La storia della Sicilia è un intreccio affascinante di eventi, civiltà e culture che ha segnato profondamente tanto il territorio quanto il carattere dei suoi abitanti. Lo stratificarsi delle influenze fenice, greche, romane, arabe, normanne, spagnole, spesso alternate a regressivi momenti di abbandono, ha prodotto effetti straordinari nell'arte e nell'architettura che si sono trasferiti come una dote sontuosa anche nelle forme più popolari dell'artigianato.

       Per tutti, valga l'esempio dei carretti siciliani, un mezzo di trasporto che, nonostante la necessità di limitarne i costi, veniva arricchito di decori e addobbi di raffinatezza tale da trasformarlo in uno splendido esempio di artigianato artistico.

       Se esiste un filo conduttore tra le varie attività artigianali siciliane, esso è sicuramente individuabile nella capacità di trasferire in qualunque manufatto, dal più umile al più prezioso, il ricco patrimonio di "sapere" accumulato nell'evolversi di una storia millenaria.

LA CERAMICA E LA TERRACOTTA

       In assoluto è pressoché impossibile definire con certezza origine e paternità dell'arte ceramica.In questo contesto di incertezze, però, la Sicilia, dove la ceramica comparve per la prima volta nel VI millennio a.C., costituisce un'importante testimonianza delle più antiche produzioni artigianali dell'umanità. Nell'VIII secolo a.C., sullo zoccolo duro di questo consolidato sviluppo, si inserirono i Greci che, insieme ai loro insediamenti, portarono una ventata di novità e contribuirono a raffinare le tecniche fino ad allora utilizzate in Sicilia.

       Fu il successo politico di Atene nel V secolo a.C. a segnare l'arte della ceramica come espressione di un periodo storico-politico ben preciso e della civiltà greca. Ed è proprio in questo periodo che nacquero le scuole di ceramica in Sicilia, le migliori del Mediterraneo fino a tutto il IV secolo a.C.

       Gli eventi storici seguenti hanno determinato, però, una cesura tra lo splendore dell'arte ceramica della Magna Grecia e i suoi esiti successivi. Dopo oltre un millennio di buio quasi totale, la produzione di rustiche terrecotte (prevalentemente contenitori per acqua) fu reintrodotta in alcuni piccoli centri arabi dislocati lungo le coste. ma si dovette arrivare al XVII secolo per vedere una comunità locale, peraltro costretta dagli eventi naturali, rimettere in funzione le primordiali fornaci.

       Questo accadde a Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina, allora agglomerato di pastori insediatisi in riva al mare a seguito di movimenti franosi che avevano reso inabitabile il loro villaggio sulle alture. Più per necessità che per vocazione, cominciarono a realizzare mattoni evolvendo via via la produzione verso gli oggetti d'uso e alla fine del ‘700 arrivarono a realizzare piastrelle maiolicate e ceramiche artistiche.

       La ceramica di Santo Stefano di Camastra assunse così il profilo per cui tutti oggi la apprezzano, basato su un repertorio ricchissimo di forme, figure e colori che si concretizzano nella produzione di fioriere, piatti, brocche, vasi e mattonelle, con le tradizionali decorazioni policrome, caratteristica costante di questa ceramica, e una certa saporosa origine rustica che si accompagna alla brillantezza degli smalti e al gusto pittorico delle decorazioni.
       Anche la ceramica di Caltagirone in provincia di Catania ha una storia simile, avviata dagli arabi che sfruttavano le cave di argilla della zona. Questa produzione fu interrotta nel ‘300 a causa di un'enorme frana e ripresa nel ‘500 nel nuovo rione di Cannataro rione dei “cannatari” (da cannate, recipienti per l'acqua) riscuotendo successi commerciali in tutta l'isola.

       La produzione spaziava dai vasi agli orci, ai lampadari, alle caratteristiche lampade antropomorfe, con decorazioni a fogliame e vivacizzate da tocchi di giallo e di verde oppure realizzate in monocromia turchina su fondo bianco.

