Nel corso dei millenni, nel territorio laziale si sono sviluppati parallelamente e senza quasi mai incrociarsi, due distinti filoni di artigianato. Il primo, nobile e raffinato, faceva capo alla Capitale ed era quello che contribuiva a rifinirne le grandi opere perennemente in cantiere, dalla Repubblica, all'Impero, al Papato, al Regno, e di nuovo alla Repubblica.
Le chiese, i palazzi, i monumenti e i giardini che rendono incantevole Roma sono al tempo stesso espressione di grandi artisti e agglomerati di sapere artigianale, arricchitosi nel tempo di una ininterrotta sequenza di apporti esterni, convogliati nella città eterna dai potenti desiderosi di eccellere e lasciare un segno indelebile della loro presenza.
Il secondo, invece, è l'artigianato delle campagne, nato e sviluppatosi in un contesto di estrema povertà, quasi sempre secondario e accessorio rispetto alla prevalente attività agricola, mirato a risolvere i problemi della vita quotidiana e caratterizzato da esiti estetici spesso casuali e involontari, che sono comunque un risultato e raramente una premessa.
Il primo tipo di artigianato prospera ancora, in forme non immaginabili per un normale consumatore, difficilmente accessibile perché impegnato su commessa, ora come nei secoli scorsi.
Per il secondo si potrebbe utilizzare la solita formula del “pressoché scomparso” se, soprattutto nell'ultimo decennio, la crescente domanda di manufatti non industriali esercitata dai consumatori delle città non avesse provocato un generalizzato risveglio tra gli artigiani dei paesini e delle campagne, rimettendo in moto una macchina che si era arrugginita e che, anche sotto la spinta di buone prospettive di reddito, ha ricominciato a produrre pescando a piene mani nel grande serbatoio della tradizione.
LA CERAMICA E LA TERRACOTTA
Per gli antichi Romani, la terracotta era più o meno l'equivalente della nostra plastica: elemento duttile, facilmente formabile e "piegabile" alle varie esigenze dei commerci, perfetta, con piccoli accorgimenti, per conservare e trasportare tutto, dall'olio al vino, al grano, alle spezie, nelle navi come nei mercati e nelle case. Erano oggetti funzionali e rustici, finalizzati unicamente alla soluzione ottimale di un problema.
Questo filone artigianale non si è mai interrotto e ancora oggi, soprattutto a sud di Roma, nelle zone di Pontecorvo, Arpino e Fiuggi, in provincia di Frosinone, si perpetua la produzione di vasi e anfore decorate a freddo con motivi in terra rossa, cui col tempo si è affiancato un assortimento di oggetti in cotto che vanno dai posacenere alle statuine per presepi, alle piastrelle, alle maschere zoomorfe.
Nel nord del Lazio, invece, molto prima che si affermasse la civiltà romana, gli Etruschi si dedicavano alla produzione di ceramiche ben più raffinate, dove la ricerca estetica prevaleva spesso sulla funzione dell'oggetto.
Non è casuale, quindi, che proprio nelle stesse zone, ancora oggi si concentri la maggiore produzione di ceramiche artistiche della regione, in particolare a Tarquinia e Civita Castellana, in
provincia di Viterbo, dove ai laboratori che si dedicano produzione di repliche dei preziosi reperti etruschi, si alternano ceramisti totalmente votati alla ceramica d'arte, svincolata da
qualunque canone artistico del passato.
La provincia di Viterbo, comunque, è in grado di dare soddisfazione anche a chi è in cerca di oggetti più quotidiani.
Nelle zone di Acquapendente, Tuscania e Vetralla sono numerosi gli artigiani dediti alla produzione di terraglie rustiche, quali pignatte, boccali, scolapasta, tegami, vasi ecc., di ottima fattura e dal prezzo assolutamente abbordabile.
I METALLI
Negli anfratti reconditi dell'animo del ramaio e del fabbro ha sempre ribollito un senso di sfida, il sogno di rendere la materia duttile, confermarla ai voli della
fantasia, piegarla al gusto: passare, attraverso la forza fisica e la vivacità dell'inventiva, dall'informale barra di ferro o dal grumo di rame all'oggetto.
Una sfida, questa, che l'artigiano ha sempre accettato e che gli ha consentito di sopravvivere anche alle rivoluzioni dell'edilizia e degli stili che, in una regione
come il Lazio, dominata da una metropoli che è stata per secoli una capitale globale e globalizzante, si sono succeduti con accelerazioni vertiginose.
