutti prodotti in provincia di Cuneo ed insigniti della Denominazione di Origine fin dal 1982. 

       Sull'onda del loro successo, hanno ritrovato vigore le produzioni di tanti piccoli capolavori, quali il Bettelmatt, prodotto nelle altitudini dell'Alpe Bettelmatt e delle Alpi di Formazza, in provincia di Novara, il Frachet della Valsesia e il Murianego, proveniente dagli alpeggi del Moncenisio. 
       Nonostante tutte le zone possano vantare formaggi di grande tipicità (basti pensare al Sargnon nel Biellese, al Seirass del Lausun nel Pinerolese, allo Spress nella Val d'Ossola e Val Vigezzo, a allo Zufi nelle aree di cultura Walser, in provincia di Novara e al Tomino del Bec di Acqui Terme), al territorio cuneese va sicuramente assegnata la palma per la maggiore vivacità, che si esprime in una intensa attività di promozione, culturale prima ancora che commerciale (le produzioni, d'altra parte, sono quantitativamente limitatissime), cui va ascritto il merito di aver fatto scoprire ai consumatori tesori quali l'Acceglio, prodotto nel comune omonimo, il Valcasotto, tipico dell'alta Valle Tanaro, il Testun di Boves e del Monregalese e la rarissima Tuma d'la Mura.

IL CASTELMAGNO
       Il Castelmagno è forse il più prezioso dei formaggi delle Langhe e prende il nome da uno dei tre comuni in cui, seguendo le rigide regole della Doc ottenuta nel 1982, può essere prodotto e stagionato (gli altri sono Pradleves e Monterosso Grana).

Fa parte del gruppo dei formaggi erborinati e per la sua produzione viene impiegato latte vaccino locale con piccole aggiunte di latte ovino e/o caprino. La sua lavorazione è complessa e, seguendo una procedura consolidata da secoli, si protrae per 7-9 giorni, quando inizia il periodo di maturazione (da 2 a 5 mesi) in grotte naturali.

       Quando la crosta raggiunge un colore che varia dal giallo-rossastro al rosato intenso, il Castelmagno è pronto per gustarne il sapore che, con il procedere della maturazione, spazia dal delicato all'intenso, al piccante.


APPUNTAMENTI DA NON PERDERE

       Con largo anticipo rispetto alle altre regioni italiane, in Piemonte si è sviluppato un turismo di breve raggio che ha portato gli abitanti delle metropoli padane a sciamare, nei fine settimana, verso le campagne, risalendo le colline ammantate di vigneti e sostando nelle valli una volta attraversate di corsa per raggiungere le stazioni sciistiche.

       Questo movimento è stato benefico per tutte quelle iniziative locali, mercati, sagre, fiere e manifestazioni che, diversamente, avrebbero finito per scomparire o trasformarsi, perdendo completamente le loro connotazioni tradizionali.

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