       Dopo le distruzioni del territorio di Catania del 1693, la produzione riprese faticosamente tra alti e bassi finché nel 1918 l'apertura di una scuola d'arte ridiede slancio alla produzione, favorita anche dal diffondersi dell'uso della terracotta quale elemento decorativo in architettura, come testimoniano gli stupendi manufatti presenti nel cimitero monumentale, nelle ville e nei palazzi.
       Ai giorni nostri la tradizione è perpetuata da circa 150 botteghe che producono maioliche terrecotte e figurine ora realizzate nella più rigorosa tradizione calatina, ora riprendendo, trasformando, innovando.
Sciacca, in provincia di Agrigento, può essere considerato il terzo polo ceramico della Sicilia. Tutto cominciò tra il ‘400 e il ‘500 quando i baroni e i vescovi diedero impulso all’attività di alcuni maestri maiolicari locali con forti commesse di piastrelle decorate, per abbellire chiese e palazzi tra i quali il Duomo di Monreale di Monreale.

       Fu l'occasione che permise di affinare le tecniche e ricercare canoni estetici diversi da quelli di influenza saracena e catalana aprendo al nuovo gusto rinascimentale italiano che caratterizza ancora oggi la produzione di molti artigiani locali.
       Il momento di maggior fulgore della maiolica di Sciacca fu il ‘500, periodo in cui operarono alcuni tra i più importanti maestri ceramisti tra i quali Giuseppe Bonachia, detto “il Mayharata” unanimemente considerato il più grande pittore di mattonelle siciliano e autore della fascia maiolicata della cappella di San Giorgio dei Genovesi di Sciacca, costruita nel 1520 è distrutta nel 1952.
       I laboratori attualmente in funzione sono circa 30 e svolgono la loro attività artistica nel rispetto dell'antica tradizione che si esalta nella decorazione dei vasi in cui dominano i colori del passato quali il giallo paglia, l'arancione, il turchese, il blu e il verde ramina.

IL CORALLO

       Diversamente da Torre del Greco, in Sicilia la lavorazione del corallo si è evoluta parallelamente alla pesca che offriva una materia prima dalle caratteristiche diverse a seconda delle zone. Per cui, ancora oggi, esperti e appassionati associano i coralli bianchi a Catania e Messina, quelli neri a Palermo, quelli rossi a Sciacca e Trapani.

       La riserva marina più ricca era quella della costa trapanese ed era inevitabile che qui si sviluppasse un artigianato i cui splendori si protrassero dal Cinquecento all'inizio dell'Ottocento, quando l'esaurimento dei banchi corallini costrinse la maggior parte degli artisti a trasferirsi altrove. 

       La tecnica più antica elaborata dai maestri artigiani siciliani è quella del “retroincastro” in cui gli elementi geometrici di corallo ben levigati venivano fissati con pece nera e cera su lastre di rame dorato modellato e perforato. In questo modo si ottenevano acquasantiere, ostensori, piatti, sculture e gioielli. Nel ‘700 questa lavorazione cedette il passo alla tecnica più agile della “cucitura” che consisteva nel fissare gli elementi di corallo tramite fili metallici al supporto di rame dorato.

       Oggi, a perpetuare l'antica tradizione, la cui massima espressione è la  famosa “Montagna di Corallo”, una barocca composizione d’arte sacra con 85 figurine scolpite, realizzata nel 1570 per il viceré Ferdinando d’Avalos d’Aquino, sono rimasti in pochi artigiani, per lo più concentrati nell'area trapanese, spesso associando all'attività di lavorazione del corallo un vasto arco di tecniche orafe tradizionali. 

I PUPI

       In modo ancor più marcato di quanto accade per le figurine del presepe napoletano, i pupi siciliani sono il frutto di un lavoro corale che impegna tipologie diverse di artigiani, dai falegnami intagliatori che realizzano lo scheletro, ai fabbri che creano le armature, ai sarti che cuciono i costumi di raso, velluto o cotone, agli scultori che modellano la testa in modo tale che possa esprimere il carattere assegnato al pupo dalla storia che dovrà interpretare.

      L’esordio dei pupi siciliani si può datare intorno al 1850, quando l'influenza del teatro delle marionette, popolarissimo a Roma e a Napoli, arrivò fino a Catania e si innestò sulla tradizione di canovacci ispirati alle leggende del ciclo carolingio, anche se si può ravvisare una sua diretta discendenza dall'analoga marionetta belga che già nell'Alto Medioevo era protagonista di rappresentazioni tratte dalle leggende della corte di Carlo Magno.