Da una parte la velocità dei cambiamenti della capitale, dall'altra la sana e saggia lentezza degli artigiani che, trasformando il rame con tecniche e cadenze
codificate e pressoché immutabili, producevano mestoli, tegami, casseruole, pentoloni, forme per i dolci; quando erano particolarmente bravi, si sentivano in obbligo di trasmettere la loro arte
alle nuove generazioni e stimolavano il moltiplicarsi di botteghe analoghe nel loro circondario.
L'avvento dell'alluminio e dell'acciaio ha rischiato di cancellare queste raffinate forme di artigianato che hanno ritrovato vitalità solo negli anni recenti, come
reazione alla esasperata standardizzazione dei prodotti industriali.
Lo spostamento di interesse della clientela dagli aspetti funzionali a quelli decorativi ha permesso anche di ampliare l'offerta che oggi si è arricchita di accessori per camini, soprammobili, vasi da fiori, portaoggetti, fermacarte, posacenere, appendiabiti, che possono ispirarsi alle forme della tradizione come seguire l'estro creativo dell'artigiano.
Se la lavorazione del rame si è perpetuata prevalentemente negli stessi luoghi dove si era sviluppata in passato (e Poggio Bustone, in provincia di Rieti, continua ad esserne la capitale, con i migliori artigiani della regione, insuperabili nella lavorazione di pannelli a sbalzo, bassorilievi e figure sacre), quella del ferro si è invece diffusa un po' ovunque con produzioni di qualità concentrate a Tivoli, in provincia di Roma, a Latina, a Pontecorvo, Sora e Alvito, nel Frusinate; ad Antrodoco, in provincia di Rieti, e a Tarquinia e Bolsena, nel Viterbese.
L'OREFICERIA
Diversamente da tante altre zone, nel Lazio l'arte orafa ha sempre avuto due mercati distinti e separati: uno, classico, concentrato prevalentemente a Roma, legato al mondo della chiesa, della nobiltà e dei potenti; l'altro, diffuso prevalentemente in provincia, teso a soddisfare le richieste di una clientela popolare che, spesso a dispetto di condizioni economiche disagiate, difficilmente ha saputo rinunciare, come testimonia anche l'abbondante iconografia ottocentesca, alle stupende collane di coralli, ai pendagli-orecchini vistosi ma eleganti, alle massicce catene d’oro, agli anelli carichi di "blillocchi" dalle dimensioni esagerate.
Gli artigiani della prima categoria hanno continuato a prosperare, molti operando in una discreta penombra, alcuni trasformandosi in griffe di risonanza mondiale. Gli altri, sono quasi scomparsi, rimpiazzati da una nuova generazione di orafi i quali, facendo leva ora sulla creatività, ora sull'abilità tecnica che permette loro di produrre straordinarie imitazioni di gioielli antichi, hanno saputo conquistare la borghesia per poi espandere i propri orizzonti su scala internazionale.
Il maggior numero di questi laboratori di oreficeria si concentra, ovviamente, nella capitale, ma anche in provincia stanno sviluppandosi delle vere e proprie "scuole", in particolare nella zona dei Castelli, ad Albano Laziale, Ariccia e Mentana, a San Felice Circeo, in provincia di Latina, nel Frusinate (soprattutto a Frosinone, Veroli e Fiuggi) e a Tarquinia e Castiglione in Teverina, in provincia di Viterbo.
IL LEGNO
A chi ha vagato per i vicoli del centro storico di Roma, non è certo sfuggita la grande quantità di botteghe dedite al restauro di mobili, cornici e suppellettili in
legno. È un'attività che non conosce flessioni, visto l'enorme patrimonio antiquario accumulatosi nei secoli nei saloni, nelle cantine e nelle soffitte dei palazzi romani.
La realtà più consistente della lavorazione del legno, però, è vitale lontano dalla Capitale, dove dall'inesauribile serbatoio della tradizione popolare si trae
ispirazione per riproporre una variegata gamma di manufatti che spaziano dai pifferi agli ombrelli usati un tempo dai pastori, ai pestasale, ai set di cucchiai, mestoli e forchettoni, fino ai
mobili rustici in tutta la modulazione dei modelli "classici", madie, arche, panche, sedie e tavoli.
Con il tempo, ogni distretto ha sviluppato produzioni specifiche, così, chi è in cerca di sedie rustiche o impagliate si dovrà dirigere a Frosinone, oppure a Cori, in
provincia di Latina, e a Turania, nel Reatino. Il Frusinate (in particolare Vico nel Lazio, Anagni, Boville Ernica, Sora, Arpino, Ceccano, Isola del Liri) è leader anche nella produzione di
mobili rustici, in concorrenza con alcuni centri dei Castelli (Genzano e Zagarolo) del Reatino (Poggio Mirteto) e del Viterbese (San Martino al Cimino, Canapina e Vignanello).
Sul fronte dell'oggettistica, Carpineto Romano si distingue per gli ombrelli da pastore, le pipe, i mastelli ed un'ampia gamma di contenitori realizzati con l'antica tecnica del bottaio, tuttora vitale anche nel comprensorio dei Castelli Romani. Infine, a Ripi e Veroli, in provincia di Frosinone, è fiorente un raffinato artigianato del legno traforato e intagliato che ha le sue matrici storiche negli stupendi cori lignei delle chiese e delle abbazie sparse per tutto il territorio provinciale.
GLI INTRECCIATI
Il Lazio è una regione bifronte. D un lato Roma, cosmopolita, grandiosa, da sempre a suo agio nel ruolo di caput mundi. Dall'altro, un vasto territorio in cui la
vocazione agricola ha resistito a qualunque intrusione, rinunciando spesso a quell'evoluzione che avrebbe portato indubbi vantaggi, almeno dal punto di vista economico.
Questo contesto è stato sempre governato dai ritmi di una civiltà contadina che ha saputo trarre anche dalle materie più umili occasioni per creare oggetti utili.
Ne è testimonianza il fatto che nel Lazio, regione che ha pure conosciuto profonde trasformazioni economiche, la lavorazione di quei prodotti poveri che nascono dalla terra è ancora ben
presente.
Manovrati dalle mani di artigiani-artisti, il vimini, le cannucce, il giunco e il sughero si trasformano in oggetti che, oltre a una atavica funzione di utilità,
possiedono sorprendenti capacità decorative. Nascono, così, manufatti di varie forme e dimensioni, come cesti, portaoggetti, soprammobili, sedie, appendiabiti, stuoie, diversi a seconda del
materiale utilizzato e dal luogo in cui vengono intrecciati.
Artigiani che realizzano mobili di giunco si possono ancora trovare a Frosinone e a San Felice Circeo, Cisterna di Latina, Itri e Scauri, in provincia di Latina.
Roccasecca, in provincia di Frosinone, e Canepina, in provincia di Viterbo, sono tuttora vivaci centri di produzione dei cesti di canna e di vimini.
Tutti questi manufatti hanno in comune la semplicità delle forme e una istintiva sensazione di funzionalità, fattori che li rendono così immediatamente fruibili da far
dimenticare l'infinita pazienza e la straordinaria capacità di cui l'artigiano deve disporre per trasformare un filo d'erba o una canna in un piccolo miracolo, frutto di esperta manualità e di
buon gusto che si sono sedimentati nel corso dei secoli e che trovano un'eco, più che un tardivo riconoscimento, nella toponomastica del centro storico di Roma, dove la targa marmo che identifica
via dei Canestrari, ritrova il suo senso originario nel tripudio di ceste, mobili, borse e numerosi altri oggetti a intreccio che rendono festose le sue numerose botteghe.
IL CUOIO
I butteri della Maremma laziale e delle paludi pontine erano uomini solitari, abituati a provvedere a se stessi senza ricorrere ad aiuti esterni. L'autosufficienza era
quasi una filosofia di vita e, tra le tante attività in cui essi si erano specializzati, assumeva particolare rilievo quella di conciare le pelli e lavorare il cuoio per farne grembiuli, bisacce
e le caratteristiche, larghe cinture che sostenevano i loro indistruttibili calzoni di fustagno
Fino all'inizio del 900 la concia delle pelli era un'attività largamente diffusa nei piccoli centri, anche se spesso veniva contestata per gli odori che esalava e i
liquami che disperdeva, al punto che spesso, negli statuti comunali, erano previste severe sanzioni a carico di chi avesse insudiciato o reso maleodoranti le pubbliche vie.