       L'elemento tecnico che differenzia i Pupi siciliani dalle marionette in uso in ogni altra regione o nazione è il fatto di avere la mano destra guidata da un'asta di ferro anziché da un filo. Da Catania i Pupi si diffusero presto anche a Palermo, ma con caratteristiche leggermente diverse: i Pupi catanesi erano più semplici molto alti con gomiti e ginocchia scoperti e muniti di scudi tondi, quelli del capoluogo invece si distinguevano per la ricchezza e la finezza degli elmi e delle corazze, le visiere mobili e la lavorazione a sbalzo delle armature.

       La produzione artigianale dei Pupi è tuttora vitale proprio nelle stesse due città in cui è nata anche se oggi vengono prodotti per un mercato completamente diverso. Le compagnie di pupari si sono ridotte al lumicino e gli artigiani per sopravvivere si sono adattati a realizzare i Pupi tanto ambiti dai visitatori nelle località turistiche dell'isola, necessariamente meno costosi di quelli classici, più piccoli e meno curati nei particolari. Fortunatamente continua anche una limitata produzione di Pupi tradizionali, repliche fedeli di quelli ottocenteschi, alimentata da un vivace mercato di collezionisti d'élite.
       Tra le produzioni tipiche per qualche verso derivate da quella dei Pupi, meritano una segnalazione anche i tradizionali carabinieri col pennacchio e i baffoni, (pupazzi alti anche due metri, dalla sagoma rigida intagliata a macchina ma decorata a mano) e le maschere da commedia e da tragedia di ispirazione greco-romana, realizzata intagliando finemente il faggio e l’ontano.

LA TESSITURA E IL RICAMO

       Le antiche origini del ricamo siciliano sono testimoniate dal mantello per l'incoronazione degli Imperatori del Sacro Romano Impero (al cui centro campeggia un leone che assale un cammello) realizzato a Palermo nel 1134 dall'Opificio Reale, e dalla fama di cui godeva Messina nel '700 per i suoi damaschi, la cui produzione si era sviluppata a seguito dell'impulso dato dai bizantini alla lavorazione della seta.

       A questi fasti, poi, è seguito un lento processo di decadenza e le attività di tessitura e ricamo sono continuate prevalentemente in ambito domestico. .

       Questo, comunque, non ha impedito il perpetuarsi di una tecnica assolutamente originale, quella dello sfilato siciliano, le cui prime apparizioni risalgono al '400 quando veniva impiegata prevalentemente per impreziosire le grandi pezze di lino che venivano sfilate quasi per intero e intessute di nuovo con filo da ricamo. In seguito, la tecnica fu semplificata, prima sfilando la stoffa solo dove si desiderava realizzare le decorazioni, poi lavorandola interamente a rete. 
       Diversamente da altre tecniche oggi praticamente estinte, quale quella dei damaschi di Messina che, nel Settecento, attiravano clienti da tutta Europa, lo sfilato siciliano ha continuato ad essere prodotto, prima nei conventi, quindi nelle case di esperte ricamatrici che continuano ancora ad operare, soprattutto nella parte orientale dell'isola, a Sortino, in provincia di Siracusa, Vittoria, in provincia Ragusa, e Castiglione, in provincia di Catania.

       Quasi a far da contraltare allo sfilato, nella parte occidentale dell'isola, a Erice, si perpetua una lavorazione opposta anche per tecnica e canoni estetici, quella della “frazzata”: si tratta di tappeti realizzati lavorando su un telaio a mano ritagli di stoffe di recupero e filati di cotone, caratterizzati da una grande vivacità di colori composti in modo tale da formare luminosi disegni geometrici, oppure arabeschi o motivi floreali. I prodotti che ne derivano, godono di un successo tale che quella che un tempo era solo un'attività casalinga è diventata, in pochi anni, una delle attività artigianali trainanti della zona. 


IL MARMO E LA PIETRA LAVICA

       L'artigianato del marmo fiorente in Sicilia tra il ‘600 e il ‘700 sta vivendo una fase di profonda decadenza, determinata sia dagli alti costi della lavorazione sia dall'imperare di un'edilizia che non vuole o non può essere impreziosita dalla presenza di opere marmoree.