Oggi questa attività, che era votata alla creazione di oggetti di uso essenziale, si è riconvertita e sulle colline che guardano verso il mare di Civitavecchia, di Santa Marinella e di Santa Severa, a nord di Roma, è nato un comparto artigianale tanto significativo quanto particolare, al punto da far divenire il nome del comune di Tolfa, piccolo centro immerso nel verde dei monti omonimi che si elevano alle spalle di Civitavecchia, sinonimo dei manufatti in cuoio che vi si producono. Si dice “tolfa”, infatti, per dire soprattutto bisaccia, borsa o tracolla.
E poi, per traslato, a indicare cinture, portafogli, e quei finimenti che i butteri usavano per ingentilire un tempo la loro rude cavalcata.
Le tracolle di Tolfa, nel periodo che va dal ‘68 a tutti gli anni ‘70, sono diventati quasi un simbolo, il marchio distintivo di una generazione irrequieta che sembrava
conservare tra le pieghe di quel cuoio rustico tutto il prezioso bagaglio dei suoi sogni.
Nel Lazio, però, la lavorazione della pelle e del cuoio non si identifica solo con la “tolfa”. Ottimi artigiani, anche se rari, operano ancora a Cori, in provincia di
Latina, ad Acuto, Alatri, Piglio e San Donato Val di Comino, in provincia di Frosinone, a Carpineto Romano, in provincia di Roma, e a Vasanello, nel Viterbese.
Negli ultimi anni la loro attività si è focalizzata prevalentemente sulla produzione di selle e finimenti che, grazie al rinnovato interesse per gli sport equestri e la
diffusione del trekking a cavallo, sono sempre più richiesti e hanno permesso a questa forma di artigianato di trovare nuovi sbocchi di mercato.
LE ZAMPOGNE
Nella memoria di ognuno di noi un piccolo posto è occupato dal ricordo di un suono antico che dovrebbe essere di festa ma, spesso, si ammanta di struggente malinconia:
sono le ciaramelle e le zampogne dei pastori della Val di Comino che, a cominciare dalla novena dellIimmacolata, migrano lontano, fino alle grandi città dell'Italia settentrionale, per portare,
con il suono dei loro strumenti, l'annuncio del Natale.
I pifferi e le zampogne che generano quel canto augurale sono approdate alle mani dei pastori per via ereditaria dai padri,, dai nonni e dai bisnonni, oppure provengono
dalle ormai poche modeste ma vivaci botteghe che si incentrano soprattutto a Villa Latina, in provincia di Frosinone, a ragione considerata la vera capitale delle zampogne.
Nella realizzazione di questo strumento convergono due diverse abilità artigianali: da una parte la capacità di conciare la pelle di pecora fino a ricavarne la vescica che alimenterà, come un mantice, il suono multiforme che uscirà dalle pipe; dall'altra l'arte antica di lavorare il legno di ulivo, di prugno e di ciliegio, per ottenere, allo stesso tempo, sonorità perfette e quelle decorazioni semplici e ripetitive che trasformano una canna lignea in un oggetto che si fa sempre più raro e che nel tempo diviene ogni giorno più prezioso.
L'INFIORATA DI GENZANO
La forza calamitante di Roma ha trasformato i Castelli in una sorta di gigantesco parco residenziale in cui, decennio dopo decennio,
si è affievolita la forza delle tradizioni locali, trasformando in ricordo il fervore delle attività che animavano il centro storico dei piccoli borghi castellani.
Se è inutile piangere sull’affievolirsi della diffusa mentalità artigianale, vale la pena gioire per gli effetti prodotti, totalmente
in controtendenza, dal riproporsi con cadenza annuale, nel giorno del Corpus Domini, dell'Infiorata di Genzano di Roma. Ognuno di noi ha avuto occasione di ammirare, almeno in fotografia o in
televisione, il capolavoro scenografico di quella strada che, in leggera salita, porta alla chiesa di Santa Maria della Cima e viene trasformata in una sorta di tela che accoglie 11 grandi quadri
dipinti unicamente utilizzando petali di fiori.
Pochi, invece, riescono a immaginare quale e quanta abilità manuale e organizzativa, concentrata in pochissimi giorni, sia necessaria
per ottenere quello straordinario risultato.
L'impresa è affidata a 11 diverse squadre composte da uomini, donne e un gran numero di ragazzi e bambini, tutti agli ordini di un
capo, cui è conferito potere assoluto.
Nei giorni precedenti l'infiorata, i ragazzi si recano in campagna a raccogliere grandi quantità di fiori di tutti i colori che
vengono poi ammassati nelle stesse fresche grotte in cui maturano i vini dei Castelli. Quando ogni squadra ha abbozzato sulla strada le linee guida e indicato i colori del quadro che deve essere
realizzato, i più giovani raccolgono in cesti i petali dei fiori precedentemente suddivisi per colore e li passano ai pittori che procedono alla realizzazione finale dell'opera.
Quando l'immane lavoro è completato, l'eccitazione cede il passo a una calma irreale che coinvolge anche le migliaia di visitatori
che sfilano ai bordi della strada ad ammirare, estasiati, questo piccolo miracolo di artigianato collettivo.
L'incanto dura solo qualche ora, poi, senza che intervenga alcun segnale, all'improvviso il vociare torna a crescere e gli stessi bambini che vi hanno lavorato sciamano su quel tappeto damascato di fiori e lo scompongono, disperdendo i petali per le strade di tutto il borgo.
IL PECORINO ROMANO
L'attuale Pecorino Romano non differisce sostanzialmente da quello che producevano i pastori dell'agro romano 2000 anni fa. Studiosi come Varrone, Galeno, Ippocrate, Plinio il Vecchio, parlano dettagliatamente nelle loro opere delle antiche tecniche di caseificazione e il confronto con quelle moderne non evidenzia modifiche sostanziali.
Chi, però, descrive con estrema minuziosità una metodologia di preparazione e salatura che richiama più da vicino l'attuale Pecorino, è Columella, nel suo poderoso trattato De Re Rustica, scritto nel primo secolo d.C. Nell'opera non mancano interessanti notazioni che indicano come, a quei tempi, stagionatura e interesse all'esportazione fossero già patrimonio acquisito del pecorino romano. Ne parla infatti, come di un formaggio con ottime caratteristiche di serbevolezza tanto che, afferma testualmente “e questo tipo di cacio può anche mandarsi di là dal mare”.
Grazie a queste caratteristiche di conservabilità, che si aggiungevano a quelle relative al gusto e al notevole valore nutrizionale,
il pecorino di allora entrò anche a far parte della razione che veniva data ai legionari romani come prezioa integrazione al pane e alla zuppa di farro, in misura di circa 30 grammi giornalieri a
testa.
Un tempo, tutto il pecorino era di lavorazione artigianale. A farlo era direttamente il pastore o, in epoche più recenti, il “caciaro”: una figura tipica della masseria
laziale cui era affidata la lavorazione del formaggio. Anche la salatura e stagionatura erano suo compito o, più spesso, del commerciante, il “pizzicarolo”, che acquistava direttamente le forme
appena fatte.
Già nel 1884, un'ordinanza municipale impose, però, che queste operazioni avvenissero in appositi stabilimenti allora dislocati alle
porte di Roma. Nasceva così l'industria lattiero casearia di cui i moderni e razionali impianti sono gli eredi, anche se, nel processo di produzione, di industriale ci sono al massimo i
quantitativi di materia prima trattata e il numero di forme messe tutte insieme a stagionare.
Il metodo di produzione rimane sostanzialmente artigianale e, per qualche verso, primordiale, tributario in modo quasi assoluto della mano e del naso del “caciaro”, la
cui sensibilità ed esperienza giocano un ruolo determinante nel il profilo qualitativo del prodotto finale. Ne sa qualcosa chi riesce a superare l'aggressività del suo sapore e lo gusta a
scaglie, riuscendo gradatamente ad assaporare l'infinita modulazione di aromi che si cela dietro la sua immediata rusticità.
APPUNTAMENTI DA NON PERDERE
Non c'è weekend a Roma non si organizzi un "mercatino", ma sono tutte occasioni giuste per chi ama l'antiquariato, il modernariato, e le forme più bizzarre di collezionismo.
Per l'artigianato, invece, bisogna allontanarsi dalla metropoli, rincorrendo le manifestazioni specifiche, come l'antica Fiera dell'Artigianato di San Giuseppe a Tivoli o la Primavera a Palazzo Rospigliosi a Zagarolo.
Oppure lasciandosi coinvolgere in eventi popolari di antica tradizione, come la Barabbata di Marta, sulle rive del Lago di Bolsena, dove i principali protagonisti sono le corporazioni del paese con gli strumenti del proprio mestiere.
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