       Così, questo artigianato sopravvive grazie al restauro di qualche antico stemma nobiliare oppure alla realizzazione di statuette, sedili e tavoli da giardino, pannelli a intarsio floreale per l'arredamento e, in alcuni casi, tombe monumentali.
       La lavorazione del marmo e dei graniti aveva avuto un'impennata produttiva nel secondo dopoguerra quando agli artigiani venne affidata l'opera di paziente restauro degli edifici barocchi distrutti dai bombardamenti. Esaurita questa stagione di commesse, le numerose botteghe che operavano tra Palermo e Trapani in gran parte scomparvero e le superstiti sono per lo più gestite da imprese familiari di piccole dimensioni e dal dubbio futuro. 

       Nella Sicilia orientale, però, c'è una categoria di artigiani che può contare su un'instancabile fornitore di materia prima: l'Etna. La pietra lavica formatasi nel corso dei millenni è sempre stata utilizzata dagli architetti con una sorta di rispetto, assegnandole un ruolo che trascendeva la mera funzione strutturale e che si materializza nella suggestione trasmessa dai lastroni neri e lucidi che ornano le pareti esterne dei santuari e delle chiese costruite nella zona etnea tra il '600 e il '700, oppure dai massicci mascheroni che ornano i palazzi barocchi di Ibla, Noto e Acireale.

       L'abilità di trattare questa materia prima così particolare si è trasmessa di padre in figlio per secoli, alimentando un artigianato che è tuttora molto vivace nei comuni alle falde dell'Etna, ed in particolare a Giarre, dove la produzione spazia dagli oggetti artistici ai componenti per l'edilizia (balaustre, colonne, sedili, fontane, ecc. ), agli oggetti ricordo di stile tradizionale.

IL FERRO BATTUTO

       Pur non essendo nato molto diversamente che in altre regioni italiane, l'artigianato del ferro battuto ha seguito, in Sicilia, percorsi diversi che ben presto lo hanno reso uno degli elementi più caratterizzanti dell'architettura dell'isola e, in particolare, la chiave di lettura storico-artistica delle vicende culturali e sociali della Sicilia sud orientale.

       Ne sono un esempio eclatante le monumentali finestre dei palazzi edificati a Taormina, oppure le sontuose balconate che ornano gli edifici dell'età barocca in cui l'inferriata si trasforma in una sorta di cornice spaziale artisticamente lavorata. I motivi ornamentali assumono funzioni strutturali perfettamente fuse con l'architettura e le decorazioni in ferro battuto adornano intere città con forme fantasiose e ardite.

       Tali nobili origini hanno fatto sì che ai giorni nostri, una volta tramontate le commesse legate agli strumenti agricoli, i fabbri ne trassero ispirazione per rinnovare la loro produzione ispirandosi a canoni estetici barocchi e arabeggianti.


Hanno cominciato a forgiare oggetti d'arredamento, in particolare letti, candelieri, lampadari ,portavasi, lanterne e grate, spesso realizzate anche su disegno del cliente, recuperando una tecnica così antica, ricca di storia e tradizioni in tutta la sua autenticità. Ovvero decidendo di lavorare il ferro seguendo i metodi di una volta ed escludendo quelle prassi che altrove hanno purtroppo impoverito quest'arte come per esempio l'uso dei saldatori degli stampi in stile e di semilavorati industriali prodotti in serie

IL CARRETTO SICILIANO
       Tra le immagini più patetiche dei filmati documentari della Sicilia degli anni ‘50 vi sono quelle dei primi strombazzanti motofurgoni che recavano, inchiodate sul pianale, le fiancate intarsiate e dipinte dei vecchi carretti siciliani.
       Si trattava degli ultimi rigurgiti di orgoglio di un mezzo di locomozione un tempo diffusissimo (negli anni 30, a Palermo, ne circolavano più di 5000) e che in soli vent'anni era stata espulso dal mercato, soppiantato dai più efficienti e confortevoli veicoli a motore, ed eventualmente relegato nelle zone agricole più interne dell'isola (ma ancora per poco) e nei musei. 
       Erano tanti, ovviamente, i disagi connessi all'uso del carretto, dalla mancanza di un sistema frenante, alla ruota soggetta a un'usura precoce, al poco spazio per le merci; ma tutti insieme difficilmente riescono a farci accettare la fine di un prodotto che, sicuramente, rappresenta la creazione artisticamente più originale dell'artigianato siciliano.        

       Ben quattro diversi artigiani, il carradore, il fabbro, l'intagliatore e il pittore, erano coinvolti nella costruzione del carretto. Tutto prendeva le mosse dalla scelta dei legni (per la cassa si usava l'abete, il faggio per le aste e le mensole, il frassino per le ruote, il noce per le due fiancate e per il portello) che, una volta lavorati, passavano al fabbro il quale li assemblava saldamente per mezzo di una struttura in ferro battuto.

       Suo compito era anche quello di realizzare, sempre in ferro battuto, un ornamento di raccordo, chiamato ”cassa di fuso”, che raffigurava, secondo il luogo di costruzione, un arabesco nel Palermitano, oppure un angelo, un delfino o dei fiori nel Catanese.


       A a completamento della struttura, il fabbro creava le boccole, un congegno in rame e stagno che, installato tra le ruote e l'asse, dava fluidità al movimento del carretto.
       A questo punto interveniva l'intagliatore che ammorbidiva gli angoli intagliandovi teste di paladino o di donna e procedeva alla realizzazione della ”chiave”, un elemento scolpito che fungeva da raccordo tra le due stanghe della faccia posteriore e, in genere, rappresentava una scena in tema con le figurazioni dipinte sulle fiancate. Ultimo intervento di sua pertinenza era il ”pizzo”, un riquadro intagliato a bassorilievo, solitamente di soggetto religioso.

       Infine, era il turno del pittore che, realizzato lo sfondo con varie mani di colore, dipingeva i quadranti (detti ”scacchi”) delle fiancate laterali e in quella posteriore, ispirandosi a soggetti storici o religiosi, caratterizzati da uno stile elementare che poneva i personaggi in primo piano, tratteggiati con segni netti, senza ombre e ricorrendo a effetti prospettici poco più che accennati.
       Ogni zona della Sicilia si atteneva a proprie regole costruttive e decorative e, acolpo d'occhio, era possibile riconoscere un carretto della Sicilia Occidentale (in particolare, per la forma trapezoidale delle fiancate e per il prevalere del rosso e del giallo) da quelli del Catanese e del Ragusano, caratterizzati da fiancate rettangolari e dal prevalere del colore turchino.

LA FRUTTA MARTORANA     

       Il marzapane è un ingrediente di pasticceria di tradizione araba importato in Sicilia nel Duecento. Si prepara pestando le mandorle insieme allo zucchero (ed eventualmente miele), legandole con albumi e aromatizzandole con acqua di fior d'arancio e vaniglia. Se la fusione di mandorle e zucchero è fata a freddo prende il nome di Pasta Reale o Pasta di mandorle.

       Se invece avviene sul fuoco, a fiamma moderata finché lo zucchero si scioglie completamente, allora l'impasto prende il nome di Marzapane. La preparazione a base di marzapane più tipica dell'isola è la Frutta di Martorana. Il nome deriva da un convento vicino a Palermo le cui suore furono le prime , in occasione delle commemorazioni novembrine dei santi e dei defunti, a preparare dolcetti di marzapane che imitano perfettamente vari tipi di frutta e verdura. 

       Successivamente è diventato tradizione delle famiglie palermitane recarsi al Convento ad acquistare i dolcetti, finche l'idea si è diffusa in tutta l'isola e i vari pasticceri si sono sbizzarriti con i soggetti più fantasiosi, dal pane e salame alla coscia di pollo arrosto, alla pasta al sugo e così via.

       L'artigiano che lavora la Frutta Martorana deve essere dotato di grande creatività e abilità tecnica, ma deve anche saper lavorare con grande rapidità per evitare che una prolungata manipolazione faccia affiorare l'olio di mandorla di cui è intrisa la pasta, rovinando l'aspetto e il gusto del prodotto.

       Il tocco finale è affidato all'uso dei colori, rigorosamente naturali, e alla lucidatura che, secondo tradizione, è ottenuta con un sottile strato di gomma arabica. 

APPUNTAMENTI DA NON PERDERE

       Rispetto alle altre regioni meridionali, in Sicilia, il panorama delle manifestazioni cambia registro e, per qualche verso, si riallinea a quelle centro-settentrionali, con un arricchimento deciso in eventi dedicati all'antiquariato e al collezionismo.

       È un chiaro segno di una diversa sensibilità del mercato, capace di apprezzare una qualità che non sia solo di facciata. Attraverso gli stessi canali, quindi, vengono regolarmente veicolati i migliori prodotti dell'artigianato locale, quelli che poco hanno da temere nel confronto con i manufatti antichi, e poco da spartire con la paccottiglia che deborda nelle bottegucce delle località turistiche.

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